martedì 12 agosto 2008

Pompe



In Italia, è risaputo, qualunque sia il modello che comprate, non c’è una sola pompa per bici che funzioni correttamente. La prima - sempre una barzelletta la prima - ve la regalano con la bici nuova, almeno dalle mie parti si fa così. E proviamola! Fiduciosi svitate quell’affaretto strano della ruota, applicate come da manuale il becco della pompa, pompate e… la ruota perde il poco d’aria che aveva. Che fate allora? Beh, comprate un’altra pompa non senza avere chiesto al commerciante “E’ sicuro che gonfia?” e avere aggiunto “Sì, perché quella che ho a casa è una fregatura”. “Tranquillo, è quella che uso io per la mia bici!” vi ha risposto il commerciante con un sorriso che non avete saputo interpretare. Rifiduciosi, svitate un’altra volta quella cosa strana e… non gonfia! Cav… Reprimete una sessantina di parolacce poi, bene o male, riuscite a calmarvi. Terza pompa. Questa volta volete andare sul sicuro. Niente mezze misure: la pompa del Tour de France vi serve, costi quel che costi. E vi è costato. Svitate il cosuccio strano, gonfiate, insomma ci provate: niente.
Lunedì mattina. Dal benzinaio siete in quaranta in fila, tutti in piedi ognuno a fianco della propria bici a parlare delle pompe di un tempo e di quelle di oggi che non pompano, di emigrare all’estero per trovare una pompa decente. “Non ci speri!” vi dice uno. “Io ci sono stato in Germania. Di là le pompe sono peggio di qui… In Francia forse hanno delle pompe che gonfiano ma sono le camere ad aria che non sono buone. In Italia, bene o male, ci si arrangia…” Quando arriva il vostro turno siete felici come una pasqua. Gonfiate ben bene le vostre ruote, senza dimenticare alla fine di avvitare quella cosa lì, salite in sella e sparite nella nebbia fitta apparsa improvvisamente solo per farvi sprofondare nel nulla.

martedì 5 agosto 2008

Non fai mai

“Non fai mai quello che ti dico!” si lamentò lei accendendo nervosamente una sigaretta.
“Be’, se mi dici di voltare a destra quando so al cento per cento che non devo ancora svoltare non lo faccio no quel che mi dici!” rispose lui senza alterarsi.
“E come sempre anche questa volta ci perdiamo!” rincalzò lei.
“Non ci perdiamo, fidati!” disse lui con tono suadente.
“Ma se ci siamo sempre perduti! Almeno chiedi la strada alla gente che incontriamo”. Marina aveva perso la pazienza: in un anno si erano persi ben cinque volte e lui che non voleva mai umiliarsi a chiedere la strada a nessuno!
“ Posso?” chiese imbarazzato il navigatore satellitare.
“Non puoi no!” gli urlarono contro lui e lei.

Ti prego, Anselmo

- Ti prego, Anselmo, mi devi credere!
- Anselmo, non l’ascoltare! l’ho vista io con questi occhi!
- Anselmo, ti supplico! Ci sei solo tu nella mia vita!
- Sì, ci sei tu e un’altra mezza dozzina di uomini!
- Insomma, Anselmo, credi più a me o al pappagallo?

