La parola “iniziazione” è una di quelle che mettono paura e io una certa paura ce l’ho. Non per cose serie, questo no, ma piuttosto per delle piccole inezie che comportano delle grandi responsabilità.
Io rispetto ai miei suoceri, sono quello che nei giornaletti del capitan Miki avrebbero definito un “gringo” nel senso che loro sono napoletani e io no. Quando durante le ferie mi capita di essere ospitato a casa loro avvengono delle cose curiose che vi voglio raccontare. Tutte le mattine, appena alzato, sono solito prepararmi il caffè. A casa mia però. Lì, invece, quando mi alzo mi accorgo che i miei suoceri mi hanno preceduto da un pezzo. Sento nell’aria un celestiale profumo di caffè che proviene dalla cucina la cui porta rimane chiusa. Ora, è proprio questo il problema: quando preparano il caffè chiudono sempre la porta. Me ne sto alcuni minuti ad aspettare in sala che il rito si compia fino a quando la porta non si apre e mi servono in una tazzina quello che chiamano con deferenza mista a meraviglia “O’ cafè”. Apparentemente non ci sono misteri: sul fornello spento la solita moka tre tazze e niente più. Ma sono più che sicuro che quando la porta si apre ogni indizio sia stato rimosso.
Credo tuttavia di essere in qualche modo fortunato. Mi spiego. Al piano di sotto c’è un gringo che come me subisce l’allontanamento dalla fucina del mistero. Addirittura aspetta sul pianerottolo che tutto sia pronto. L'altro giorno, vedendolo per l'ennesima volta seduto sulle scale, sconsolato, mi sono fatto coraggio e gli ho rivolto la parola. Mi ha raccontato di uno che aspetta in macchina e di un altro che viene sistematicamente bendato. Io che rimango davanti alla cucina, mi ha detto, è raro e vuol dire solo una cosa: che si fidano e che un bel giorno avrò il diritto di entrarvi perché si avvicina per me il giorno della grande iniziazione e mi devo preparare.
Non avevo mai considerato la cosa in quest'ottica. Voi cosa pensate che mi succederà?
Avessi detto "moscone", avrei capito, ma non l'ho detto, e se l'ho detto non me lo ricordo.
martedì 5 luglio 2011
martedì 28 giugno 2011
Bagagli
Un tempo le valigie degli emigrati sardi, nonostante il divieto assoluto affisso all’ingresso delle dogane, venivano riempite di ogni ben di Dio, tra cui le nostre migliori salsicce, interi agnelli o maialetti cotti, o da cuocere e ancora avvolti nella carta oleata della macelleria. Non mancavano le forme di formaggio, le bottiglie di buon vino, di Villacidro o di Marsala che invariabilmente si rompevano prima di arrivare a destinazione. Ma i doganieri chiudevano sempre un occhio e si accedeva sul ponte della nave tirando ogni volta un gran sospiro di sollievo.
Oggi, la parola “emigrato” non fa più parte del nostro vocabolario, il sottovuoto ha quasi del tutto sostituito la carta oleata e l’aereo la nave, ma il traffico è sempre quello. E se nei porti continuano a non degnarti neanche di un’occhiata, in aeroporto, l’addetto ai controlli radiogeni dei bagagli da stiva, ilare, vede sfilare sul nastro trasportatore intere greggi di agnelli, famiglie di maiali e maialetti al gran completo, abilmente adagiate tra gli indumenti intimi e i maglioni. E sono salsicce di Irgoli, trecce e trattalias, casizoli di Santulussurgiu, seadas ancora congelate, bottiglie d’olio di Ittiri, di Mirto o di Nepente di Oliena.
E ogni volta lo stesso sospiro di sollievo.
venerdì 24 giugno 2011
Samatza Croccada
Ci sono dei paesi immobili per l'eternità. Il mio, a detta dei miei compaesani, è uno di questi: mai nulla vi è successo e mai nulla vi succederà.
La realtà è ben diversa. Ne sono successe di cose ma non tutti se ne accorgono, e di queste vi voglio parlare.
