sabato 22 maggio 2010

Nouvelle cuisine


Parigi, ristorante “La bouche d’Hercule”, nouvelle cuisine. Menù scelto con cura per fare colpo su di lei: “Antipast: Paté de zuquines au fourn, délice des deux Murges, un par de fagian arrost." Lei : “Vado un attimo in bagno e torno. Muuah!" Io: “Ti aspetto, amore.” Lei: “Garçon, le cessò s’il vous plaît!”.

Si riparte: “Risates de castagnes en salse douce”. Hmmm… amore! “Boccon de mer”, una messa per il palato! “Flambé de pomodor en camiche…" Chi, chi è l’artista? Lo vogliamo conoscere, lo vogliamo osannare, santificare.

Eccolo, è lui, lo chef ! Camice bianco, toque, fucile a canne mozze… Fucile a canne mozze? Sì, fucile a canne mozze, occhi iniettati di sangue e una domanda:

“Qui est le farabut qui est andé à le cabinet?”

Cinquanta clienti trattengono il respiro, nessuna risposta.

“Giò répète: qui est le farabut qui est andé à le cabinet?”

Gli sguardi s’incrociano, s’interrogano, s’abbassano. Coltelli, forchette e bicchieri non cantano più.

“Bon, portez les séguges!”

Entra l’aiuto cuoco con due segugi al guinzaglio. Fiutano l’aria, i piedi, abbaiano, hanno trovato una pista, una pista invisibile, un ponte di effluvi che portano dritto dritto a un punto preciso: lei.

Lo chef è un gigante, ha le narici di un bufalo, voltandosi fa gli scatti e i rumori di un robot che si sgranchisce il collo, lo sguardo è ora quello inespressivo degli squali. Tentato di scappare a gambe levate e lasciarla al suo destino ma non mi muovo: sono un blocco di ghiaccio. Ci guarda, senza più odio lui ci guarda. Il suo respiro è profondo. Si direbbe una cisterna vuota.

“Levez-vous-vont!”

Ci alziamo. Lei si azzarda a portare un ultimo boccon de mer alla bocca ma io la fulmino con lo sguardo. Desiste.

“Séguitez-moi!”

Ci apre la porta del bagno. Lo spettacolo è indecoroso, un capolavoro in un certo senso.

“Ti giuro, amore che non sono stata io!”

Ci portano spugne, spugnette, secchio e detersivo:

“Pulez cette squifetz!”

Puliamo, a lungo puliamo. Il colosso viene a controllare, annusa, guarda nel water, dietro il Water, tra le mattonelle, laddove la sporcizia si va a nascondere, laddove è sicuro di trovare dei germi ridacchianti, li trova. Come una balena infuriata spruzza una colonna d’acqua contro il soffitto. Ripuliamo, standoci più attenti, insistiamo. Torna. Ispeziona. Puliamo un’altra volta. Rieccolo. Non sorride ma sembra che questa volta ce l’abbiamo fatta.

“Et maintenant, osa la mia lei, nous povons torner à mangier?”

giovedì 22 aprile 2010

E se...

E se al Bernabeu, durante la finale di Champions, l'arbitro fischiasse un rigore con un richiamo per anatre e quaglie e il cielo si oscurasse all'improvviso?
Centinaia di fucili sparerebbero all'unisono come il giorno dell'apertura della caccia e i tifosi uscirebbero dallo stadio con un gonnellino di uccelli penzolanti alla cintura.
Oppure no, non potrà mai succedere una cosa del genere. Semplicemente, lo stadio sarebbe innevato come piazza San Marco e, mentre gli altri giocatori cercherebbero all'impazzata un improbabile rifugio sotto la tormenta, Milito, ricoperto di bianche deiezioni, come la statua di un moderno eroe dei due mondi, sarebbe immortalato dai fotografi nella posizione dell'eroico rigorista.

domenica 24 gennaio 2010

Illuminazione

Il capitano Burnwaite capì perché lo avevano costretto a mangiare chili e chili di ceci e fagioli solo quando fu fatto salire nella navicella della mongolfiera.

domenica 20 dicembre 2009

U cunduttu

E’ un vecchio palazzo scrostato di tre piani. Sulla sinistra vediamo le rampe delle scale in muratura che portano esternamente sino al secondo e lasciano supporre che si acceda al terzo piano dall’interno delle abitazioni. Sulle scale e nella via si sono riversate circa trenta persone a cui hanno chiesto di guardare l’uccellino stando ferme senza respirare. I bambini davanti sembra che lo aspettino davvero l’uccellino e che sperino, chi in un canarino, chi in uno scricciolo e chi in un piccolo storno autunnale. Riconosco i posti della cartolina postale ma non le persone. Le finestre, semichiuse o con le gelosie appena sollevate, sono le stesse che si possono ancora trovare nella città di Bastia. Sulla destra, al primo piano, si affaccia un comunissimo terrazzo delimitato da uno sgabuzzino e che una tettoia ripara dal sole o dalla pioggia.