giovedì 3 luglio 2008

Storia di una piccola casa editrice


E’ una storia che comincia un’estate calda di venti anni fa sul bastione di San Remy a Cagliari. Si tratta in pratica di due rampate di scale che s’inerpicano simmetricamente fino ad un piazzale ricoperto di lastre bianche sul quale battono distrattamente il tacco i passeggiatori, si baciano teneramente gli innamorati ed si espongono le merci più strane in occasione del tanto atteso mercato delle pulci della domenica. Comincia quando lo sguardo di mio fratello cadde su alcune riviste degli anni trenta intitolate Mediterranea. Mio fratello che abita tuttora in Corsica era venuto in Sardegna per trascorrere qualche giorno di vacanza in mia compagnia e magari visitare dei posti che ancora non conosceva, come Cagliari appunto. Le riviste, pubblicate in Sardegna, presentavano degli articoli di tutti i tipi ma tutti riguardanti l’area del Mediterraneo: c’erano degli studi sull’industria e l’agricoltura della nostra isola, dei racconti o delle poesie per lo più sarde, delle recensioni di libri sulla Sardegna ma anche, qua e là, delle incursioni in Sicilia e in Corsica. In quest’ultimo caso si trattava di poca roba, ma quanto preziosa, come un vecchio vocero o un detto che nessuno ricordava più. Insomma c’era di che continuare a sfogliare. Lo fece senza troppi complimenti e senza curarsi eccessivamente dell’espressione un po’ scocciata del venditore.
“Le prendo tutte!” decise.
“Perché hai comprato tutte queste riviste?” gli chiesi.
“In queste riviste parlano dei mazzeri”, mi spiegò…
“Ah!” dissi io senza aver capito un niente di niente.
Vocero, mazzeri erano dei termini che non conoscevo allora ma che per un lungo periodo sono diventati i miei compagni di viaggio. Il vocero è il canto funebre delle prefiche corse mentre il mazzero è in pratica una sorta di stregone delle tradizioni popolari della Corsica. Da allora ho arricchito il mio vocabolarietto di molti altri termini che girano intorno alle superstizioni e al mondo della magia in genere. Bene, non penserete che il vostro caro Lino a tempo perso si metta a leggere le carte alle vedove del quartiere? Intendo dire che a mano a mano mi sono creato una specie di specializzazione in tradizioni della Corsica.
In realtà, quello che mio fratello, che si chiama Salvatore, aveva preso per un articolo sul fenomeno del mazzerismo era un racconto, e che racconto! L’autrice era una certa Edith Southwell, di origine inglese. Strano, un’inglese che scrive della Corsica, in una rivista italiana. Perché non in Corsica? Non c’erano forse delle riviste in Corsica nelle quali scrivere in tutta libertà? “Guarda qui! C’è un altro racconto di Southwell! Ce n’è un altro in questo numero!”
E qui abbiamo cominciato a ricamare, a imbastire sogni e a contare le stelle. Io sono arrivato a cento milione di miliardi più una, battendo di stretta misura Salvatore. “Te l’immagini se facciamo conoscere queste storie in Corsica? Devi sapere una cosa: in Corsica si parla molto del mazzerismo tra gli studiosi di cose corse. Noi ci ritroviamo in mano delle storie degli anni trenta che di là mai nessuno ha letto!”
Quanto si sbagliava Salvatore! Quelle non erano storie degli anni trenta. Edith Southwell era un etnologo che aveva fatto il suo lavoro con coscienza. Aveva percorso la Corsica in lungo e in largo alla ricerca di tutte le espressioni della cultura dell’ île de Beauté raccogliendo racconti, poesie, voceri, proverbi, detti, canti vari e descrizioni del vivere del suo tempo e del passato. Spesso le persone a cui si rivolgeva erano degli anziani. Secondo quanto dice la stessa Southwell molti testi, che ripetevano di memoria, li avevano a loro volta sentiti quando erano piccoli declamati o cantati da anziani, il che li situava all’incirca un secolo addietro, qualcosa come il 1830. Avevamo sì delle storie degli anni trenta, ma di almeno un secolo prima!”
“Scusa, ma perché invece di fare vedere queste storie agli studiosi non le pubblichi?”
“Vuoi dire che dovrei diventare editore?”
“E che ci vuole?”
“E queste storie me le traduci tu in francese?”
“E’ scontato…”