Un tempo, nei pomeriggi lunghi e caldi dell'estate, i giovani si radunavano all’uscita del paesino di Samatza e, discorrendo discorrendo, allungavano il passo fino all’ingresso di Croccada dove passeggiavano le coppiette e le ragazze da marito. Strada facendo, salutavano i ragazzi di Croccada, i quali andavano a loro volta a corteggiare le ragazze di Samatza. Era così da sempre: i giovani di Samatza sposavano poi le ragazze di Croccada e quelli di Croccada le ragazze di Samatza.
Le nuove famiglie lasciavano il tetto paterno e costruivano casa lungo la strada che collegava i due paesi. Samatza e Croccada si svuotarono progressivamente dei loro abitanti prima di essere definitivamente abbandonati. Una leggenda dice che l’attuale paese di Samatza Croccada sia stato costruito con le pietre delle rovine dei due paesi.
Oggi, quando i giovani del paese si sposano, si fanno la casa in periferia, riportando le pietre degli antichi villaggi là dove abitavano i loro antenati, e quando anche l’ultima pietra sarà rimessa al suo posto di Samatza Croccada rimarrà soltanto un vago ricordo.
La realtà è ben diversa. Ne sono successe di cose ma non tutti se ne accorgono, e di queste vi voglio parlare.
Un tempo, nei pomeriggi lunghi e caldi dell'estate, i giovani si radunavano all’uscita del paesino di Samatza e, discorrendo discorrendo, allungavano il passo fino all’ingresso di Croccada dove passeggiavano le coppiette e le ragazze da marito. Strada facendo, salutavano i ragazzi di Croccada, i quali andavano a loro volta a corteggiare le ragazze di Samatza. Era così da sempre: i giovani di Samatza sposavano poi le ragazze di Croccada e quelli di Croccada le ragazze di Samatza.
Le nuove famiglie lasciavano il tetto paterno e costruivano casa lungo la strada che collegava i due paesi. Samatza e Croccada si svuotarono progressivamente dei loro abitanti prima di essere definitivamente abbandonati. Una leggenda dice che l’attuale paese di Samatza Croccada sia stato costruito con le pietre delle rovine dei due paesi.
Oggi, quando i giovani del paese si sposano, si fanno la casa in periferia, riportando le pietre degli antichi villaggi là dove abitavano i loro antenati, e quando anche l’ultima pietra sarà rimessa al suo posto di Samatza Croccada rimarrà soltanto un vago ricordo.
lunedì 6 giugno 2011
La mia prima volta in TV
Mai stato in televisione? Beh, sì, una volta ma mi è bastato per il resto dei miei giorni.
Era tanto tempo fa – non avevo ancora famiglia e portavo i baffi – all'occasione di una fiera paesana nella quale erano convenuti molti agricoltori della zona a proporre i loro prodotti. Preciso che non ho niente a che vedere con l'agricoltura e che ci andai per curiosità tanto per farmi un giro quella domenica. Era una fiera direi standard con difficoltà di parcheggio, volantinaggio all’ingresso, assaggi volanti, trattori, animali vaganti, stand e bancarelle. Circolando tra queste non seppi resistere a una bella cassetta di cipolle che costavano poco e niente. Pensandoci bene mi chiedo ora cosa ne potevo fare di una cassetta di cipolle visto che non andavo matto per tale ortaggio. Altri tempi, altri ragionamenti. Mi beccarono sul fatto quelli di Telenova. Telecamera e microfono puntati. Parte l'intervista. Subito interrotta. Mi chiesero se potevo mettermi la cassetta in spalla e non seppi dire di no anche se al momento non avevo capito il motivo di tale richiesta. Si riparte e seconda interruzione: questa volta mi misero in braccio un sacco di patate gentilmente prestato dal contadino di una bancarella vicina. Riparte l’intervista con terza interruzione: “Scusi, ma lei il sardo lo sa parlare?” “Sì”, risposi. “Ha niente in contrario se le facciamo l’intervista in sardo?” Al punto in cui mi trovavo potevo solo accettare. Per non portarvi alla lunga, tra un interruzione e l’altra mi ritrovai con una cassa di cipolle in spalla, un sacco di patate in braccio, un paio di stivali in gomma ai piedi e in groppa a un asinello grigio: non vi dico il successo il giorno dopo con i miei alunni.
