Sapete com'è: in un pullman, magari durante una gita scolastica, s'alza uno e chiede ai presenti d'immaginare un deserto, così tanto per fare un test psicologico. Allora centovent'otto palpebre comprese le vostre e quelle dell'autista si chiudono contemporaneamente per fissare quel deserto. Solo che immaginare un deserto, almeno per quel che mi concerne, è la cosa più difficile che ci sia al mondo. Un po' d'erbetta spunta sempre qua e là, e ci sono i cespugli, secchi ma ci sono, e l'oasi senza il quale non c'è deserto, poi i cammelli e i dromedari, gli uomini del deserto, le carovane, Mosé col suo popolo, gli avvoltoi che oscurano il cielo, gli insetti... In meno di cinque minuti il vostro deserto diventa l'Avenue des Champs Elysées.
Scrivere un libro piatto, che non dica e non insegni nulla, un libro noioso, credo rientri nello stesso ordine di difficoltà. Ecco chiudi gli occhi e cominci a scrivere di niente. Bè, ci riesci benissimo, almeno le prime tre pagine. All'improvviso un'idea, una pessima idea che tenti di scacciare con tutte le tue forze perché troppo spassosa. Ma ritorna nella tua mente finché non cedi perché l'unico modo che hai di liberartene è di scriverla. La scrivi. Sperando ovviamente che le cose finiscano qui. Ma oggi non sei fortunato: ecco arrivare quell'altra cosa che se non la scrivi muori. E scrivi pure quella. E poi le idee affluiscono come dei beduini e tu non puoi fare altro che disporle sulla pagina nella speranza che non s'incontrino e facciano dei figli. Ma è proprio quel che succede. Il vostro libro si trasforma in quel che non avreste mai e poi mai voluto che si trasformasse: un orrendo capolavoro.
Ora vi chiedo: come scrivere un sano, noioso libro di trecento pagine da mettere nella libreria e non aprire mai?
Avessi detto "moscone", avrei capito, ma non l'ho detto, e se l'ho detto non me lo ricordo.
martedì 12 ottobre 2010
sabato 9 ottobre 2010
Lo so...
Lo so, lo so che sei un coniglio immaginario e che ti ho inventato io, che davanti a me, in questo preciso momento, non c’è nessuno, che in ogni preciso momento non c’è mai stato nessuno. Lo so che parlo con te che non esisti e solo per me fingi di esistere.
Ma io… per te, esisto?
giovedì 30 settembre 2010
Ritrovarsi
Come è bello ritrovare se stesso dopo averlo a lungo cercato! Sai, Conì, è come un amico che hai perso di vista e incontri per strada magari un po’ invecchiato. E’ vero, si rischia di non riconoscerlo più, di passargli vicino e di non accorgersene neanche. C’è gente che sopravvive a se stesso senza saperlo e continua a cercarlo in ogni angolo di via. Accade anche il contrario, che egli sopravviva a te e non lo sappia. Allora continua a cercarti come un cane cerca il padrone che lo ha abbandonato.
Io sono stato fortunato: ho trovato lui che cercava me mentre cercavo lui. Un vago saluto, poi le domande. Ti sei sposato? Hai dei figli? Sei felice? Mi ha detto di no, no e no, che non gliene importava, che non sarebbe andato più via.
Non credergli mai, Coniglio. Il mondo è troppo grande per perdersi una sola volta .
Io sono stato fortunato: ho trovato lui che cercava me mentre cercavo lui. Un vago saluto, poi le domande. Ti sei sposato? Hai dei figli? Sei felice? Mi ha detto di no, no e no, che non gliene importava, che non sarebbe andato più via.
Non credergli mai, Coniglio. Il mondo è troppo grande per perdersi una sola volta .
domenica 26 settembre 2010
Quante lacrime ci sono in una cipolla?
Vuoi davvero sapere quante lacrime ci sono in una cipolla? Sai, Coniglio, dipende da quanta gente c’è intorno ma sono tante, credimi. Fai il conto che ci siano dieci persone e facciamo che in media vengano prodotte circa cinque lacrime per occhio e quindi dieci lacrime per i due occhi e per persona. Di conseguenza, dieci persone, cento lacrime. Cento persone, mille lacrime. Settecentomila persone, sette milioni di lacrime.
Dividere tutte le cifre per due in caso di ciclopi. O di mezza cipolla.
Dividere tutte le cifre per due in caso di ciclopi. O di mezza cipolla.
(A Ale Coniglio)
venerdì 17 settembre 2010
L'invito
Ogni giorno che Dio ha fatto, quando mi vengo a sedere su questa panchina nel parco, guardo lei che guarda me. Ma rimaniamo lì, a distanza, come due leoni sul sagrato, l'uno a spiare i gesti dell’altra, a leggere nei nostri cuori, come lei legge nel suo libro, una storia d’amore che non vuole cominciare. Sapesse…
Sapesse che sono seduto su un chilo di emorroidi… e un chilo d’emorroidi sono un motivo sufficiente per non far nascere un amore. Chissà, mi dovrei alzare, sorreggere il suo sguardo, sorriderle e, con tutto il coraggio di cui sono capace, dirle: “Signorina, perché non viene a pranzo domani a casa mia? Mi farebbe un immenso piacere…”
Dovrei… E che cosa le cucino poi? Due spaghetti alla carbonara?
Sapesse che sono seduto su un chilo di emorroidi… e un chilo d’emorroidi sono un motivo sufficiente per non far nascere un amore. Chissà, mi dovrei alzare, sorreggere il suo sguardo, sorriderle e, con tutto il coraggio di cui sono capace, dirle: “Signorina, perché non viene a pranzo domani a casa mia? Mi farebbe un immenso piacere…”
Dovrei… E che cosa le cucino poi? Due spaghetti alla carbonara?
sabato 11 settembre 2010
Don Barras
I.
“Dinghiliana dinghiliana
Tzia Maria nch’est ruta in funtana
E su fizu nch’est rutu in su ludu
muzere bella e maridu corrudu”
La signora Luigia ondeggiava sotto l’alto soffitto della lolla campidanese al ritmo di un dillu che dolcemente cantava mentre il povero marito, in punta di piedi su una sedia impagliata, cercava invano di afferrarla.
“Vieni giù!” urlò Palmiro Seddas.
La moglie proseguì nel canto e nella sua danza aerea indifferente alle suppliche dell’uomo. Vicino a lui, la vecchia madre, una vedova vestita di nero, scarpe da tennis, monosopracciglio, accenno di baffi, espressione severa. Tutt’intorno, delle galline, delle oche grasse, dei conigli, un gatto, un asino grigio che, indolente, da anni girava intorno alla sua mola e il cane Putzu, un meticcio pidocchioso dal pelo lungo e sporco.
“Vieni giù!”, ripeté l’uomo, ma la donna che volteggiava nell’aria era troppo immersa nel dillu per sentirlo.
“Dinghili dinghili Dinghili dou
Ei su babbu si mandigad’un’ou
Ei su fizu atterettantu
Cando ha’ gana intonad’unu cantu
Unu cantu bellu e semper nou
Dinghili dinghili Dinghili dou”
La suocera, gli occhi infuocati dall’ira, ordinò al figlio: “Palmiro, prendi la scopa! Glielo faccio vedere io Dinghili dou!”
A queste parole la signora Luigia scoppiò in una risata isterica, perse il tempo, sbatté contro la grossa trave di legno e cadde sul pavimento di pietre a mezzo metro dalla vecchia signora. Fu immediatamente legata, impacchettata, imbavagliata, portata in camera e assicurata alle sbarre di ferro del proprio letto.