In quel periodo non avevo il PC quindi il lavoro andava fatto a mano, mannaggia la pupazza! Quanto ho appreso però! Prima di tutto che questi racconti erano di una bellezza unica. Sapevate che la curiosità è donna? Quelli che non lo sapevano ora lo sanno. Bene, sono andato a curiosare in non so più quale archivio, credo di ricordare che fossero les Archives Départementales de la Haute Corse a un tiro di schioppo da casa dei miei genitori o più semplicemente nella bibliothèque communale di Bastia, a un tiro di patada lussurgese. E cosa ho scoperto? Ho scoperto che la Edith Southwell Colucci era tra le più belle donne che potessero passeggiare sulla Place Saint-Nicolas. Erano belli i suoi racconti ed era bella lei. Ma che c’entra Colucci? Beh, sì, era la moglie del celebre pittore toscano Guido Colucci. Il padre di Edith era un commerciante di cedri che possedeva pure una nave. Si innamorò ad un punto tale della Corsica che vi comprò casa e vi si stabilì. La figlia prese da lui la passione per l’isola coltivando il suo amore per le tradizioni popolari e per la scrittura, che c’interessa di più. Tra un racconto, una puntata agli archivi e un giretto in biblioteca cominciava a risorgere dal passato una grande personalità. Con forza però, perché le sue pagine sono tra le più belle che io abbia mai letto. Ho scoperto che Edith Southwell era una donna ammirata, amata e poi dimenticata. Ma com’era possibile? Come è potuto accadere che una donna così potesse finire nell’anonimato più assoluto? Nel mio vocabolarietto si affacciò una nuova parola: irredentismo. Gli irredentisti erano dei corsi che consideravano la Corsica come territorio italiano e appoggiavano le velleità espansionistiche del fascismo. Questo poteva spiegare perché la Southwell avesse preferito essere pubblicata in una rivista sarda: gli irredentisti erano probabilmente più rigorosi degli stessi italiani sotto il regime fascista. Si trattava solo di racconti mi direte. E’ vero ma a quei tempi, specie per le belle passeggiatrici inglesi, bisognava prendere posizione e se non eri per eri contro.
La traduzione fu portata a termine. Il risultato fu un libro di – aspettate un attimo che guardo – 174 pagine. In copertina la silhouette scura di due alberi probabilmente secchi, due pipistrelli svolazzanti e un titolo: “L’enfant ensorcelé”, il bimbo stregato. Dimenticavo: da un ramo dell’albero di destra pende tristemente una malmignatta, dalla puntura mortale a quanto pare. Sotto, la scritta Editions Mediterranea, senza accenti sulle e. Eravamo nati. Come casa editrice, dico. Salto i dettagli di come siamo arrivati al prodotto finito. In sintesi: ci siamo occupati della mise en page (lo dico in francese perché nonostante sia il mio mestiere tradurre non vorrei fare una gaffe) del testo, dell’immagine e della copertina e abbiamo consegnato il tutto a una stamperia locale. Non mi chiedete il nome del direttore, non lo ricordo proprio. So solo che sorrideva spesso e che ci aveva augurato un bocca al lupo enorme.
Distribuzione. Beh, abbiamo consegnato personalmente i nostri libri in quasi tutte le librerie di Bastia e dei grossi centri della Corsica, compresi Corté e Ajaccio. Non ci crederete ma abbiamo venduto tutti i libri ed erano parecchi. Ci fu addirittura una ristampa. Sfoglio il libro fino a pagina 5 e vedo che sotto il titolo è precisato che la traduzione è mia. Questo ve lo dico così, con il sorriso largo da mangiatore di angurie.
Tutto qui? E no che non finisce qui. Fruga qui, fruga là, mi è toccato tradurre altri racconti della Southwell, sempre dall’italiano. Ho sotto gli occhi la sua bibliografia completa che conta venti titoli che purtroppo abbiamo proposto ai nostri lettori corsi solo in parte. Ho detto qualche riga fa che la Southwell era tornata dal passato grazie a noi, a due figli di emigrati sardi che quando sorridono sembra che la testa gli si stacchi dal collo. Le Editions Mediterranea cominciarono a farsi conoscere e si passò presto a pubblicare altri nomi, altri generi. Ma i guadagni non bastavano a coprire le spese. Il tempo passava e anche un po’ l’entusiasmo. Alla lunga passò del tutto. La casa editrice chiuse i battenti dopo una decina d’anni circa d’attività.
Io ho smesso di contare le stelle, mio fratello pure. Ma credetemi: tra tutte le storie che ho letto, che ho tradotto e che ho scritto questa è la più bella.