Era tanto tempo fa – non avevo ancora famiglia e portavo i baffi – all'occasione di una fiera paesana nella quale erano convenuti molti agricoltori della zona a proporre i loro prodotti. Preciso che non ho niente a che vedere con l'agricoltura e che ci andai per curiosità tanto per farmi un giro quella domenica. Era una fiera direi standard con difficoltà di parcheggio, volantinaggio all’ingresso, assaggi volanti, trattori, animali vaganti, stand e bancarelle. Circolando tra queste non seppi resistere a una bella cassetta di cipolle che costavano poco e niente. Pensandoci bene mi chiedo ora cosa ne potevo fare di una cassetta di cipolle visto che non andavo matto per tale ortaggio. Altri tempi, altri ragionamenti. Mi beccarono sul fatto quelli di Telenova. Telecamera e microfono puntati. Parte l'intervista. Subito interrotta. Mi chiesero se potevo mettermi la cassetta in spalla e non seppi dire di no anche se al momento non avevo capito il motivo di tale richiesta. Si riparte e seconda interruzione: questa volta mi misero in braccio un sacco di patate gentilmente prestato dal contadino di una bancarella vicina. Riparte l’intervista con terza interruzione: “Scusi, ma lei il sardo lo sa parlare?” “Sì”, risposi. “Ha niente in contrario se le facciamo l’intervista in sardo?” Al punto in cui mi trovavo potevo solo accettare. Per non portarvi alla lunga, tra un interruzione e l’altra mi ritrovai con una cassa di cipolle in spalla, un sacco di patate in braccio, un paio di stivali in gomma ai piedi e in groppa a un asinello grigio: non vi dico il successo il giorno dopo con i miei alunni.
venerdì 3 giugno 2011
Il mio alter ego
Il mio alter ego non l'ho mai visto ma c'è gente che giura di averlo incontrato dall'altra parte della città. Mi hanno pure detto il suo nome perché si tratta di un noto bombolaio. “Perché non vai a trovarlo?” mi chiedono con sempre maggiore insistenza. Ma io - sapete come sono fatto - ho una certa reticenza ad andare da lui perché sono sicuro che mi rassomigli ma temo di ritrovarmi con la mia caricatura, o peggio ancora di essere la sua di caricatura. Avete presente quegli incontri combinati tanto per farsi una bella risata alle spalle degli altri? Allora mi dico "ognuno al suo posto che è meglio così". Me ne rimango qui, a distanza, sicuro che lui farà altrettanto. E ti pareva che proprio ora non bussavano alla porta…
sabato 7 maggio 2011
Pescivendole
“O ‘jente chi vole pesciiii? Ma chi mazzardi!”
Quando sentiva quel grido, Sassegnu, il mio gatto tigrato, mi guardava con aria di supplica, poi si strofinava contro la mia gamba e cominciava a miagolare ininterrottamente. Tanto faceva che dovevo aprirgli la porta.
“E teniteli sti gatti!” Era una delle due pescivendole vestite di nero che aveva appena posato l’enorme cesta rotonda piena di pesci che portava in equilibrio sulla testa e la faceva sembrare a un piccolo messicano sotto il suo sombrero. Le due ceste di vimini erano disposte su un muretto ai lati della fontana dove la seconda pescivendola si lavava le mani e risciacquava due coltellacci che immaginavo già affilati ma che continuava ad affilare ulteriormente sfregando le due lame l’una contro l’altra. L’esercito di gatti che circondavano la pescheria ambulante non considerava questa operazione come una minaccia, anche perché le due signore sorridevano e non sembravano affatto dispiaciute della loro presenza. Forse i gatti erano un po’ troppi, ecco tutto. Trenta, forse quaranta, alcuni del vicinato, altri provenienti da quartieri più lontani, tutti richiamati dalla scia di odore che il pesce inevitabilmente lascia al suo passaggio. Ai posti d’onore, i più grossi, tra cui Sassegnu, uno dei più temuti e rispettati a causa del suo aspetto da filibustiere, dietro, dei gatti dall’aspetto meno minaccioso, che probabilmente passavano la vita sopra le ginocchia dei loro padroni, e dietro ancora, i più timorosi, alcuni solo intenti a giocare tra di loro. Le donne del vicinato circondavano a loro volta le ceste, disperdendo per un attimo i felini, e cominciavano a chiedere il prezzo del mazzardo, o del polpo, oppure della zuppa di pesci. Fingevano di trovare tutto caro ma alla fine compravano sempre, anche perché cosa vuoi che facciano il venerdì se non i pesci? E poi c’erano quei pesci di scoglio, ottimi per la zuppa di pesce, che non costavano niente. Le pescivendole parlavano a voce alta, un po’ per rispondere alle domande delle loro clienti, un po’ per farsi sentire dalle donne distratte o da chi preferiva rimanersene dietro le gelosie. Mentre parlavano mettevano sul piatto di una vecchia stadera tre o quattro pesci per volta, facevano scivolare il peso sull’asta, attendevano un attimo che la bilancia fosse in equilibrio e dichiaravano: “Buon peso!”