“E’ così che ci ringrazi, porca che non sei altra?” le urlò in faccia la suocera. “Se non fosse stato per mio figlio oggi saresti sposata con un cartoneri e cercavi cartone d’imballaggio in mezzo alla mondezza. Sai che ti dico? Tu hai il peccato in corpo, il diavolo in persona, sì, il diavolo, e c’è una sola persona in Sardegna che possa fartelo uscire: don Barras…”
“No!”, gridò il figlio. “Don Barras no! Quell’uomo non metterà mai i piedi in casa mia!”
“O vai a cercare don Barras o ti tieni tua moglie così com’è. Ti piace vederla volare per le stanze? Vuoi che la gente ti prenda in giro? E’ questo che vuoi? Ma l’hai vista tua moglie?”
“Ma…”, protestò Palmiro Seddas, “lo sai che cosa fa don Barras alle donne? Lui..”
“Sì, che lo so”, l’interruppe la madre. “E allora? Che cosa può fare a una donna sposata?"
Palmiro Seddas, che non si voleva arrendere così facilmente all’evidenza di chiamare don Barras, si aggrappava alla speranza che la moglie fosse solo vittima di malocchio. Rivolgendosi alle persone giuste, anche qui in paese,lei potrebbe guarire…
“Chiamiamo la signora Faedda! Lei sa come si fa. Conosce tutte le mexinas de s’ogu pigau. Ti ricordi quando hanno rubato le pecore di Nanneddu Pitzolu? E’ stata lei a fare il rasu de Sant’Antoni che ha permesso di ritrovarle. Neanche Pitzolu ci credeva ma quando ha ritrovato le sue pecore a s’Acqua Cotta ha dovuto crederci per forza. Pare che la signora Faedda sapesse anche chi le aveva rubate.
“Non farmi ridere”, sbottò la madre. “La signora Faedda al massimo con le sue formulette ti fa sparire i porri della mano, se lo vuoi sapere. La conosco io, quella. A tua moglie non serve una così. Non se ne fa niente del rasu. Mica è una pecora. Lei ha bisogno di un esorcista e don Barras è un esorcista vero.”
La discussione sull’opportunità di introdurre in casa propria un prete depravato si protrasse per tutto il pomeriggio ma alla fine il figlio cedette alle incalzanti argomentazioni della madre.
“Va bene, disse sottovoce, domani lo vado a cercare…”
Cenarono mestamente con gli avanzi del pranzo, a loro volta avanzi del giorno prima: del pane duro, un po’ di pecorino stagionato e un brodino di carne che portarono pure alla signora Luigia la quale, tolto il bavaglio, doveva essere imboccata col cucchiaio. Di questo preferiva occuparsene lui mentre la madre dava da mangiare agli animali e ripuliva un po’ la porcilaia, la stalla e il cortile.
Marito e moglie erano soli in camera. Gli occhi di lui tradivano una profonda sofferenza, quelli di lei solo voglia di canto e di ballo senza coscienza di sé e della vita intorno.
“Chi è don Barras?” gli chiese. Il tono della domanda era quello di una donna presente a se stessa tanto che l’omone fu sorpreso da quelle parole improvvisamente corrispondenti al suo desiderio.
“Nessuno… Non è nessuno..” rispose, turbato da quel lampo di lucidità.
Uscì dimenticando di rimetterle il bavaglio.
“Dinghiliana Dinghilianedda
Su babbu in cappotto ei sa mama in bunnedda
Ei sa pisedda in camisa arrandada
Cappellu in conca e bene apprendada”
II.
All’alba, il contadino attaccò il cavallo a sa karretta e lasciò la sua abitazione alla volta della Giara di Gentruri.
Strada facendo i suoi pensieri erano costantemente rivolti all’infelice donna che aveva sposato cinque anni prima mentre la natura indispettita invano gli mostrava le sue bellezze. Per lui erano solo dei campi più o meno arabili, fecondi, a seconda della loro posizione o della qualità della terra. Quello che ora si estendeva a destra era terra luàttsa, apparentemente buona ma traditrice…
Davanti a lui, il sole estivo cominciava a spuntare sulla linea verde blu dell’altopiano ai cui piedi ancora sonnecchiava il paesetto di Gentruri. Appena varcato il cartello di benvenuto, trovò sulla sinistra il bar del vecchio Tendas indicatogli dalla madre. Fermò la carretta davanti all’ingresso. Tre metri a destra, in una leggera rientranza del muro, a più di un metro di altezza, sfidando le leggi della fisica, qualche animale, un uomo di sicuro no, più probabilmente un cane, non si sa come, vi aveva depositato i propri escrementi. Entrò.
Il bar di Ananìa Tendas era uno di quei locali eternamente votati a consolare le sconfitte elettorali dei suoi clienti, o a festeggiarne le vittorie, essendo, come quasi tutti i bar dei paesini sardi, politicamente schierato. Quando non avevano il privilegio di diventare sezione di partito, e in mancanza di bandiere e di simboli politici da mettere in bella mostra, manifestavano le loro tendenze nei bagni, perlopiù alla turca, dove erano appese a un chiodo, per farne l’uso più dissacrante possibile, delle strisce del giornale degli odiati avversari.
Ananìa Tendas, vedendo entrare l’omone grasso, chiese con tono che avrebbe voluto professionale: “Desidera?”
“Un’informazione”, rispose Seddas.
“Cosa vuole sapere?”, chiese il barista.
“Sto cercando un certo don Barras…”
“Don… E’ meglio non nominarlo quello…”
“E perché?”, si stupì Seddas.
“Il perché lo sanno tutti in paese ed è meglio evitare l’argomento, qui.”
“Ascolti, io sono il figlio di Defenza Piras. Mi ha detto di rivolgermi a lei che mi avrebbe aiutato…”, spiegò Seddas.
“Il figlio di Defenza? E come sta? Bene?”
“Per l’età che ha sta bene. Un po’ di artrosi ma sta bene…”
“E chi non ce l’ha l’artrosi! Allora tu sei Adelfio?”
“No, sono Palmiro. Adelfio è in Gallura.”
“Ascolta, Palmiro, il tuo don Barras lo trovi lungo il sentiero in una pinnetta a circa due chilometri dall’inizio della Giara. Non puoi sbagliare. Se è per quello che penso ti dico solo una cosa: per te sarà dura, molto dura… Ti devi fare coraggio… Tu sai cosa fa don Barras? Lo sai?”
Palmiro Seddas si rattristò. Bevve il suo caffè, salutò con un cenno del capo, uscì dal bar, diede uno sguardo fugace agli escrementi nella rientranza del muro e si avviò verso il suo destino. Alle sue spalle la risata di Tendas.
Madre natura era parecchio distratta quando creò la Giara. Era forse sua intenzione farne la bocca di un immenso vulcano nel quale gettare ladri e assassini o un deserto rovente dove solo i serpenti, gli scorpioni, i demoni e le anime dei dannati potessero vagare i giorni d’inferno, come le era riuscito così bene in altre parti della Sardegna. Ne venne fuori un paradiso in terra, brulicante di una grande varietà di animali, tra i quali il cinghiale, la lepre, la volpe, vari uccelli di palude e il piccolissimo cavallino della Giara che tutt’oggi vive tra i suoi simili allo stato brado. L’altopiano è ricoperto di corbezzoli, mirti, lecci e sughere sotto le quali è bello ripararsi quando i raggi del sole sono spietati e l’aria diventa irrespirabile. Qua e là, alcune domus de janas e qualche rudere nuragico testimoniano che anticamente l’uomo vi ha abitato. Più recentemente, i pastori hanno costruito le loro pinnettas, casette coniche ricoperte di rami in guisa di tetto, dove occasionalmente hanno trovato rifugio banditi armati di moschetto o qualche strano eremita, come ora don Barras.
Palmiro Seddas non era molto distante dal luogo indicatogli da barista di Gentruri. Sapendo dell’esistenza dei cavallini, si guardava intorno nella speranza di scorgerne almeno uno ma niente si mosse nella macchia. Arrivato alla pinnetta di don Barras, scese dalla carretta, avanzò verso l’ingresso della casetta e si fermò aspettando che l’uomo ne uscisse.