lunedì 30 giugno 2008

La missione


La voce al telefono sembrava provenire dalla stanza stessa tanto le parole erano chiare e soppesate, calibrate ad una ad una come fossero di metallo prezioso, come se le loro implicazioni fossero decisive, di vitale importanza . “Lo faccia per tutti noi, come opera di carità”. Opera di carità. Ricordava un sermone nel quale si diceva che non esiste un modo definito per fare la carità al prossimo. E’ possibile farla non solo amando ma anche facendo soffrire, arrecando dolore fisico, nella carne, o affondando la spada nel cuore. Il dare non si esprime soltanto con il gesto della mano tesa, con il sorriso fraterno o con l’ascolto amico. E’ possibile dare con l’arma della distruzione e della riedificazione. E chi riceve non sempre è cosciente del dono che gli viene fatto. Da qui l’ingratitudine. Di questo si stava via via convincendo Orlando Casu che rispondeva alla terza telefonata del “vescovo”, come lo aveva chiamato don Mario, il parrocco della chiesa di San Battista annunciandogli che avrebbe telefonato personalmente per ringraziarlo di un servizio di cui non ricordava nulla.

La prima chiamata l’aveva ricevuta tre giorni prima. Il vescovo non fece nessun riferimento a qualcosa per cui doveva ringraziare il signor Casu. In realtà fu una chiacchierata piuttosto informale, iniziata con i convenevoli di rito: “Come sta? Ho sentito parlare di lei e del suo fervore religioso… Lei è un buon cristiano, mi compiaccio!” La sua principale funzione era di rompere il ghiaccio e portare la discussione su un problema di difficile soluzione. “Conviene che nella nostra città c’è un numero eccessivo di musulmani?” Conveniva. Uscire la notte era diventato una scommessa persa in partenza tanto il suo quartiere brulicava di arabi, quasi tutti provenienti dall’Africa del Nord. Per non parlare poi del suo recente licenziamento… “Sì, questa è politica. Singolarmente non possiamo arginare il flusso prorompente di questa gente. Eppure sono certo che, volendo, qualcosa si possa fare. La somma dei comportamenti dei singoli diventa la cultura dei popoli. Dico bene?” Diceva bene. Ognuno di noi ha un fardello, una missione nella vita e vegliare al suo compimento significa onorare il creatore per avercela donata.

La seconda chiacchierata fu per lui quella decisiva perché fu in quella occasione che il vescovo gli chiese di schierarsi, di prendere posizione a favore o contro la civiltà occidentale cristiana contro la piaga del mondo arabo islamico che aveva invaso la sua città e si stava estendendo su tutto il territorio italiano ed europeo. Dopo tutto che cosa gli costava dichiararsi favorevole alle sue stesse idee? No, non era razzista – il razzismo è peccato – ma bisogna sapere quando si è in guerra. ”Un popolo è già sconfitto quando non s’accorge di essere in guerra. Dico bene?” Anche questa volta diceva bene…
Nella terza telefonata gli furono date le istruzioni…
Mise giù il telefono, accese una sigaretta e cominciò a fissare la parete spoglia e ingiallita da uno spesso strato grasso del suo angolo cucina. Quella notte non riuscì a dormire.

Uscì. Camminò a lungo per le strade del centro storico che gli sembrarono un po’ più affollate del solito. Paradossalmente, non vide nessuno dai tratti somatici maghrebini. Ma si sa, gli arabi non sono mai turisti, neanche i miliardari lo sono, e che vuoi che gliene interessi del patrimonio artistico della tua città? Non sono qui per questo. Era una calda mattina di agosto. Casu sudava come una fontana sotto un solleone impietoso. Si sentiva nell’aria la vacanza, la voglia di non far niente, di godersi la vita all’ombra di qualche monumento mentre un turista comprensivo ti scatta una foto ricordo immortalando per i tuoi discendenti la tua fugace felicità. Avrebbe avuto voglia di fermarsi in un bar per prendere un secondo caffè e un bicchiere di acqua minerale gassata bella fresca. Avrebbe voluto scherzare con gli amici, i pochi amici che gli erano rimasti dopo un’intera vita di malintesi e tradimenti. Aveva però una missione da portare a termine e l’avrebbe portata a termine costi quel che costi.

La moschea era dietro l’angolo. La scorse. Visto da fuori l’edificio non aveva nulla di quelle moschee che si vedono alla televisione. Niente torre, niente muezzin. Si trattava di un grande appartamento al pian terreno che a prima vista poteva essere scambiato per una palestra anche per le numerose scarpe che ne ingombravano l’ingresso. Si tolse le sue che dispose contro un pilastro in modo da poterle ritrovare facilmente una volta uscito. “Lo faccia per tutti noi, come opera di carità”… Entrò nella moschea. Era la prima volta ma non fu sorpreso. Vide come in fondo si aspettava degli uomini in ginocchio in fervida preghiera mentre da una sorta di pulpito l’officiante rivolgeva loro la parola. Esattamente come aveva visto alla televisione.

