domenica 25 luglio 2010

Gli aeroporti e il vento



Ci avete fatto caso che più ci avviciniamo a un aeroporto più tira vento? Quando sull’autostrada vi trovate a oltre i venti chilometri di distanza ancora non si muove foglia ma quando entrate nel raggio d’influenza aeroportuale, quando comincia a spuntare all’orizzonte la torre di controllo, subito dopo il cartello “Forte vento laterale”, la vostra auto fa i conti con la prima raffica e la prima sbandata. Il paesaggio cambia radicalmente. Gli alberi non tendono più verso il cielo ma, piegati al vento di maestrale, rassomigliano a delle vecchiette chine sui loro bastoni, le case da anni non hanno più il tetto, quella V gigante nel cielo non sono uccelli migratori ma un volo di turisti in provenienza da Ciampino.

sabato 24 luglio 2010

Come avere salva la vita quando si cambia voce?

Non so voi ma io intorno ai tredici anni ho cambiato voce e per poco questo cambiamento non fu la causa della mia morte. E' accaduto d' estate durante una vacanza passata lontano dai miei. A dire il vero, più che di una vacanza si trattava di curare in montagna un leggero rachitismo che l’ olio di fegato di merluzzo, da solo, non era in grado di piegare.

Cambiai voce un po' a causa di una leggera bronchite ma soprattutto perché era semplicemente ora che succedesse . E' una di quelle cose antipatiche che ti fanno sembrare un' anatra sgraziata sia nella parola che nei movimenti che l' accompagnano. Pare che capiti anche a qualche ragazza e lì l' effetto è comico e tragico assieme. Le vacanze erano ormai terminate e me ne tornai a casa da solo, come un uomo, con la voce da uomo. Pensavo a quanto era bello tornare alle mie abitudini, ai miei affetti, alla mia casa... Entrai senza bussare, come sempre. Non vidi nessuno. Chiesi ad alta voce: "C'è qualcuno in casa?" Nessuna risposta.

Più tardi mio padre mi disse di non avermi riconosciuto, e neanche la mamma. Per lui ero un ladro che si era introdotto in casa, uno senza scrupoli che ci voleva rubare il niente che possedevamo.

Quando lo vidi, in camera, dopo lo sparo, aveva in mano il suo fucile da caccia, con la canna che ancora fumava e un espressione sulle labbra tra la paura e la gioia di rivedermi.

Fa male prendere il sole tutto in una volta?




Non sono mai stato esposto ai raggi diretti del sole. Tutta colpa di una pessima abitudine presa fin da piccolo quando mi rifugiavo sotto le gonne di mia madre. Un giorno, verso i quattro anni, decisi, tanto per cambiare, di farmi ospitare da una vicina di casa che già aveva un inquilino. L' ho cacciato in malo modo. Credetemi che allora, nonostante fossi minuscolo, mi facevo rispettare. Questo primo trasloco fu per me un' esperienza talmente forte che ricominciai il giorno dopo e i giorni dopo ancora. Là dove andavano queste signore andavo anch' io. Mi capitava di fare un intero giro della città e di rientrare tardi la sera. Col tempo ho allargato i miei orizzonti. Prendevo le gonne come si prendono i treni, passando dall' una all' altra come i viaggiatori saltano sulle coincidenze. Ho visitato paesi lontani senza curarmi delle dogane, ho appreso usi e costumi di strane popolazioni, ne conosco la lingua.

Ora che non sono più giovane non viaggio più.

La signora che qualche anno fa mi ha misericordiosamente accolto nella sua ombra ieri mi ha dato lo sfratto.

Il sole mi fa paura.

mercoledì 14 luglio 2010

Massargia Regna!



Quella domenica, a Cagliari, c’era quasi tutto il paese. Molti  erano arrivati col postale o il tassì, altri col treno o direttamente in macchina e qualcuno a piedi. Certo che è una bella tratta da Massargia a Cagliari ma se hai le gambe buone, conosci le fontane e parti il giorno prima ce la fai tranquillamente. Eravamo qualcosa come tremilacinquecento persone in Piazza Matteotti.


Tremilacinquecento persone per vedere il Massargia giocare contro il Cagliari di Gigi Riva e di Nené in una partita d’allenamento pre campionato nell’anno che doveva essere quello dello scudetto.

Cagliari, tutti la conoscono o dicono di conoscerla, ma quando vanno lì sembrano tanti bidduncus appena sbarcati in città, che poi è quello che sono realmente. Come c’era da aspettarselo, nessuno di noi ci era venuto prima e nessuno sapeva da dove cominciare. Ho chiesto a un tassista:

“ Mi dica, buonuomo, lo sa dove si passa per andare allo stadio Amsicora?”

Buonuomo ‘ddu narasa a mamma rùa bagassa” mi ha risposto quello come se lo avessi offeso con le mie parole.

“ A parte il fatto, ho risposto, che buonuomo si usa per gli uomini e che difficilmente mi verrebbe di chiamare mia madre così, ho imparato che se vuoi parlare con uno sconosciuto puoi rivolgerti a lui chiamandolo buonuomo e non su tziu come si fa da noi in paese. Non c’era bisogno che si arrabbiasse tanto ma se vuole essere chiamato su tziu io la chiamo su tziu...”