“Lei chi è?”, chiese una voce grave dietro di lui. Seddas si voltò. Dietro un muretto a secco, l’esorcista lo fissava dritto negli occhi. Si reggeva su un bastone che poteva improvvisamente tramutarsi in arma. Era un uomo vecchio dietro una lunga barba bianca, di statura media, la maglia e i pantaloni sporchi e laceri dei mendicanti. “Che cosa ci fa qui? Che cosa vuole?” L’omone, che non era abituato a questo tipo di accoglienza, fu sorpreso dal tono ostile del prete.
“Lei è don Barras?”, riuscì a chiedere.
“Perché cerca don Barras? Qui non c’è nessun don Barras!”
“Mi hanno detto che l’avrei trovato qui…”
“Se ne torni da dove è venuto. Don Barras qui non c’è. Se n’è andato. “
Il signor Seddas non rispose. Rassegnato, risalì sulla carretta, fece inversione intorno a una sughera e si fermò davanti all'eremita.
“Come faccio con mia moglie adesso? Don Barras era la mia unica speranza…”
“Che cos’ ha sua moglie?”, chiese l’esorcista.
“Il demonio… E’ posseduta dal demonio…”
“Vengo con lei”, disse l’esorcista sedendosi vicino all’omone.
Puzzava come non era possibile puzzare, come non puzzano neanche le carogne su cui amano rotolarsi i cani.
Destino volle che, proprio sul sentiero che aveva percorso poco prima, si fosse fermata una coppia di cavallini. Quello di dietro era visibilmente un maschio eccitato e le sue intenzioni erano chiare.
Tanto chiare che l’esorcista rideva, forte rideva allarmando una famiglia di gallinelle d’acqua che volò via in un rumoroso battito d’ali.
III.
Le vie di Gentruri sono deserte sotto i colpi del solleone. Cedono all'animazione soltanto la sera quando gli anziani si siedono davanti all'uscio e i più giovani si spingono fino a "prattsa 'e cresia" all'ombra del campanile.
Era mezzogiorno quando la carretta di Palmiro Seddas intraprese l'attraversamento di un paese immobile e vuoto. Ciò nonostante, l'omone sentiva su di loro mille occhi che non si perdevano un istante del loro passaggio, quasi fossero statue di santi i giorni di siccità o dei condannati destinati alla forca. Don Barras non manifestava alcun disagio. Aveva lo sguardo fisso, fiero, e il sorriso della sfida. Seddas non osava guardare oltre la criniera del cavallo e quegli occhi doveva sentirseli addosso ben oltre l'ultima casa del paese.
"Mi spieghi che cos'ha di preciso sua moglie."
"Vola...", rispose Seddas imbarazzato.
"Come sarebbe a dire? Non ho mai sentito niente del genere... ma se è vero quanto afferma un semplice esorcismo non potrà bastare. Ci vorrà più tempo, dei giorni, forse delle settimane, se non dei mesi. Il demone che ha preso possesso del corpo di sua moglie è potente e deve essere combattuto con tutte le forze di cui sono capace. E' possibile che io perda la vita durante l'esorcismo. Un dubbio, un piccolo cedimento e sono perduto. Se questo dovesse accadere dovrete cercare un altro esorcista, uno che sia più giovane e più forte di me. A Bitti c'è un certo Talanas. Chiedete di lui. E' una vera forza della natura... ma potete stare tranquilli, ci sono io e sono forte abbastanza per sconfiggere qualsiasi demone minacci la vostra felicità..."
Seddas non seppe rispondere altro che: "Grazie, don Barras..."
"Non mi deve ringraziare. Io sono fatto così: quando la gente ha bisogno di me una mano la do volentieri." Poi, vedendo un cespuglio di cisto l'esorcista ordinò: "Si fermi un attimo!" Scese dal veicolo e andò immediatamente a nascondersi dietro il cespuglio.
La sua ombra era quella di un treppiede.
Ora che si avvicinavano alla sua azienda, per fortuna un po’ in disparte rispetto all’abitato, a sua volta piccola frazione del paesino di Gonnosmassargia nell’entroterra marmillese, si poneva per Palmiro Seddas il problema dell’umiliazione di essere visto in compagnia di quell’essere ignobile. L’ingresso dal cortile in terra battuta era l’unica soluzione possibile se voleva evitare gli sguardi indiscreti dei suoi compaesani sicuramente appostati davanti a quello principale. La carretta abbandonò quindi la strada bianca per una Kaminera provvisoria tra i campi di grano. Varcato finalmente il portone di ferro battuto i due furono accolti dalla madre di Seddas e da un cane festoso che, sbucato come un fulmine dalla stalla, si precipitò sul padrone.
“A cuccia Putzu!” disse quest’ultimo che tuttavia non sembrava dispiaciuto di essere accolto in quel modo dal suo amico a quattro zampe.
Ma Putzu non ne voleva sapere di andare a cuccia. Dopo avere leccato le sue mani e essersi ben bene strofinato contro le sue gambe, passò ad annusare l’esorcista appena sceso dalla carretta. Agitava freneticamente la coda e cominciò a girare intorno all’uomo come per trovare un varco.
“A cuccia!” urlò di nuovo Palmiro Seddas. Putzu non lo ascoltava. L’unica cosa al mondo che desiderava in quel momento era di ficcare il proprio muso nelle parti più intime e puzzolenti dell’esorcista. Cosa che fece poco prima di ricevere nelle proprie un forte calcio dalla vecchia signora.
“E legalo questo cane!” ordinò al figlio. Palmiro accorse con un guinzaglio di cuoio normalmente destinato a Puxi il pastore fonnese che faceva la guardia alle sue pecore e legò il cane a un lungo chiodo ricurvo piantato nel basso muro di pietre che conteneva il letamaio. Putzu cominciò allora a tirare sul guinzaglio e a guaire di disperazione.
“Dov’è la signora?” chiese don Barras commosso dalla pena del povero animale.
“ Stamane l’avevamo legata al suo letto ma è riuscita a liberarsi e ora passa da una stanza all’altra come un’anima dolente. Poco fa era nella lolla: se ci sbrighiamo forse la troviamo ancora lì”, disse la vecchia signora.
“Andiamo, allora!” disse don Barras dirigendosi verso l’abitazione preceduto dalla vecchia e seguito dall’omone. Passando davanti al letamaio accarezzò Putzu, il quale si calmò e smise di piangere. Proprio mentre Palmiro Seddas stava varcando la soglia della lolla don Barras si voltò tendendo la mano per fermarlo. “Lei è meglio che rimanga qui!”
“Ma…”
“Rimanga qui!” ripeté l’esorcista chiudendo la porta.
Palmiro Seddas si sedette per terra vicino a Putzu e come lui tese l’orecchio.
IV.
Seddas stava in ascolto di ogni rumore venisse da dentro la lolla. Gli pervenivano così forti che gli sembrava di essere pure lui dall’altro lato della porta. Il cigolio della mola che da un’eternità girava su se stessa, lo starnazzare di oche e polli scacciati con un calcio, lo spostamento rumoroso di sedie, la solita canzone della donna che amava.
“Vieni giù!” udì fortemente. “Giuro che se non vieni giù prendo la scopa e ti faccio vedere io!” Erano le solite minacce che la madre rivolgeva alla nuora quando era colma di rabbia impotente davanti all’ondeggiare spensierato della giovane signora. E poi la risata, il tonfo, lo sfogo di una vecchia che odiava profondamente la donna che gli aveva rubato il figlio.
“Lo sai chi è quello? Non lo sai? E ora te lo fa vedere lui chi è.” Poi, rivolto al vecchio esorcista: “Portiamola in camera da letto!”