Sulle prime non successe nulla. Nessuno si era accorto della sua presenza nonostante si sentisse in campo nemico. “Rimanga lì e non si muova! Per nessuna ragione al mondo!” La situazione non tardò a precipitare. I presenti fiutando l’aria cominciarono ad agitarsi. Si guardavano l’un l’altro con fare interrogativo, quasi accusatorio. Qualcuno si alzò, rinunciando all’orazione, per diventare l’inquisitore dei propri vicini. Gli accusatori furono a loro volta accusati e dovettero animatamente difendersi dai sospetti. I toni salivano, le voci erano concitate mentre l’aria stava diventando irrespirabile non tanto per la calura che in quella stanza sembrava decuplicata per il gran numero di fedeli ma soprattutto per quell’odore, quella puzza dei piedi portati in questo luogo sacro da Orlando Casu detto “la Puzzola”. Le discussioni animate divennero urla di rabbia, poi di panico e infine di disperazione. Vi fu un fuggi fuggi generale; la folla come una mandria impazzita si accalcava verso l’unica uscita, troppo stretta e sicuramente non a norma antincendio, un collo di bottiglia che per degli interminabili secondi sembrava invalicabile. Molti furono calpestati dai fratelli che cercavano la salvezza all’esterno.
Casu non aveva nessuna ragione di rimanere in una moschea deserta, perciò si diresse verso l’uscita, ritrovò senza difficoltà le sue vecchie scarpe vicino al pilastro, le annusò lungamente e disse incredulo guardando negli occhi il saraceno inferocito: “Boh!?”

giovedì 19 giugno 2008

Il grande Ofelio


Ofelio Ciroldo Serenz, l’attuale direttore del Circo Maximus, era famoso un tempo. Chi non ricorda le acrobazie volanti del Grande Ofelio? Oggi, però, è un uomo stanco, rotto a tutte le prove e a tutti gli scherzi. Non reagisce alle novità da almeno cinque, forse sette anni. Che gliene importa ormai dell’uomo pizza, del volo pindarico incrociato o della spaccata deviata all’inglese? I clown, che paga profumatamente per non far ridere, sono diventati ai suoi occhi poco meno che dei pagliacci, degli zerbini buoni solo per togliere il grosso dagli scarponi. Gli spettacoli poi non li va neanche più a vedere. Per averne visti troppi, o più verosimilmente per avere superato, e abbondantemente, la sessantina si sente ormai distante dagli applausi sfrenati per dei numeri senza senso e da quel riflesso di meraviglia che fa luccicare gli occhi dei bambini. La sua prostata è passata al primo rango delle sue preoccupazioni; al secondo, ma di stretta misura, il suo apparato digerente. Si dice, scherzando, che è diventato tutto casa e casa, anzi tutto roulotte e roulotte. I suoi spostamenti vanno dalla poltrona al bagno e dal bagno alla poltrona di giorno e dal letto al bagno e dal bagno al letto di notte. Questa sera però c’è stata una novità proprio nel bagno e proprio oggi che è il suo compleanno: da parte e d’altra del water qualche perditempo aveva disposto di nascosto due scarpe enormi da clown costringendo l’immaginazione a figurarsi qualcuno seduto sulla ciambella.
“Se credono di farmi ridere con queste cazzate”, disse tirando fuori il suo arnese e cominciando a servirsene.
“Va bene che non fa ridere, disse l’uomo invisibile lasciando la roulotte, però potevi fare a meno di pisciarmi in testa!”
“E tu ringrazia che non avevo voglia di fare altro!”, rispose acido il direttore.

