Nel mondo feudale c’erano i vassalli, i valvassori e i
valvassini ma a corte di Eleonora d’Arborea c’erano i vassalli, i vassoi e
tanti pabassini.
Avessi detto "moscone", avrei capito, ma non l'ho detto, e se l'ho detto non me lo ricordo.
lunedì 3 ottobre 2011
venerdì 9 settembre 2011
Differenziata
Quando, tre anni fa, introdussero la raccolta differenziata nella mia città avevo giurato che mai e poi mai mi sarei piegato alle sue regole. Ma come! Mi devo tenere tutta quella mondezza in casa mia? E dove la metto? E già m’immaginavo la casa piena di bidoni e di buste di tutti i colori, in veranda, nel sottoscala, nel balconcino, persino nelle camere da letto… Per non parlare di un costante e fastidioso volo di gabbiani intorno e sopra la mia casa, dei topi e dei loro amici gli scarafaggi... E poi è successo quello che doveva succedere: piano piano mi sono adattato, ne ho capito le ragioni, la profonda e dolorosa filosofia. Sono diventato un esperto in materia, una specie di Guru di quartiere a cui i vicini vengono a chiedere consiglio. E io che spiego, illustro, mostro assumendo un atteggiamento cattedratico. E mi dovreste vedere il venerdì pomeriggio, la vigilia della raccolta generale, quando sistemo i tetrapak insieme alla carta e lego il tutto formando un parallelepipedo perfetto, quando do un’ultima schiacciatina alle bottiglie di plastica già precedentemente risciacquate, quando infilo le buste piccole di secco in un meno ingombrante bustone trasparente! E l’umido. Io sono il re dell’umido. Che dico il re: sono l’imperatore dell’umido!
E' successo che me ne sono andato in vacanze, lontano da casa. Al nostro arrivo nel villaggio vacanze, sorpresa, mi accorsi che lì non si faceva la raccolta differenziata. Sotto il lavello c’era una pattumiera e soltanto quella. Fuori dal nostro appartamentino, a una trentina di metri, il classico cassonetto verde. Improvvisamente, mi sono sentito trasportato indietro di tre anni. Ho guardato mia moglie, i miei figli. Nei loro occhi la stessa domanda: “Come farà ora senza differenziata?” E subito i morsi dell'astinenza. Ero appena arrivato e la differenziata mi mancava da morire. Non sapevo come fare, come attenuare quell’angoscia che si era impossessata di me. Avevo già cominciato a contorcermi quando ebbi un'idea: la parte destra della pattumiera l’avrei dedicata al secco, la sinistra all'umido, la parte Nord alla plastica e la parte Sud al vetro. Non so se siate d’accordo con questa tecnica di sopravvivenza ma con me ha funzionato. Cercammo in fretta e furia qualcosa da buttare nei bagagli. Niente. Tornai in macchina. Ah, ecco! la bottiglia d’acqua minerale che ormai era quasi vuota. Bevvi l’ultimo sorso e corsi a buttare il mio primo rifiuto. Ero felice… Lo vedevo dagli occhi dei miei. Dulcis in fundo, avevo casualmente nei miei bagagli un'odorosissima busta per l'umido, sapete quelle buste biodegradabili fatte col mais o qualcosa del genere. Non avete idea del buon odore che emanano! Quella notte me la sono messa sul cuscino...
Me la sono messa sul cuscino, l’ho arrotolata e me la sono fumata.
domenica 28 agosto 2011
domenica 21 agosto 2011
Se mettessero...
"Se mettessero tutti i chili persi dai miei clienti in un transatlantico, affonderebbe."
La mia dietologa
venerdì 12 agosto 2011
Pirati
Il Black Hawk aveva gettato l’àncora in una piccola insenatura dell’Isla Caiman come in attesa dell’ennesima nave da rapinare. Era un brick veloce, maneggevole, 54 cannoni, fatto per l’inseguimento, l’abbordaggio e l’affondamento delle sue prede. Il nome del suo comandante, Joe Blood, sapeva di salsedine e di sangue ed era perciò tra i più temuti del Mare dei Caraibi. Aveva al suo attivo una cinquantina di abbordaggi, tredici dei quali a navi della flotta di sua maestà reale d’Inghilterra e cinque a bastimenti della marina militare francese. Gli davano così la caccia sia le potenti navi da guerra inglesi che le francesi per non parlare dei corsari assoldati dalle due nazioni nemiche, ma a ogni scontro ne usciva vittorioso e con pochi danni: l’albero d’artimone spezzato, la vela di mezzana ridotta a uno straccio, una falla da tappare, una decina di morti, niente che non si potesse riparare o rimpiazzare.
Ora era disteso, dolorante ma in gran parte incosciente, su quello che si temeva diventasse il suo letto di morte.
Il medico di bordo, un po’ meno sbronzo del suo solito, uscì dalla camera chiudendo rumorosamente la porta dietro di lui quando si sentì fare la fatidica domanda.
“E allora, come sta quella carogna, dottore?” La voce aspra proveniva da un angolo oscuro della stanza, dietro il denso fumo di un sigaro cubano. Il medico di bordo riconobbe la bandana rossa e la benda nera sull’occhio sinistro. Tutt’intorno, come nella camera, la parte di bottino spettante al comandante, pari a due volte quella di ogni singolo membro dell’equipaggio così come prevedeva il codice della pirateria: piccole casse piene di monete e gioielli, armi di alta fattura, tra cui coltelli, spade, archibugi, appartenute a prestigiosi nemici, gabbie e trespoli per variopinti uccelli esotici per i quali Blood nutriva una forte passione, in particolare modo per i pappagalli, tappeti, veli, tessuti pregiati, barili di olio sottratte alle baleniere del re che non avevano trovato posto nella stiva, oggetti che testimoniavano della costante esposizione al pericolo e alla morte del comandante e del suo equipaggio.