I rumori si fecero più tenui come indeboliti dalla distanza accresciuta e da una seconda porta chiusa ma erano abbastanza chiari da fare capire quello che stava succedendo.
“Bessinci! Appu nau de nci bessiri! Allora non vuoi uscire? Non vuoi uscire?” gridava l’esorcista con voce potente. “Bessinci o ti fatzu biri deu!”
In risposta, una risata folle, una risata di sfida.
“Vuoi davvero che ti faccia vedere? E’ questo che vuoi?”
“E le faccia vedere!” Questa era la voce della madre. Quanto la odiava la madre. Mai una volta che avesse dimostrato di avere un cuore, un sentimento. Era fatta, la madre, per torcere il collo ai polli e uccidere i conigli, non per provare dei sentimenti.
“E insaras ti fatzu biri deu!” urlò l’esorcista. “Ti faccio vedere io!”
Ci fu un lungo silenzio, che Palmiro Seddas non voleva interpretare, ma che interpretava benissimo…
“Oh, Deuuuu!...” gridò la madre. “Oh, Deuuuu! Allora non sono storie! E’ tutto vero! Ma come è possibile una cosa così? Neanche gli asini ce l’hanno così grande! Già lo credo che con quell’enorme aspersorio i diavoli se ne scappano via! Ma sono tutti così nella Giara? Non sarà che a forza di vivere tra i cavalli a poco a poco diventate come loro?”
“MA MI OLLISI LASSAI SU CULU IN PAXI?” si sentì urlare. Non era la voce della giovane donna o della vecchia e non era neanche quella dell’esorcista. Nella camera da letto c’era un’altra persona. Questa volta Palmiro si decise ad entrare. Spinse la porta della lolla e proprio mentre stava entrando incrociò sulla soglia un ometto alto sì e no un metro e quaranta col costume tipico di Orgosolo. Aveva il naso rosso degli ubriaconi e due piccole corna sulla fronte. Suonava un dillu allegro con le launeddas e ballava procedendo ritmicamente verso il letamaio. Incantato dalla musica Palmiro Seddas lo lasciò passare e altrettanto fece Putzu che lo avrebbe seguito se non fosse stato legato. Forse avrebbe visto sparire per sempre quell’essere straordinario insieme alle sue festose note.
Poi comparve don Barras, accompagnato dalla vecchia.
“E’ stato più facile di quanto pensassi”, disse soddisfatto.
“Ora corra da sua moglie. E’ libera. Il demone che possedeva il suo corpo è uscito da lei.”
Palmiro Seddas che non aveva il coraggio di sostenere lo sguardo del vecchio fissava il pavimento di pietra come se avesse perso qualcosa.
“Non le ho fatto niente, stia tranquillo. Gliel’ho solo fatto vedere… ma era l’unico modo per sconfiggere quell’entità malvagia” spiegò don Barras.
Palmiro, il cuore battente, corse in camera. La moglie, Luigia, ancora troppo debole per potersi alzare dal letto aveva già ritrovato il colorito rosa del suo viso. Sorrideva come non le accadeva da troppo tempo ma non appena il marito la strinse tra le sue braccia esplose in calde e liberatorie lacrime d’amore. In un attimo la camera fu invasa da oche, galline, galli, conigli, un gatto, un maiale, un cavallo, da tutti quegli animali che vivevano nel cortile dei Seddas come una famiglia, stringendosi intorno ai loro padroni che celebravano nei singhiozzi le loro seconde nozze, mentre nella lolla l’asino indifferente al destino degli umani continuava a girare intorno alla sua mola.
Un venticello fresco spazzava il cortile dando un po’ di sollievo al vecchio stanco e affamato, le ombre cominciavano ad allungarsi sulla terra battuta, Putzu, che nel frattempo era riuscito a sguinzagliarsi, riprese a gironzolare intorno a don Barras, la madre di Palmiro a prenderlo a calci.
La vecchia guardò l’esorcista con occhi nuovi… Dopo tanto tempo si affacciò nel suo sguardo l’espressione di un qualcosa che poteva essere un sentimento. Ne era sicura: era l’uomo che da anni aspettava. Troppo a lungo era vissuta da vedova. Gli prese la mano. Lui non oppose resistenza, come se dal primo momento sapesse che sarebbe finita così.
“Quel suo coso, non è che me lo fa vedere ancora una volta?” chiese la vecchia signora.
“Quale coso?” sorrise l’esorcista.
“Quel coso”, precisò la donna.
“Dinghiliana dinghiliana
Tzia Maria nch’est ruta in funtana
E su fizu nch’est rutu in su ludu
muzere bella e maridu corrudu”
La signora Luigia ondeggiava sotto l’alto soffitto della lolla campidanese al ritmo di un dillu che dolcemente cantava mentre il povero marito, in punta di piedi su una sedia impagliata, cercava invano di afferrarla.
“Vieni giù!” urlò Palmiro Seddas.
La moglie proseguì nel canto e nella sua danza aerea indifferente alle suppliche dell’uomo. Vicino a lui, la vecchia madre, una vedova vestita di nero, scarpe da tennis, monosopracciglio, accenno di baffi, espressione severa. Tutt’intorno, delle galline, delle oche grasse, dei conigli, un gatto, un asino grigio che, indolente, da anni girava intorno alla sua mola e il cane Putzu, un meticcio pidocchioso dal pelo lungo e sporco.
“Vieni giù!”, ripeté l’uomo, ma la donna che volteggiava nell’aria era troppo immersa nel dillu per sentirlo.
“Dinghili dinghili Dinghili dou
Ei su babbu si mandigad’un’ou
Ei su fizu atterettantu
Cando ha’ gana intonad’unu cantu
Unu cantu bellu e semper nou
Dinghili dinghili Dinghili dou”
La suocera, gli occhi infuocati dall’ira, ordinò al figlio: “Palmiro, prendi la scopa! Glielo faccio vedere io Dinghili dou!”
A queste parole la signora Luigia scoppiò in una risata isterica, perse il tempo, sbatté contro la grossa trave di legno e cadde sul pavimento di pietre a mezzo metro dalla vecchia signora. Fu immediatamente legata, impacchettata, imbavagliata, portata in camera e assicurata alle sbarre di ferro del proprio letto.
“E’ così che ci ringrazi, porca che non sei altra?” le urlò in faccia la suocera. “Se non fosse stato per mio figlio oggi saresti sposata con un cartoneri e cercavi cartone d’imballaggio in mezzo alla mondezza. Sai che ti dico? Tu hai il peccato in corpo, il diavolo in persona, sì, il diavolo, e c’è una sola persona in Sardegna che possa fartelo uscire: don Barras…”
“No!”, gridò il figlio. “Don Barras no! Quell’uomo non metterà mai i piedi in casa mia!”
“O vai a cercare don Barras o ti tieni tua moglie così com’è. Ti piace vederla volare per le stanze? Vuoi che la gente ti prenda in giro? E’ questo che vuoi? Ma l’hai vista tua moglie?”
“Ma…”, protestò Palmiro Seddas, “lo sai che cosa fa don Barras alle donne? Lui..”
“Sì, che lo so”, l’interruppe la madre. “E allora? Che cosa può fare a una donna sposata?"
Palmiro Seddas, che non si voleva arrendere così facilmente all’evidenza di chiamare don Barras, si aggrappava alla speranza che la moglie fosse solo vittima di malocchio. Rivolgendosi alle persone giuste, anche qui in paese,lei potrebbe guarire…
“Chiamiamo la signora Faedda! Lei sa come si fa. Conosce tutte le mexinas de s’ogu pigau. Ti ricordi quando hanno rubato le pecore di Nanneddu Pitzolu? E’ stata lei a fare il rasu de Sant’Antoni che ha permesso di ritrovarle. Neanche Pitzolu ci credeva ma quando ha ritrovato le sue pecore a s’Acqua Cotta ha dovuto crederci per forza. Pare che la signora Faedda sapesse anche chi le aveva rubate.