martedì 10 giugno 2008

L’esiliato





Koronk era d’accordo. Koronk aveva un po’ esagerato e per questo è stato punito. Solo che è sempre vissuto dalla parte del sole e essere esiliato dalla parte buia del pianeta era troppo per lui. Dopotutto un troll è un troll e cose da troll deve fare: urlare, seminare il terrore e schiacciare ominidi. Di questo gli ominidi si devono convincere ma gli ominidi non ne hanno di cuore… Non ricordava come l’avessero portato dalla parte buia perché quando è successo dormiva profondamente sotto l’effetto delle possenti droghe dello stregone Malfug ma avrebbe scommesso una cena a base di code di drago che appunto sono stati proprio loro, i draghi, a portarlo, legato come un pacco, dalla parte buia del pianeta. Dal primo momento il suo unico pensiero è stato “come uscirne?” “Semplice, si rispose, basta camminare verso la parte del sole.” E così fece: camminò. Per non perdere l’orientamento fissava la stella più alta e più brillante della costellazione dell’Unicorno. Camminò a lungo, molto a lungo. Attraversava vallate, scalava montagne, guadava fiumi ma ancora non scorgeva all’orizzonte l’amato astro solare. Non si scoraggiava. Aveva davanti agli occhi i suoi diciassette fratelli e l’orto dove crescevano libere le zucche giganti e questo bastava a non fargli sentire la fatica. Ad un certo punto, ebbe l’impressione di trovarsi davvero nel suo orto. Distingueva nella fiocca luce dispensata dagli astri notturni i suoi contorni, le zucche... Solo che non poteva essere il suo orto perché non poteva stare lì, nella parte buia. A meno che… “Se questo è il mio orto, qui ci dovrebbe essere la mia casa con dentro i miei fratelli”. Si recò nel posto dove presumeva ci fosse la sua casa e la trovò. “Come è possibile? si chiese, non possono avere esiliato anche la mia casa!” Un troll si può esiliare ma una casa e un orto era sicuro di no. Decise che quella non era la sua casa e riprese la sua marcia. Camminò ancora più a lungo, seguendo la stella che non smetteva di fissare. Ben presto, ne era sicuro, si sarebbe di nuovo riscaldato al sole. Se non fosse che era in continuo movimento avrebbe sentito il freddo della parte buia. Forse sarebbe già morto. Ma camminava senza perdersi d’animo, camminava finché non ritrovò dei luoghi che gli erano familiari: la sua casa e il suo orto. Allora cominciò a capire. Il suo era un pianeta senza rotazione quindi se davanti a lui si trovavano davvero il suo orto e la sua casa significava solo una cosa: camminando imprimeva egli stesso il movimento di rotazione al pianeta. Aveva visto una cosa del genere nel piccoli meccanismi che usano gli ominidi per misurare il tempo: una piccola rotella riusciva a fare girare una rotella molto più grossa, esattamente come faceva lui camminando. “Ma allora, si chiese, gli altri come fanno per rimanere nella parte del sole?” “Semplice, si rispose, camminano tutti come me e quando mi fermo si fermano pure loro”. Rise, rise, rise e pianse…

lunedì 2 giugno 2008

I nonni


Se lo sanno tutti che i nonni, quando mangiano le lenticchie e si curvano in avanti, terrorizzano i figli ma fanno la gioia dei nipotini! E lo sapevi che i nonni sono le uniche persone al mondo capaci di spiaccicare una zanzara al muro con un calzino umido come quando erano militari? Altro che Baygon! Non ci vedono, dicono, ma come mai in famiglia sono i soli in grado di far passare il filo nella cruna dell’ago e a non portare gli occhiali? I nonni che quando s’incontrano tra di loro si vantano di appartenere alla "classe di ferro", alla favolosa classe di ferro, anche se ormai sono rimasti solo in due. Cavolo, vai a cercarlo oggi un giovane della classe di ferro se lo trovi! Com’è che si dice? “Nonno Sprint”? I nonni che quando vanno a votare, a fare il loro “dovere”, non vogliono fare brutte figure e si presentano in cabina elettorale con i loro abiti migliori. Si mettono per l’occasione la camicia al sugo oppure la camicia al giallo d'uovo o meglio ancora la quattro stagioni. Per mangiare si legano un tovagliolo al collo e mandano giù gli spaghetti col risucchio, come quando erano bambini. E poi bevono il latte. E' da un secolo che non bevo il latte e ti devo confessare che un po' mi manca. E poi, sai una cosa, i vecchi possono sparare cazzate e parolacce a volontà, perché ormai c’hanno diritto, anche se spesso un rompiballe di figlio gli dice proprio durante i festeggiamenti: "Papà, ti ho detto mille volte che non si dice cazzo!" E se vedono che i figli rompono troppo le balle, i nonni si curvano in avanti e fanno la gioia dei nipotini.