“Ma lascialo perdere che abbiamo cose più importanti da fare che stare appresso a gente così!” Maria Regina Porcu, moglie di mio cugino Carlo aveva ragione. Se davo retta a tutti quelli che mi parlavano male in una città come Cagliari mi facevano a macchiadura. Tremavo come la foglia di canna dai nervi ma ho lasciato perdere, per il bene suo ma anche per il bene mio perché come mi disse poi Maria regina, mi era già salito il sangue in testa. Dopo essermi calmato ho chiesto l’informazione a un vigile urbano il quale mi ha gentilmente mostrato la strada. In pratica Piazza Matteotti era vicinissima allo stadio. Bastava attraversare via Roma poi proseguire fino in fondo dopo il palazzo dell’Enel e eventualmente chiedere lì.

Potrebbe sembrare una cosa semplice per chiunque vive in città, persino per un bambino, ma per uno come me che vede pochissime macchine in un giorno, dieci, venti quando sono fortunato, e si trova all’improvviso davanti a tutto quel traffico di via Roma, a Cagliari, attraversare una strada come quella è una vera e propria avventura. Immaginate ora tremilacinquecento persone ferme sul marciapiede, paralizzate dal terrore, che si stringono l’uno all’altro, si tengono per mano, si abbracciano, si rimpiccioliscono, s’interrogano con lo sguardo, spaventati dal fracasso delle macchine, dei tram, dei postali stracolmi che partono e vengono dai paesi, un popolo intero che cerca di interpretare il semaforo che ha davanti, e il solito imbecille, perché altro non è, che si mette ad attraversare perché si è stancato di aspettare e tutti che lo seguono come fanno le pecore. E le frenate improvvise delle macchine, e tutti che suonano, e noi che cos’hai da suonare e, a poco a poco il coraggio ritrovato, in un brivido di fratellanza, e i nostri cori in risposta agli insulti degli automobilisti, e noi che ci mettiamo a ridere, a cantare e a ballare. Eravamo di nuovo una famiglia, un popolo.

Una volta sull’altro marciapiede mio padrino, coppai Corronca, estrasse un pennarello e sulla parte bianca di un cartellone della Rinascente scrisse: MASSARGIA REGNA!

mercoledì 9 giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

Randagi


Dà un’occhiata attraverso le stecche della persiana chiusa. La strada sembra tranquilla. Nessun’ombra minacciosa, nessun movimento furtivo, nessun rumore sospetto. Apre prudentemente la porta tenendo lo sguardo fisso nella via. Apparente calma piatta anche da questo lato. Un’occhiata ricapitolativa al contenuto della busta di plastica. C’è tutto: campioni d’analisi, salsicce, zollette di zucchero. Chiude dietro di sé la porta a quadruplice mandata, fa un respiro profondo e si lancia nella perigliosa avventura. Non è per niente facile procedere appoggiando parte del proprio peso sul suo nuovo bastone e nel contempo guardare davanti stando attento al sopraggiungere dell’eventuale pericolo. Come se ciò non bastasse deve pure badare a non schiacciare quelle decine di cacche di cani disseminate lungo il suo percorso. Più che un percorso l’attende un calvario.




Eccone uno! Un cane, razza improbabile, media dimensione, che stava segnando il suo territorio sull’altro versante della via. Si volta e attraversa lentamente. L’uomo non reagisce. Mai reagire in questi casi: il cane potrebbe abbaiare e allertare i suoi compari. L’animale gli taglia la strada a un metro di distanza poi si dilegua in un vicolo buio. Il contenuto della busta non contribuisce a migliorare la sua situazione in pieno territorio nemico: il campione di analisi d’orine il cui odore quelle bestie riescono a percepire a chilometri di distanza, le zollette di zucchero e le salsicce, da utilizzare nei casi disperati per distrarre momentaneamente quelle belve. Affrontarli col solo bastone è impossibile. Non solo quelli sopportano il dolore dei colpi ma sono capaci di addentarlo e portarselo via come un trofeo di guerra. Ne sono capaci eccome!



Due bastardi all’angolo di via Verdi. Sembrano aspettarlo. I Bravi e don Abbondio. Gioco di sguardi. Fisso negli occhi senza abbassare lo sguardo fosse solo per un attimo, anche se ogni volta funziona sempre meno. Non s’avvicinano, ma non s’allontanano neppure. Uno dei due, il più bastardo sicuramente, ringhia. L’altro si apposta dietro di lui e comincia a mostrare i denti a sua volta. Finché non abbaiano e stanno fermi va bene. L’importante è che non abbaino. Analizzare razionalmente il campo di battaglia e decidere al momento se procedere col lancio di salsicce per tenerli buoni. Mannaggia, quando serve, il cervello, si blocca sempre. Vabbè, vediamo che succede questa volta. Lancio di salsicce il più lontano possibile in via Verdi. I due pirati non si voltano neppure a vedere dove si spiaccicano quelle delizie: altri tre cani, più grossi di loro, di razza ancora più indefinita, sbucano da un portone e ne fanno un solo boccone. Ora sono in cinque e la strada è lunga ancora. Poca gente in giro, come al solito.