. Poi prendevano alcuni mazzardi per la coda, li poggiavano su un foglio di giornale bello aperto e gli facevano il trattamento completo: con lo stesso coltello gli toglievano le squame da una parte e dall’altra, lo sventravano, lo risciacquavano sotto la fontana , lo incartavano e consegnavano il tutto alle clienti che si facevano un piacere di pagare con un biglietto che ancora non aveva odore. Poi prendevano il foglio di giornale pieno di squame e di viscere e lo offrivano ai gatti che aspettavano frementi. Era il momento preferito del mio Sassegnu il quale dimostrava ulteriormente che i gradi se li era meritati. In un attimo spariva tutto. Le pescivendole dovevano solo allontanare qualche gatto che ancora leccava il foglio, appallottolare quello che ne restava e buttarlo nel secchio dei rifiuti più vicino. Si lavavano le mani, risciacquavano i coltelli e la stadera, che disponevano nella cesta , poi si rimettevano la cesta in testa e partivano per fare tappa alla prossima fontana a trenta, quaranta metri più lontano.
“O ‘jente chi vole pesciiii? Ma chi mazzardi!”
I gatti, questa volta erano proprio quaranta, forse cinquanta. Si dice che quando facevano rientro al porto i gatti fossero almeno cento e che una cosa era certa: lì di topi non ce n’erano.
Quando sentiva quel grido, Sassegnu, il mio gatto tigrato, mi guardava con aria di supplica, poi si strofinava contro la mia gamba e cominciava a miagolare ininterrottamente. Tanto faceva che dovevo aprirgli la porta.
“E teniteli sti gatti!” Era una delle due pescivendole vestite di nero che aveva appena posato l’enorme cesta rotonda piena di pesci che portava in equilibrio sulla testa e la faceva sembrare a un piccolo messicano sotto il suo sombrero. Le due ceste di vimini erano disposte su un muretto ai lati della fontana dove la seconda pescivendola si lavava le mani e risciacquava due coltellacci che immaginavo già affilati ma che continuava ad affilare ulteriormente sfregando le due lame l’una contro l’altra. L’esercito di gatti che circondavano la pescheria ambulante non considerava questa operazione come una minaccia, anche perché le due signore sorridevano e non sembravano affatto dispiaciute della loro presenza. Forse i gatti erano un po’ troppi, ecco tutto. Trenta, forse quaranta, alcuni del vicinato, altri provenienti da quartieri più lontani, tutti richiamati dalla scia di odore che il pesce inevitabilmente lascia al suo passaggio. Ai posti d’onore, i più grossi, tra cui Sassegnu, uno dei più temuti e rispettati a causa del suo aspetto da filibustiere, dietro, dei gatti dall’aspetto meno minaccioso, che probabilmente passavano la vita sopra le ginocchia dei loro padroni, e dietro ancora, i più timorosi, alcuni solo intenti a giocare tra di loro. Le donne del vicinato circondavano a loro volta le ceste, disperdendo per un attimo i felini, e cominciavano a chiedere il prezzo del mazzardo, o del polpo, oppure della zuppa di pesci. Fingevano di trovare tutto caro ma alla fine compravano sempre, anche perché cosa vuoi che facciano il venerdì se non i pesci? E poi c’erano quei pesci di scoglio, ottimi per la zuppa di pesce, che non costavano niente. Le pescivendole parlavano a voce alta, un po’ per rispondere alle domande delle loro clienti, un po’ per farsi sentire dalle donne distratte o da chi preferiva rimanersene dietro le gelosie. Mentre parlavano mettevano sul piatto di una vecchia stadera tre o quattro pesci per volta, facevano scivolare il peso sull’asta, attendevano un attimo che la bilancia fosse in equilibrio e dichiaravano: “Buon peso!”. Poi prendevano alcuni mazzardi per la coda, li poggiavano su un foglio di giornale bello aperto e gli facevano il trattamento completo: con lo stesso coltello gli toglievano le squame da una parte e dall’altra, lo sventravano, lo risciacquavano sotto la fontana , lo incartavano e consegnavano il tutto alle clienti che si facevano un piacere di pagare con un biglietto che ancora non aveva odore. Poi prendevano il foglio di giornale pieno di squame e di viscere e lo offrivano ai gatti che aspettavano frementi. Era il momento preferito del mio Sassegnu il quale dimostrava ulteriormente che i gradi se li era meritati. In un attimo spariva tutto. Le pescivendole dovevano solo allontanare qualche gatto che ancora leccava il foglio, appallottolare quello che ne restava e buttarlo nel secchio dei rifiuti più vicino. Si lavavano le mani, risciacquavano i coltelli e la stadera, che disponevano nella cesta , poi si rimettevano la cesta in testa e partivano per fare tappa alla prossima fontana a trenta, quaranta metri più lontano.