“Mi rincresce parlare in questi termini ma devo dire le cose come stanno…”
“Sputa il rospo, dottore.“
“Il comandante si trova più di là che di qua e solo un miracolo potrebbe salvarlo. Le sue ferite sono molto profonde ma non sono solo quelle.”
“C'è dell'altro?”
“Forse è tempo che il comandante si dia una calmata. E' vecchio e ammalato... Ha abusato del vino e del rum delle peggiori cantine, troppe orge…”
“Sarà… Può fare qualcosa per lui?”
“Poco e niente. Se supera la notte sarà lui a fare qualcosa per se stesso. Dovrà ammainare la bandiera nera, scegliersi un buon porto, restarci e soprattutto condurre una vita più frugale.”
Il medico di bordo si alzò e si apprestava a lasciare la stanza. Nel mentre, il pappagallo, pensoso, risalì sul suo trespolo, diede un’ennesima tirata al suo sigaro cubano e mormorò: “Lui in un porto? Ma non mi faccia ridere, dottore…”
giovedì 11 agosto 2011
Uomini anonimi
Gli uomini che decidono un bel giorno di radersi completamente i capelli credendo di risolvere definitivamente i problemi di un’incombente calvizie non sanno quel che fanno. E’ vero, spariranno per sempre baie di Hudson e circhi di Gavarnie ma i problemi creati da quell’irresponsabile gesto saranno ben maggiori di quelli risolti. Questi uomini non pensano alle mille difficoltà della gente attorno a cominciare dalle mogli. Perché?
Perché diventano tutti uguali. Avete mai messo dieci teste rasate una vicina all’altra? Impossibile distinguerle. Un pelato rassomiglia a un altro pelato come un uovo a un altro uovo. Sì, si può sempre chiamarli per nome ma quando una moglie in una piazza affollata chiama “Mario!” e sono in dieci a rispondere che fa? Unica soluzione: marcare il proprio marito a uomo, oppure optare, come fanno in tante, per il nastrino rosso al polso, o per il blu, o obbligare il marito a portare sempre con sé il telefonino ma quando questo squilla, puntualmente, squillano pure quelli degli altri… Senza considerare che la maggior parte degli uomini non sopportano di essere marchiati in tal modo e eliminano, perfidi, ogni segno distintivo per tuffarsi nelle incommensurabili gioie del più totale anonimato. Che pagano.
L’anno scorso, su una spiaggia affollata della Costa Smeralda, una signora aveva deciso di farsi il bagno da sola pensando che al ritorno avrebbe riconosciuto il consorte dal nastrino e dal telo sul quale era sdraiato. Malauguratamente, la corrente la trascinò diversi metri più a destra senza che se ne rendesse conto. Quando tornò sulla spiaggia guardò l’uomo davanti a lei: nastrino, telo di mare, tutto coincideva… Tutto tranne una cosetta. Ma non ci fece troppo caso…
giovedì 4 agosto 2011
La folle corsa della mattina
Che ora è? Non è possibile! Sveglia! Tutti in piedi! Calma, prima mi preparo un buon caffè. Ok, va bene, il latte per i bambini, i cornflakes. Il bagno. Prima io! Sbrigati!. Intanto papà vi stira la camicia e il grembiule, i pantaloni te li stiri tu! Si può andare in bagno? Velocemente barba e tutto il resto. Vestirsi. E’ possibile che non abbia dei calzini da mettermi? Guarda bene nel comodino! Ma guardami questo che si è messo le scarpe a rovescio! Le chiavi di casa dove sono? Questa volta ti sei superata: riuscirà quest'uomo a trovare le chiavi di casa prima di uscire? E quelle della macchina? Ma se ho guardato venti volte sul tavolo! Ah! Avevi ragione, erano lì! Sbrigatevi! No! Ma devi sempre fare la pipì quando stiamo uscendo? Lo zaino, non dimenticatevi lo zaino! Oggi c’è traffico sulla strada… Bravi bambini studiate e fatele nere le vostre maestre...
Alle undici, in ufficio, pausa caffè-bagno. Solo allora mi accorgo di essermi messo le mutande di mia moglie.
lunedì 1 agosto 2011
Ma...
Vedete, quando si tratta di entrare in acqua, al mare, sono tutto tranne che un leone. Non sono e non sono mai stato, neanche nella mia più agitata adolescenza, uno di quei tuffatori impavidi che si buttano tutto in una volta. Al contrario. Prima immergo i piedi, poi piano piano le caviglie, quindi, avanzando piano piano, arrivo sino alle ginocchia e così via fino alla totale e sofferta immersione che inevitabilmente corrisponde col tramonto. La filosofia che sta dietro questo comportamento, che peraltro mi sembra piuttosto diffuso tra i miei coetanei, è antitetica alla cosiddetta full immersion e si basa principalmente sulla teoria del progressivo adattamento del corpo alla temperatura esterna. Quello che ho tuttavia notato, correggetemi se sbaglio, è che se la parte immersa si adatta al freddo dell'acqua per quella che rimane ancora fuori non è così. Anzi, direi che immergere le parti rimanenti è sempre più difficile, e in una proporzione tale da farmi ritenere che una stessa quantità di dolore si concentri su una superficie ogni volta più piccola. Sarebbe interessante a questo proposito elaborare una funzione matematica o un qualche algoritmo che ci traduca l’esatta misura di aumento del dolore e la renda comprensibile a chiunque spiegandoci una volta per tutte perché mettere la testa sotto acqua è molto più arduo che per i piedi. Da qui la mia domanda: ma… la quantità di dolore è costante nell’universo?
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