“Non farmi ridere”, sbottò la madre. “La signora Faedda al massimo con le sue formulette ti fa sparire i porri della mano, se lo vuoi sapere. La conosco io, quella. A tua moglie non serve una così. Non se ne fa niente del rasu. Mica è una pecora. Lei ha bisogno di un esorcista e don Barras è un esorcista vero.”
La discussione sull’opportunità di introdurre in casa propria un prete depravato si protrasse per tutto il pomeriggio ma alla fine il figlio cedette alle incalzanti argomentazioni della madre.
“Va bene, disse sottovoce, domani lo vado a cercare…”
Cenarono mestamente con gli avanzi del pranzo, a loro volta avanzi del giorno prima: del pane duro, un po’ di pecorino stagionato e un brodino di carne che portarono pure alla signora Luigia la quale, tolto il bavaglio, doveva essere imboccata col cucchiaio. Di questo preferiva occuparsene lui mentre la madre dava da mangiare agli animali e ripuliva un po’ la porcilaia, la stalla e il cortile.
Marito e moglie erano soli in camera. Gli occhi di lui tradivano una profonda sofferenza, quelli di lei solo voglia di canto e di ballo senza coscienza di sé e della vita intorno.
“Chi è don Barras?” gli chiese. Il tono della domanda era quello di una donna presente a se stessa tanto che l’omone fu sorpreso da quelle parole improvvisamente corrispondenti al suo desiderio.
“Nessuno… Non è nessuno..” rispose, turbato da quel lampo di lucidità.
Uscì dimenticando di rimetterle il bavaglio.
“Dinghiliana Dinghilianedda
Su babbu in cappotto ei sa mama in bunnedda
Ei sa pisedda in camisa arrandada
Cappellu in conca e bene apprendada”
II.
All’alba, il contadino attaccò il cavallo a sa karretta e lasciò la sua abitazione alla volta della Giara di Gentruri.
Strada facendo i suoi pensieri erano costantemente rivolti all’infelice donna che aveva sposato cinque anni prima mentre la natura indispettita invano gli mostrava le sue bellezze. Per lui erano solo dei campi più o meno arabili, fecondi, a seconda della loro posizione o della qualità della terra. Quello che ora si estendeva a destra era terra luàttsa, apparentemente buona ma traditrice…
Davanti a lui, il sole estivo cominciava a spuntare sulla linea verde blu dell’altopiano ai cui piedi ancora sonnecchiava il paesetto di Gentruri. Appena varcato il cartello di benvenuto, trovò sulla sinistra il bar del vecchio Tendas indicatogli dalla madre. Fermò la carretta davanti all’ingresso. Tre metri a destra, in una leggera rientranza del muro, a più di un metro di altezza, sfidando le leggi della fisica, qualche animale, un uomo di sicuro no, più probabilmente un cane, non si sa come, vi aveva depositato i propri escrementi. Entrò.
Il bar di Ananìa Tendas era uno di quei locali eternamente votati a consolare le sconfitte elettorali dei suoi clienti, o a festeggiarne le vittorie, essendo, come quasi tutti i bar dei paesini sardi, politicamente schierato. Quando non avevano il privilegio di diventare sezione di partito, e in mancanza di bandiere e di simboli politici da mettere in bella mostra, manifestavano le loro tendenze nei bagni, perlopiù alla turca, dove erano appese a un chiodo, per farne l’uso più dissacrante possibile, delle strisce del giornale degli odiati avversari.
Ananìa Tendas, vedendo entrare l’omone grasso, chiese con tono che avrebbe voluto professionale: “Desidera?”
“Un’informazione”, rispose Seddas.
“Cosa vuole sapere?”, chiese il barista.
“Sto cercando un certo don Barras…”
“Don… E’ meglio non nominarlo quello…”
“E perché?”, si stupì Seddas.
“Il perché lo sanno tutti in paese ed è meglio evitare l’argomento, qui.”
“Ascolti, io sono il figlio di Defenza Piras. Mi ha detto di rivolgermi a lei che mi avrebbe aiutato…”, spiegò Seddas.
“Il figlio di Defenza? E come sta? Bene?”
“Per l’età che ha sta bene. Un po’ di artrosi ma sta bene…”
“E chi non ce l’ha l’artrosi! Allora tu sei Adelfio?”
“No, sono Palmiro. Adelfio è in Gallura.”
“Ascolta, Palmiro, il tuo don Barras lo trovi lungo il sentiero in una pinnetta a circa due chilometri dall’inizio della Giara. Non puoi sbagliare. Se è per quello che penso ti dico solo una cosa: per te sarà dura, molto dura… Ti devi fare coraggio… Tu sai cosa fa don Barras? Lo sai?”
Palmiro Seddas si rattristò. Bevve il suo caffè, salutò con un cenno del capo, uscì dal bar, diede uno sguardo fugace agli escrementi nella rientranza del muro e si avviò verso il suo destino. Alle sue spalle la risata di Tendas.
Madre natura era parecchio distratta quando creò la Giara. Era forse sua intenzione farne la bocca di un immenso vulcano nel quale gettare ladri e assassini o un deserto rovente dove solo i serpenti, gli scorpioni, i demoni e le anime dei dannati potessero vagare i giorni d’inferno, come le era riuscito così bene in altre parti della Sardegna. Ne venne fuori un paradiso in terra, brulicante di una grande varietà di animali, tra i quali il cinghiale, la lepre, la volpe, vari uccelli di palude e il piccolissimo cavallino della Giara che tutt’oggi vive tra i suoi simili allo stato brado. L’altopiano è ricoperto di corbezzoli, mirti, lecci e sughere sotto le quali è bello ripararsi quando i raggi del sole sono spietati e l’aria diventa irrespirabile. Qua e là, alcune domus de janas e qualche rudere nuragico testimoniano che anticamente l’uomo vi ha abitato. Più recentemente, i pastori hanno costruito le loro pinnettas, casette coniche ricoperte di rami in guisa di tetto, dove occasionalmente hanno trovato rifugio banditi armati di moschetto o qualche strano eremita, come ora don Barras.
Palmiro Seddas non era molto distante dal luogo indicatogli da barista di Gentruri. Sapendo dell’esistenza dei cavallini, si guardava intorno nella speranza di scorgerne almeno uno ma niente si mosse nella macchia. Arrivato alla pinnetta di don Barras, scese dalla carretta, avanzò verso l’ingresso della casetta e si fermò aspettando che l’uomo ne uscisse.
“Lei chi è?”, chiese una voce grave dietro di lui. Seddas si voltò. Dietro un muretto a secco, l’esorcista lo fissava dritto negli occhi. Si reggeva su un bastone che poteva improvvisamente tramutarsi in arma. Era un uomo vecchio dietro una lunga barba bianca, di statura media, la maglia e i pantaloni sporchi e laceri dei mendicanti. “Che cosa ci fa qui? Che cosa vuole?” L’omone, che non era abituato a questo tipo di accoglienza, fu sorpreso dal tono ostile del prete.
“Lei è don Barras?”, riuscì a chiedere.
“Perché cerca don Barras? Qui non c’è nessun don Barras!”
“Mi hanno detto che l’avrei trovato qui…”
“Se ne torni da dove è venuto. Don Barras qui non c’è. Se n’è andato. “
Il signor Seddas non rispose. Rassegnato, risalì sulla carretta, fece inversione intorno a una sughera e si fermò davanti all'eremita.
“Come faccio con mia moglie adesso? Don Barras era la mia unica speranza…”
“Che cos’ ha sua moglie?”, chiese l’esorcista.
“Il demonio… E’ posseduta dal demonio…”
“Vengo con lei”, disse l’esorcista sedendosi vicino all’omone.