“O ‘jente chi vole pesciiii? Ma chi mazzardi!”
I gatti, questa volta erano proprio quaranta, forse cinquanta. Si dice che quando facevano rientro al porto i gatti fossero almeno cento e che una cosa era certa: lì di topi non ce n’erano.
giovedì 5 maggio 2011
Nido di rondine
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Murato è un piccolo paese dell'Alto nebbio dove regna la pietra grigia, che costituisce la materia prima della casa còrsa e si rivela nei muri scrostasti dal tempo, nei balconi e sui tetti ricoperti di grosse lastre d’ardesia, nel passamano e nei gradini delle scale esterne che portano al primo piano delle abitazioni tradizionali.
Ghjisè Raffalli, che da trent’anni aveva lasciato Murato per la città di Bastia, aveva deciso di trascorrere gli anni che gli rimanevano da vivere, e di morire, nel paese che gli aveva dato i natali, regalato un’infanzia felice e presentato il primo amore. Così se n’era tornato nella casa dei suoi, ormai abbandonata, ma che con poca spesa era riuscito a rendere di nuovo abitabile. Gli avevano offerto di eseguire i lavori gratuitamente, a titolo di vaga parentela e di amicizia, a nome di un passato che riemergeva a ogni parola pronunciata, a ogni inflessione della voce, a ogni sguardo, a ogni gesto. Ma Ghjisè era orgoglioso e testardo e preferiva non dover niente a nessuno per non essere un giorno rimproverato di non avere pagato i suoi debiti. Era vedovo e non aveva lasciato eredi, o forse sì, ma indirettamente, perché suo fratello maggiore, ormai defunto, aveva famiglia in continente.
Aveva settant'anni, e tutto sommato li portava bene, ma era stanco e malinconico. Lui diceva di essere ammalato, forse più per essere compatito nella solitudine nella quale versava da troppo tempo, che per vera convinzione di esserlo. Aveva sentito parlare di una guaritrice, una certa Giuditta Poggioli, quarant’anni o poco più, vedova, che a quanto pareva veniva da Rutali, il paese vicino, dove i suoi amuleti avevano dato sollievo a molti ammalati. Non che Ghjisè credesse fermamente che gli esseri umani fossero in grado di operare delle miracolose guarigioni, il fatto è che in cuor suo voleva crederci, come aveva sempre voluto credere nei poteri dei mazzeri e dei murtulaghji.
Era una domenica mattina del mese di aprile. Ghjisè si era rasato, aveva pettinato i suoi radi capelli bianchi e messo i vestiti migliori. Tutto sommato, era ancora un bell’uomo, Ghjisè. Sapeva che la guaritrice non riceveva la domenica ma volle lo stesso presentarsi a casa sua eventualmente facesse un’eccezione. Si avviò sulle lastre grigie delle vie del paese. In pochi minuti, giunse davanti all’abitazione della signora Poggioli. La vide seduta sull’ultimo gradino della scala esterna. Aveva qualcosa di triste, infelice, negli occhi. Guardava lontano, come in attesa di qualcuno, forse di quel qualcuno che ora era proprio sotto di lei e di cui non si era ancora accorta. Aveva una lunga gonna nera, e nient’altro sotto la gonna. Le gambe erano aperte, come per prendere il fresco, e lasciavano vedere quel che a Ghjisè sembrò un nido di rondine, di quei nidi che stanno sotto gli spioventi dei tetti o sotto i balconi. Ghjisè non disse nulla, non si schiarì neppure la voce. Rimase semplicemente lì, interdetto, a guardare. Lei mise parecchio tempo prima di avvertire la sua presenza. Quando abbassò lo sguardo verso di lui, il suo volto arrossì improvvisamente.