Che cos’è questo tubo di argilla che si arrampica lungo la facciata? Si tratta in realtà di una serie di tubi, lunghi meno di un metro e di un diametro di circa venti centimetri, incastrati l’uno nell’altro. Potrete notare che la parte inferiore dell’intera struttura affonda un po’ in una traccia ed è stata assicurata al muro con il cemento mentre è stata tassellata dal primo piano in su. Seguiamolo questo tubo. Presto un ramo si avventura obliquamente a sinistra per fermarsi all’angolo di quella finestra del primo piano. Il troncone centrale prosegue la sua ascesa diramandosi ulteriormente a destra e a sinistra verso altre finestre. L’effetto ricorda in più irregolare quello della venatura di una semplice foglia. Nessuno mi chiede a che cosa servisse? Non fa nulla, ve lo dico lo stesso: si tratta del famoso “cunduttu”. Il cunduttu era il sistema fognario per eccellenza che funzionava a tutta forza sino a pochi decenni fa: il bastiaccio come viene chiamato tutt’oggi, faceva i suoi bisogni, tutti i suoi bisogni, in un secchio di metallo smaltato chiamato “u cadinu” che la donna andava a svuotare al calare della notte, sicura di non essere vista dalla vicina di casa. E’ vero tutte prima o poi lo andavano a svuotare il loro cadinu ma sarebbe stato estremamente imbarazzante farlo davanti ad altre persone. Apriva piano piano la finestra, dava uno sguardo a destra e a sinistra poi senza fare rumore toglieva il tappo di sughero o di legno del proprio cunduttu e vi versava discretamente quanto i cagoni a cui cucinava in continuazione avevano capitalizzato durante il giorno. Nella cartolina postale ci accorgiamo dalle lunghe ombre che è sera. Le belle signore sulle scale hanno già da ora due preoccupazioni. La prima è di cucinare.

Vent'anni

Fino alle undici e mezza di notte era stata una giornata come le altre, una domenica forse. Alle undici e mezza, infilando il doppione della chiave nella camera della casa dello studente nella quale ero “abusivo”, mi ricordai improvvisamente che era il quattro dicembre e che quel giorno era il mio compleanno, il mio ventesimo compleanno, quello che si festeggia con tutta la famiglia e tutti gli amici con champagne, torta e ancora champagne. La fata turchina, o lo zio Alfonso che non ho, avrebbe aperto la porta e in un fascio di luce azzurra mi avrebbe offerto su un cuscino di seta le chiavi di una spider nuova fiammante. Tutti avrebbero cantato “Tanti auguri a te e la torta a me”. Ma io ero uno studente universitario abusivo in una camera singola della casa dello studente di Cagliari e come uno scemo mi ricordai di avere venti anni alle undici e mezzo di notte. Il titolare della camera che veniva da Uras un paese del nostro campidano, disse: “ Mi dispiace, Lino… ma io ho solo questa patata bollita nel fornello…” Non pioveva quella notte, ma io aprendo chissà perché la finestra sentii il rumore della pioggia, nel mio cuore e sul davanzale. Sì, perché in una busta di plastica marciva un’intera forma di formaggio sardo. I vermi saltavano e sbattevano sulla busta e a un cuore romantico bastava perché fosse inverno…


Quel giorno non fu perciò privo di magia: prima della mezzanotte festeggiammo con una mezza patata bollita e un temporale di vermi sardi il più bello dei miei compleanni.

Johnny e Gilda

Le diede un ceffone, un ceffone talmente forte che in quel momento sembravano Johnny e Gilda nella famosa scena del film. “Dov’eri? Perché ci hai messo tanto tempo?” Lei che lo fissava con gli occhi dell’amore e lui che infieriva con le parole.


"Non sai quanto ti ho aspettata, non sai quante sigarette ho fumato e quanti caffé ho bevuto. Dov’eri quando cercavo i tuoi occhi nella folla, quando cucinavo dei minestroni che mi dovevano bastare per tre giorni e mi facevo gli orli da solo? E quando poggiavo la faccia sulla piastrella fredda del bagno per sognare un tuo bacio caldo e piangere? E la gente che rideva di me… - Non ce l’hai la moglie? Forse non hai trovato la donna giusta?… Non dirmi che ti stiri le camicie da solo! Odio gli uomini che stirano! - Ma vai a prendere per il culo tuo fratello finocchio, va! E tu, è da un’eternità che ti aspetto, amore mio. Sbarchi nella mia vita solo ora, ora che non ti aspettavo più e pensavo di vivere il resto dei miei giorni nella gelida e rassegnata solitudine, fingendo che fosse una mia scelta. Mi entri in casa così, senza chiedermi scusa per il ritardo, ora che ho quarant’anni e qualche acciacco. E i bambini, eh, non ci hai pensato ai bambini? Non ti sembra che sia giunto il momento di cominciare a farli questi bambini? Dai sbrigati, amore mio, altrimenti nascono già con la barbetta. Ti do un minuto. Ho aspettato quarant’anni, posso aspettare un minuto…"

sabato 12 dicembre 2009

C’era un tale

C’era un tale che, senza saltare o correre, faceva i passi più lunghi delle sue gambe. Semplicemente queste gli si staccavano dal corpo il quale fluttuava nell’aria. Alcuni avevano le mani bucate, altri erano senza cuore o senza fegato ma avevano gli occhi più grandi dello stomaco e mangiavano a quattro ganasce. Vedevo gente con una patata al posto del naso e un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Ho visto una donna con un occhio di pernice, che mi guardava, mica la donna, l’occhio di pernice. Ce n’era una, machete in mano, che lottava con la sua foresta amazzonica che cresceva in continuazione.
Vedendo tutto ciò, l’inferno che avevano il potere di creare le mie parole, decisi di smetterla, di non parlare più. Dissi: “D’ora in poi sarò muto come un pesce”. Non l’avessi mai detto…