Sette, dieci, quindici, forse venti cani da parte e d’altra, a formare, è il caso di dirlo, due ringhiere minacciose. Finalmente, in fondo al corridoio, come un miraggio, il Centro Analisi. Davanti, a un metro dall’ingresso, un ostacolo insormontabile: un mastino napoletano bavoso e dal fiato mefitico. E’ la resa dei conti. Apre la busta, lascia cadere quel che gli resta di salsicce e tutte le zollette di zucchero. Nessun risultato. Niente li può distrarre. Quel che vogliono è tutto rinchiuso nel contenitore sterile delle orine. Non si dica che hanno attraversato il loro territorio impunemente.



E poi l’uomo fa la cosa più assurda che potesse fare in quel momento. Apre il contenitore delle orine e lascia che il loro odore si diffonda nell’aria, che raggiunga le narici frementi dei cani. Ora si china e versa tutto il liquido sul marciapiede. I cani, rompendo i ranghi, fanno immediatamente cerchio intorno a quella macchia di umidità come per difenderla. Le espressioni si fanno più rilassate: lui non interessa più.



“Dov’è il bagno?” chiede entrando nel Centro Analisi mediche.

sabato 22 maggio 2010

Nouvelle cuisine


Parigi, ristorante “La bouche d’Hercule”, nouvelle cuisine. Menù scelto con cura per fare colpo su di lei: “Antipast: Paté de zuquines au fourn, délice des deux Murges, un par de fagian arrost." Lei : “Vado un attimo in bagno e torno. Muuah!" Io: “Ti aspetto, amore.” Lei: “Garçon, le cessò s’il vous plaît!”.

Si riparte: “Risates de castagnes en salse douce”. Hmmm… amore! “Boccon de mer”, una messa per il palato! “Flambé de pomodor en camiche…" Chi, chi è l’artista? Lo vogliamo conoscere, lo vogliamo osannare, santificare.

Eccolo, è lui, lo chef ! Camice bianco, toque, fucile a canne mozze… Fucile a canne mozze? Sì, fucile a canne mozze, occhi iniettati di sangue e una domanda:

“Qui est le farabut qui est andé à le cabinet?”

Cinquanta clienti trattengono il respiro, nessuna risposta.

“Giò répète: qui est le farabut qui est andé à le cabinet?”

Gli sguardi s’incrociano, s’interrogano, s’abbassano. Coltelli, forchette e bicchieri non cantano più.

“Bon, portez les séguges!”

Entra l’aiuto cuoco con due segugi al guinzaglio. Fiutano l’aria, i piedi, abbaiano, hanno trovato una pista, una pista invisibile, un ponte di effluvi che portano dritto dritto a un punto preciso: lei.

Lo chef è un gigante, ha le narici di un bufalo, voltandosi fa gli scatti e i rumori di un robot che si sgranchisce il collo, lo sguardo è ora quello inespressivo degli squali. Tentato di scappare a gambe levate e lasciarla al suo destino ma non mi muovo: sono un blocco di ghiaccio. Ci guarda, senza più odio lui ci guarda. Il suo respiro è profondo. Si direbbe una cisterna vuota.

“Levez-vous-vont!”

Ci alziamo. Lei si azzarda a portare un ultimo boccon de mer alla bocca ma io la fulmino con lo sguardo. Desiste.

“Séguitez-moi!”

Ci apre la porta del bagno. Lo spettacolo è indecoroso, un capolavoro in un certo senso.

“Ti giuro, amore che non sono stata io!”

Ci portano spugne, spugnette, secchio e detersivo:

“Pulez cette squifetz!”

Puliamo, a lungo puliamo. Il colosso viene a controllare, annusa, guarda nel water, dietro il Water, tra le mattonelle, laddove la sporcizia si va a nascondere, laddove è sicuro di trovare dei germi ridacchianti, li trova. Come una balena infuriata spruzza una colonna d’acqua contro il soffitto. Ripuliamo, standoci più attenti, insistiamo. Torna. Ispeziona. Puliamo un’altra volta. Rieccolo. Non sorride ma sembra che questa volta ce l’abbiamo fatta.

“Et maintenant, osa la mia lei, nous povons torner à mangier?”

giovedì 22 aprile 2010

E se...

E se al Bernabeu, durante la finale di Champions, l'arbitro fischiasse un rigore con un richiamo per anatre e quaglie e il cielo si oscurasse all'improvviso?
Centinaia di fucili sparerebbero all'unisono come il giorno dell'apertura della caccia e i tifosi uscirebbero dallo stadio con un gonnellino di uccelli penzolanti alla cintura.
Oppure no, non potrà mai succedere una cosa del genere. Semplicemente, lo stadio sarebbe innevato come piazza San Marco e, mentre gli altri giocatori cercherebbero all'impazzata un improbabile rifugio sotto la tormenta, Milito, ricoperto di bianche deiezioni, come la statua di un moderno eroe dei due mondi, sarebbe immortalato dai fotografi nella posizione dell'eroico rigorista.