Quella domenica fece un’eccezione.
venerdì 22 aprile 2011
questo testo sono state offerte anche con la collaborazione di vita da bullecco
1non fumare
2non buttare plastica e vetro
3rispettare le piante
4costruire meno centrali nucleali
5usare meno possibile la macchina
6non sprecare i cibi buttandoli :dalli al tuo animale domestico
7 prova a fare la raccolta differenziata
8 distingui tra carta ,umido, secco ,cartone ,plastica e vetro .
9 per l ‘ umido usate buste biodegradabili
10 quando fai la spesa compra pacchetti che contengono meno cose da gettare
11la terra può essere rifatta con un facile compost
12 l ‘ acqua che dalla bottiglia volete gettare potete darla alle piante
13ovviamente non diventerete come Terzigno ,tutta sta spazzatura .
14non catturare gli animali e poi venderli perché è brutto,
16 non prendete uccelli in via della estinzione ,perché la specie è già poca ,e se la facciamo ancora di più…
17 tutti i materiali speciali come batterie devono essere buttati in contenitori appositi che troverete in negozi elettronici o in farmacia.
18 nei campi dei fiori belli e rigogliosi non buttate spazzatura
19 nei fiumi non buttate niente
20 avvolte dalle fognature lo sporco si libera al mare , inquina molto
21 infatti talvolta si formano fiumi fatti di succhi dei materiai inquinanti ,che si sono sciolti anche alcuni in 100 anni .
22 il cibo non dovete gettarlo come dicevo prima ,perché si può dare a degli animali domestici. L ‘ uomo fa molta fatica sprecata per niente se sprechiamo i cibi.
23la c’ingomma possono restare sui 5 anni .
24 lasciate che le api vadano sui fiori a prendere il nettare e a prendere il polline ,perché il polline cadendo ,fa più fiori ,oltre al seguente.
25 le pioggia dovrebbero essere raccolte in bacini artificiali che poi la purificano e la scaricano ben pulite in mare.
26 i giornali possono essere riciclati ma con sostanze sempre inquinanti.
27 usate meno la televisione
28 camminate di più
29 una volta ogni tanto si potrebbero spazzare via le sporcizie dalla terra
30 provare a fare un bosco artificiale e a lasciarlo così
31 usare meno carta
32 mangiare meno zucchero
33 usare meno dentifricio : alcune montagne cadono per la prelevazione i queste sostanze .
34 quando spendete i soldi usate banconote per risparmiare materiali dai !meglio usare 6 banconote da cento o 60.000 monete di ferro ?
35 i vestiti devono essere trattati bene
36 usare meno profumi
37 usare meno repeller di zanzare
38 fare negozi un po’ meno grandi per usare meno cibo e per sprecare di meno .
39 usate in Emilia Romagna macchinette che ti danno un centesimo per buttare una bottiglia.
40uste meno pippe
41 mangiate meno pesci
42 a causa del ‘ uomo la natura è caduta ,per questo usate meno profumi
44le chitarre non devono essere buttate a casaccio
45 il ferro può diventare una lattina di coca cola .
46 usate libri e quaderni riciclati più spesso
46 usate più spesso i semi e piantateli
47 nella differenziata dovete chiedere nei secchi l spazzatura ,non lasciacela a disposizione libera ,
48 usate meno accendini
49 i contenitori devono essere di cartone
50 un rottame può diventare una moto o una macchina
51 dobbiamo accorgerci dei nostri sprechi :pensate…
52Comprate meno orologi da taschino
53 usate pannelli a energia solare
54 usate luci a energia solare
55i fili possono essere maggior mente inquinanti .
56 usate poche mattonelle
57 comprate televisioni a meno spreco .
58usate meno yo-yo
59 mangiate meno briosce
60usate meno stuzzicadenti e gomme
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