Puzzava come non era possibile puzzare, come non puzzano neanche le carogne su cui amano rotolarsi i cani.
Destino volle che, proprio sul sentiero che aveva percorso poco prima, si fosse fermata una coppia di cavallini. Quello di dietro era visibilmente un maschio eccitato e le sue intenzioni erano chiare.
Tanto chiare che l’esorcista rideva, forte rideva allarmando una famiglia di gallinelle d’acqua che volò via in un rumoroso battito d’ali.
III.
Le vie di Gentruri sono deserte sotto i colpi del solleone. Cedono all'animazione soltanto la sera quando gli anziani si siedono davanti all'uscio e i più giovani si spingono fino a "prattsa 'e cresia" all'ombra del campanile.
Era mezzogiorno quando la carretta di Palmiro Seddas intraprese l'attraversamento di un paese immobile e vuoto. Ciò nonostante, l'omone sentiva su di loro mille occhi che non si perdevano un istante del loro passaggio, quasi fossero statue di santi i giorni di siccità o dei condannati destinati alla forca. Don Barras non manifestava alcun disagio. Aveva lo sguardo fisso, fiero, e il sorriso della sfida. Seddas non osava guardare oltre la criniera del cavallo e quegli occhi doveva sentirseli addosso ben oltre l'ultima casa del paese.
"Mi spieghi che cos'ha di preciso sua moglie."
"Vola...", rispose Seddas imbarazzato.
"Come sarebbe a dire? Non ho mai sentito niente del genere... ma se è vero quanto afferma un semplice esorcismo non potrà bastare. Ci vorrà più tempo, dei giorni, forse delle settimane, se non dei mesi. Il demone che ha preso possesso del corpo di sua moglie è potente e deve essere combattuto con tutte le forze di cui sono capace. E' possibile che io perda la vita durante l'esorcismo. Un dubbio, un piccolo cedimento e sono perduto. Se questo dovesse accadere dovrete cercare un altro esorcista, uno che sia più giovane e più forte di me. A Bitti c'è un certo Talanas. Chiedete di lui. E' una vera forza della natura... ma potete stare tranquilli, ci sono io e sono forte abbastanza per sconfiggere qualsiasi demone minacci la vostra felicità..."
Seddas non seppe rispondere altro che: "Grazie, don Barras..."
"Non mi deve ringraziare. Io sono fatto così: quando la gente ha bisogno di me una mano la do volentieri." Poi, vedendo un cespuglio di cisto l'esorcista ordinò: "Si fermi un attimo!" Scese dal veicolo e andò immediatamente a nascondersi dietro il cespuglio.
La sua ombra era quella di un treppiede.
Ora che si avvicinavano alla sua azienda, per fortuna un po’ in disparte rispetto all’abitato, a sua volta piccola frazione del paesino di Gonnosmassargia nell’entroterra marmillese, si poneva per Palmiro Seddas il problema dell’umiliazione di essere visto in compagnia di quell’essere ignobile. L’ingresso dal cortile in terra battuta era l’unica soluzione possibile se voleva evitare gli sguardi indiscreti dei suoi compaesani sicuramente appostati davanti a quello principale. La carretta abbandonò quindi la strada bianca per una Kaminera provvisoria tra i campi di grano. Varcato finalmente il portone di ferro battuto i due furono accolti dalla madre di Seddas e da un cane festoso che, sbucato come un fulmine dalla stalla, si precipitò sul padrone.
“A cuccia Putzu!” disse quest’ultimo che tuttavia non sembrava dispiaciuto di essere accolto in quel modo dal suo amico a quattro zampe.
Ma Putzu non ne voleva sapere di andare a cuccia. Dopo avere leccato le sue mani e essersi ben bene strofinato contro le sue gambe, passò ad annusare l’esorcista appena sceso dalla carretta. Agitava freneticamente la coda e cominciò a girare intorno all’uomo come per trovare un varco.
“A cuccia!” urlò di nuovo Palmiro Seddas. Putzu non lo ascoltava. L’unica cosa al mondo che desiderava in quel momento era di ficcare il proprio muso nelle parti più intime e puzzolenti dell’esorcista. Cosa che fece poco prima di ricevere nelle proprie un forte calcio dalla vecchia signora.
“E legalo questo cane!” ordinò al figlio. Palmiro accorse con un guinzaglio di cuoio normalmente destinato a Puxi il pastore fonnese che faceva la guardia alle sue pecore e legò il cane a un lungo chiodo ricurvo piantato nel basso muro di pietre che conteneva il letamaio. Putzu cominciò allora a tirare sul guinzaglio e a guaire di disperazione.
“Dov’è la signora?” chiese don Barras commosso dalla pena del povero animale.
“ Stamane l’avevamo legata al suo letto ma è riuscita a liberarsi e ora passa da una stanza all’altra come un’anima dolente. Poco fa era nella lolla: se ci sbrighiamo forse la troviamo ancora lì”, disse la vecchia signora.
“Andiamo, allora!” disse don Barras dirigendosi verso l’abitazione preceduto dalla vecchia e seguito dall’omone. Passando davanti al letamaio accarezzò Putzu, il quale si calmò e smise di piangere. Proprio mentre Palmiro Seddas stava varcando la soglia della lolla don Barras si voltò tendendo la mano per fermarlo. “Lei è meglio che rimanga qui!”
“Ma…”
“Rimanga qui!” ripeté l’esorcista chiudendo la porta.
Palmiro Seddas si sedette per terra vicino a Putzu e come lui tese l’orecchio.
IV.
Seddas stava in ascolto di ogni rumore venisse da dentro la lolla. Gli pervenivano così forti che gli sembrava di essere pure lui dall’altro lato della porta. Il cigolio della mola che da un’eternità girava su se stessa, lo starnazzare di oche e polli scacciati con un calcio, lo spostamento rumoroso di sedie, la solita canzone della donna che amava.
“Vieni giù!” udì fortemente. “Giuro che se non vieni giù prendo la scopa e ti faccio vedere io!” Erano le solite minacce che la madre rivolgeva alla nuora quando era colma di rabbia impotente davanti all’ondeggiare spensierato della giovane signora. E poi la risata, il tonfo, lo sfogo di una vecchia che odiava profondamente la donna che gli aveva rubato il figlio.
“Lo sai chi è quello? Non lo sai? E ora te lo fa vedere lui chi è.” Poi, rivolto al vecchio esorcista: “Portiamola in camera da letto!”
I rumori si fecero più tenui come indeboliti dalla distanza accresciuta e da una seconda porta chiusa ma erano abbastanza chiari da fare capire quello che stava succedendo.
“Bessinci! Appu nau de nci bessiri! Allora non vuoi uscire? Non vuoi uscire?” gridava l’esorcista con voce potente. “Bessinci o ti fatzu biri deu!”
In risposta, una risata folle, una risata di sfida.
“Vuoi davvero che ti faccia vedere? E’ questo che vuoi?”
“E le faccia vedere!” Questa era la voce della madre. Quanto la odiava la madre. Mai una volta che avesse dimostrato di avere un cuore, un sentimento. Era fatta, la madre, per torcere il collo ai polli e uccidere i conigli, non per provare dei sentimenti.
“E insaras ti fatzu biri deu!” urlò l’esorcista. “Ti faccio vedere io!”
Ci fu un lungo silenzio, che Palmiro Seddas non voleva interpretare, ma che interpretava benissimo…
“Oh, Deuuuu!...” gridò la madre. “Oh, Deuuuu! Allora non sono storie! E’ tutto vero! Ma come è possibile una cosa così? Neanche gli asini ce l’hanno così grande! Già lo credo che con quell’enorme aspersorio i diavoli se ne scappano via! Ma sono tutti così nella Giara? Non sarà che a forza di vivere tra i cavalli a poco a poco diventate come loro?”
“MA MI OLLISI LASSAI SU CULU IN PAXI?” si sentì urlare. Non era la voce della giovane donna o della vecchia e non era neanche quella dell’esorcista. Nella camera da letto c’era un’altra persona. Questa volta Palmiro si decise ad entrare. Spinse la porta della lolla e proprio mentre stava entrando incrociò sulla soglia un ometto alto sì e no un metro e quaranta col costume tipico di Orgosolo. Aveva il naso rosso degli ubriaconi e due piccole corna sulla fronte. Suonava un dillu allegro con le launeddas e ballava procedendo ritmicamente verso il letamaio. Incantato dalla musica Palmiro Seddas lo lasciò passare e altrettanto fece Putzu che lo avrebbe seguito se non fosse stato legato. Forse avrebbe visto sparire per sempre quell’essere straordinario insieme alle sue festose note.
Poi comparve don Barras, accompagnato dalla vecchia.
“E’ stato più facile di quanto pensassi”, disse soddisfatto.
“Ora corra da sua moglie. E’ libera. Il demone che possedeva il suo corpo è uscito da lei.”
Palmiro Seddas che non aveva il coraggio di sostenere lo sguardo del vecchio fissava il pavimento di pietra come se avesse perso qualcosa.
“Non le ho fatto niente, stia tranquillo. Gliel’ho solo fatto vedere… ma era l’unico modo per sconfiggere quell’entità malvagia” spiegò don Barras.
Palmiro, il cuore battente, corse in camera. La moglie, Luigia, ancora troppo debole per potersi alzare dal letto aveva già ritrovato il colorito rosa del suo viso. Sorrideva come non le accadeva da troppo tempo ma non appena il marito la strinse tra le sue braccia esplose in calde e liberatorie lacrime d’amore. In un attimo la camera fu invasa da oche, galline, galli, conigli, un gatto, un maiale, un cavallo, da tutti quegli animali che vivevano nel cortile dei Seddas come una famiglia, stringendosi intorno ai loro padroni che celebravano nei singhiozzi le loro seconde nozze, mentre nella lolla l’asino indifferente al destino degli umani continuava a girare intorno alla sua mola.
Un venticello fresco spazzava il cortile dando un po’ di sollievo al vecchio stanco e affamato, le ombre cominciavano ad allungarsi sulla terra battuta, Putzu, che nel frattempo era riuscito a sguinzagliarsi, riprese a gironzolare intorno a don Barras, la madre di Palmiro a prenderlo a calci.
La vecchia guardò l’esorcista con occhi nuovi… Dopo tanto tempo si affacciò nel suo sguardo l’espressione di un qualcosa che poteva essere un sentimento. Ne era sicura: era l’uomo che da anni aspettava. Troppo a lungo era vissuta da vedova. Gli prese la mano. Lui non oppose resistenza, come se dal primo momento sapesse che sarebbe finita così.
“Quel suo coso, non è che me lo fa vedere ancora una volta?” chiese la vecchia signora.
“Quale coso?” sorrise l’esorcista.
“Quel coso”, precisò la donna.
martedì 24 agosto 2010
La mia estate con Fuffy
Ormai è trascorsa una settimana e tutti conoscono Fuffy. Tutte le mattine si ferma davanti a ognuna delle 128 case del villaggio-vacanze. Vi trova ogni volta un piattino di plastica con circa 100 ml di latte. La sera, nuovo giro ma il piattino contiene invariabilmente 50 grammi di pasta e 50 grammi di carne o di pesce. Per semplificare diciamo 25 grammi di carne e 25 grammi di pesce. La stagione turistica del villaggio va da fine maggio a fine settembre per un totale di 119 giorni. In quell’arco di tempo possiamo calcolare che al gatto Fuffy vengono presentati 128 X 100 ml di latte al giorno, ossia 12,8 litri che per l’intera stagione diventano 1523,2 litri, quindi 297,5 chili di carne, 297,5 chili di pesce e 595 chili di pasta: quasi quanto il rifornimento di una nave da crociera per una settimana.
Ma a lui sembra non bastare mai. Fuffy guarda i bambini negli occhi, che diventano vitrei e inespressivi, poi, compiaciuto, osserva la successione degli eventi: i bambini si voltano, si dirigono verso casa, entrano, aprono il frigorifero e si trasformano in ladri. Uscendo mentono pure alla mamma. E sono fette grandi di salame, dei filetti di merluzzo, di platessa o di pangasio. Lo fa anche con i grandi ma per poco tempo, quello di portargli un quarto di bue, un pesce spada, un’orca assassina. Fuffy non mangia. La mascotte del villaggio non mangia mai. Tutt’al più assaggia.
Eh, no! Così non si fa! In via degli allori i nuovi arrivati stanno facendo il gioco sporco. Non hanno ancora disfatto le valigie che già impanano e friggono le alici. E’ normale che Fuffy stia lì e non da noi! Le alici fanno una puzza che se non ci stai attento ti ritrovi in casa tutte le cornacchie, i corvi, i gabbiani, i gatti e i topi oltre alle formiche e gli scarafaggi del circondario. Speriamo che commettano l’errore di fargli prima assaggiare un’alice fritta e poi di offrirgli un piattino con le teste e le lische, così non ne mangia. Detto fatto. Ma come si fa! Neanche nei cartoni animati i gatti mangiano le teste e le lische dei pesci!
“Fuffy, vieni!”
Fuffy viene.
“Insalata di polpo?”
Sì, insalata di polpo.
Che strano, finora nessuno si è chiesto “ma dove dorme Fuffy?” Il bimbo del 5 via delle Brughiere sicuramente no. Lo sa benissimo che dorme in camera sua nonostante il divieto, prima assoluto poi sempre più blando, dei genitori. Il bimbo del 6 se ne accorge e subito dichiara: “Micio vuole bene a me!”
“Prima di tutto,” replica il rivale, “non si chiama Micio ma Rusty e lui vuole bene a me!”
“Ah, sì?”
“Sì!”
“Allora chiediamolo a lui a chi vuole bene!”
“I gatti non parlano!”
“Noi abitiamo uno di fronte all’altro. Lo mettiamo in mezzo: se viene da te, vuole bene a te, se viene da me, vuole bene a me. Ci stai?”
“Ci sto!”
Fuffy viene messo nella terra di nessuno tra le due case poi i due contendenti indietreggiano fino alle rispettive terrazze.
“Micio!”
“Rusty!”
“Micio!”
“Rusty!”
Fuffy guarda a destra e a sinistra ma non si muove. Lo chiamano a lungo ma il gatto sta fermo lì. I bimbi cominciano allora a entrare e uscire da casa portando ogni volta in terrazza dei bicchieri e dei piattini di plastica colmi di ogni prelibatezza: una bistecca ai ferri, delle polpette al sugo, una frittata di cipolle, un dentice, un’orata, delle anguille, una razza, un calamaro gigante, un mostro del Lock Ness, un prosciutto san Daniele. I frigoriferi vengono svuotati, le dispense saccheggiate, le cambuse messe a ferro e a fuoco.
Fuffy, che vuole bene sia all’uno che all’altro, non tocca niente e semplicemente se ne va.
“Fuffy non c’è più! Se n’è andato via!”
I bambini piangono quando non vedono più Fuffy. Da via delle mimose a via delle Rose, da via del Mirto a via dei Corbezzoli, sono sospiri, pianti e lacrimoni disperati. E’ lutto cittadino, è mesta litania. Fuffy non c’è più, se n’è andato via.
Hanno smesso di cercarlo, non lo chiamano più. Per ogni evenienza, per remota possibilità, i bambini tornano in cucina e davanti ai genitori ammutoliti davanti al loro dolore, che non si oppongono più, chi sceglie un muggine, chi del salmone, chi del capitone marinato, chi anelli di calamaro, portano le loro offerte fuori in terrazza, davanti alle porte che lasciano socchiuse, rivolgono lo sguardo al cielo e vanno a nanna mormorando una preghiera.
“Mamma, Fuffy è tornato!”
I bambini ridono quando torna Fuffy. Da via della Mimose a via delle Rose, da via del Mirto a via dei Corbezzoli, sono risa, sospiri e lacrime di gioia. E’ festa cittadina, è grande allegria. Fuffy è tornato e non andrà mai più via.
A pensarci bene Tigre non è un nome da gatto e neanche tanto adatto a una femmina. Così la bimba di via delle camelie vedendo il gatto, la gatta ormai, dietro un cespuglio di mirto, mentre allatta i suoi gattini. E’ deciso, si chiamerà Bella. Per i gattini è troppo presto per dare loro un nome ma ci penserà più tardi.
E’ l’unica persona del villaggio a sapere che Fuffy è una femmina e per ora decide di mantenere il segreto. Niente da lei trapelerà, neanche un vago accenno, lo giuro giuro giuro se io parlo sono spergiuro. Perché poi tacere una cosa del genere? Ma che segreto è? Non sa darsi una risposta ragionevole ma le piace tanto l’idea di avere un segreto tutto per sé, specialmente ora che Tigre, Micio, Rusty o Fuffy che sia è nuovamente dato per disperso. Mentre gli altri bimbi portano i piattini in terrazza lei porta il suo dietro il cespuglio. Che bello essere l’unica persona nel villaggio a sapere della gatta e ad accarezzare i suoi gattini! Ma un tale segreto è un terribile fardello che le sue gracili spalle non sono più in grado di sostenere.
“Tigre è femmina!” dice alla mamma.
“No, Tigre è un maschio, te l’assicuro!”
“E invece è una femmina. L’ho vista con i gattini!”
Accompagna la madre perplessa fin dietro il cespuglio.
“Vedi che è femmina!”
“Ma quella non è Tigre! Eccolo Tigre!”
Il gatto che tutti cercano se ne sta tornando dalla sua famiglia. Dalla bocca penzola un’aringa affumicata da cui emana un forte odore di putrido. La posa delicatamente davanti alla sua femmina e divide con lei il pasto serale.
Tanto fa, tanto insiste la bimba che la madre si reca in paese e torna con quindici chili di aringhe affumicate. Domani, ci potete scommettere, butteranno via il frigorifero.
Le vacanze sono finite per Giulio il bimbo del 30 via delle Ortensie. Domani va via e non vedrà più Fuffy. Bussa a casa di Francesco il suo vicino.
“Mi raccomando”, dice, “dategli da mangiare. Miki va matto per lo sgombro al naturale. Ti ho portato le cento scatolette che ha comprato la mamma. Se mi aiuti un attimo… Per un po’ dovrebbero bastare ma dopo ci dovrete pensare voi.”
“Stai tranquillo,” risponde Francesco, “Cicci non morirà di fame. La mamma ha già comprato venti chili di baccalà e in più abbiamo i venti chili che ci ha lasciato Andrea che se n’è andato la settimana scorsa.”
“Voi quando ve ne andate?”
“Il 21.”
“Allora dovrete trovare a chi lasciarlo come ho fatto io.”
“Non ti preoccupare, conosco uno che va via il 28. Lo lascerò a lui.”
“E assicurati che abbia da mangiare.”
Le settimane passeranno e il gatto Fuffy, partenza dopo partenza, sarà affidato alle famiglie che ancora resteranno e ogni volta verrà consegnata, oltre al gatto, un'abbondante scorta di viveri per la sua sopravvivenza. L’ultimo ad andarsene sarà quello del 21 via dei Cicas il quale non potrà fare altro che lasciarlo al custode, un certo Ernesto. Lui non va mai via. Vive là. Stiperà in casa il resto di 128 frigoriferi e di altrettante dispense più il cibo comprato a ogni partenza. Saranno tonnellate e tonnellate di aringhe affumicate, sardine, alici, muggini, bottarghe, sarde, salmoni, orate, dentici, baccalà, sgombri, polpi, seppie, merluzzo, razze, mangiatutto, burride liguri, anguille, sogliole, palombi, cernie, rombi, spigole, pesci gatto, cane e spada. Ma poi si ricorderà di tutti gli animali che vengono abbandonati lungo le strade, nelle vie delle città, dei paesi, gatti, cani che nessuno vuole, che nessuno accarezza e nutre più. Riempirà una cesta per volta e, seguito da Fuffy e la sua famigliola, se ne andrà per san Teodoro, per Budoni, per le vie di Olbia, a ricomporre il suo esercito di soldati affamati a cui per un po’, per troppo poco, farà dimenticare le mani indegne di chi un tempo li coccolava.
Giulio dà un’ultima carezza al gatto e tristemente se ne va. Fuffy lo guarda mentre s’allontana ma è subito distratto dalle promesse di un allegro rumore di piatti.
mercoledì 4 agosto 2010
Campo di battaglia
Il nostro elicottero, un Agusta A129 Mangusta, si era appena addentrato in territorio nemico. La nostra missione consisteva nel distruggere le postazioni avanzate segnalate da un nostro pilota spia. Un obiettivo a quando pare molto importante per le sorti della guerra. A missione compiuta li avremmo costretti alla resa e in poche settimane saremmo tornati tutti quanti a casa. Da lì a poco avremmo scritto la storia. A bordo del velivolo c’era un piccolo campione d’Italia con un napoletano, un sardo, un friulano, un siciliano e io che sono abruzzese, un po’ come in certe barzellette, solo che lì si faceva sul serio.
Chi soldato non è ignora che uno degli effetti della paura è che la tua mente, specialmente nei momenti di massima tensione e del maggior pericolo, riesce a portarti in dimensioni paradossalmente opposte rispetto a quanto si sta vivendo. I miei soldati parlavano niente meno che di roba da mangiare, di come le loro mogli cucinano, dei pranzetti che avrebbero preparato al loro ritorno, delle forchettate di spaghetti al sugo, delle frittate di cipolle…
Mentre sorvolavamo un campo sul quale pascolavano pacifiche alcune pecore magre, Spissu, il sardo, s’esclamò: “Ma qui è pieno d’asparagi!” E tutti a scrutare il suolo. “E’ vero!”, gli fece eco il napoletano.
In men che si dica si paracadutarono tutti sul campo e, senza neanche ripiegare il loro paracadute, si misero a cogliere gli asparagi.
La missione fallì e i miei compagni furono catturati. Questo è quello che so e quanto ho riferito ai miei superiori.
Domani partiamo in missione di soccorso e nell’elicottero ci saranno un napoletano, un sardo, un friulano, un siciliano e io che sono abruzzese.
Chi soldato non è ignora che uno degli effetti della paura è che la tua mente, specialmente nei momenti di massima tensione e del maggior pericolo, riesce a portarti in dimensioni paradossalmente opposte rispetto a quanto si sta vivendo. I miei soldati parlavano niente meno che di roba da mangiare, di come le loro mogli cucinano, dei pranzetti che avrebbero preparato al loro ritorno, delle forchettate di spaghetti al sugo, delle frittate di cipolle…
Mentre sorvolavamo un campo sul quale pascolavano pacifiche alcune pecore magre, Spissu, il sardo, s’esclamò: “Ma qui è pieno d’asparagi!” E tutti a scrutare il suolo. “E’ vero!”, gli fece eco il napoletano.
In men che si dica si paracadutarono tutti sul campo e, senza neanche ripiegare il loro paracadute, si misero a cogliere gli asparagi.
La missione fallì e i miei compagni furono catturati. Questo è quello che so e quanto ho riferito ai miei superiori.
Domani partiamo in missione di soccorso e nell’elicottero ci saranno un napoletano, un sardo, un friulano, un siciliano e io che sono abruzzese.
Iscriviti a:
Post (Atom)


