venerdì 9 gennaio 2009

GR20

Il Chemin de Grande Randonnée che attraversa l’isola di Corsica, noto come il GR20, è considerato dai marciatori un vero e proprio pellegrinaggio che almeno una volta nella vita bisogna intraprendere. E’ un’esperienza spirituale unica, pari a quella che puo essere vissuta lungo la via lattea, tra le estrellas, verso il santuario di San Giacomo di Compostela. Partendo da Conca, a sud, è subito il granito rosa delle Aiguilles de Bavella, vere e proprie cattedrali gotiche su un verde sagrato di pini laricci, con in cima ad una delle guglie una madonnina bianca che sembra benedire chi si avventura per quei pervidi sentieri spesso sopra i mille metri di altitudine. A destra, a sinistra, tutt’intorno, una natura maestosa nelle sue montagne diventa spaventosa in fondo ai suoi dirupi, dolce nei suoi colori, clemente nel suo cielo, crudele nell’arsura del sole e pietosa nella frescura dei suoi laghi e nell’ombra delle sue foreste. Quella di Vizzavona, dopo Bavella, è popolata da antiche leggende che Antò Pietrucci, insegnante di lettere e appassionato di mazzerismo, conosce perfettamente per averle studiate per quasi tutta la vita. Si trovava con l’amico Gilles Andreani in uno di quei refuge disseminati lungo il percorso e nei quali è possibile cucinare, dormire e ripartire all’alba rinfrancati. Gilles era un uomo di cinquantatré anni ma ancora giovanile nell’aspetto e dai modi gentili. Abitava a Bastia dove gestiva un piccolo negozio di stoffe da cui a suo dire non ricavava a sufficienza. Gli capitava di lamentarsi delle donne di oggi che non hanno più il tempo per cucire, né saprebbero farlo, preferendo comprare dei vestiti già confezionati e imposti dalla moda. Erano anni che pensava di affrontare questo lungo viaggio di quindici giorni lungo la spina dorsale dell’isola, preparandosi mentalmente e equipaggiandosi di zaino, sacco a pelo, cappellino a visiera, scarponi e vestiti adatti, ma ogni volta un imprevisto l’obbligava a rinunciarvi, tanto che la moglie, Judith, non perdeva un’occasione per ironizzare. « Ce la farai prima di morire ? » soleva chiedere con un sorriso beffardo. La derisione può abbattere un uomo, fargli rinunciare a qualsivoglia progetto abbia in mente, ma può anche essere uno sprono, provocare una reazione per non darla vinta al proprio detrattore. Fu così che Gilles, all'inizio di un estate che prometteva di essere rovente, cominciò a tempestare Antò di telefonate. A dire il vero Antò Pietrucci non si fece troppo pregare : cedette al terzo giorno e promise che appena si sarebbe liberato degli alunni e di qualche imprecisato obbligo familiare sarebbero partiti.
Il rifugio poteva offrire l’ospitalità ad una decina di persone disponendo i sacchi a pelo nel senso della larghezza dell’unica stanza e stringendosi un po’. Quella sera, però, c’erano solo loro due. Consumarono velocemente alcune delle scatole di carne che si erano portati appresso, uscirono e s’inerpicarono su un alto scoglio per gustarsi il loro primo tramonto. Rimasero a lungo senza parole davanti a un quadro che riuniva sulla tela tutte le sfumature del giallo, dell’arancione e del rosso. Ebbero la sensazione che Dio, oltre che avere creato l’universo, lo avesse pure dipinto.
« Dimmi delle leggende », chiese Gilles.
« Ce ne sono tante ! », puntualizzò Antò.
« Parlami delle streghe, le mazzere ! »
« Le mazzere », cominciò Antò, « sono delle persone come te e me che vivono normalmente di giorno ma la notte escono di casa e vanno a caccia di anime. »
« Tu ci credi ? »
« Certo che no ! », si difese Antò, « E’ roba che appartiene al passato. Sono delle superstizioni dei nostri nonni, niente di più .»
« Ma tu », insisté Gilles, « non hai un mazzeru nella tua famiglia ? »
« Mai detto di avere un mazzeru nella mia famiglia ! Forse stai parlando di mio nonno murtulaghjiu ! »
« Non è la stessa cosa ? »
« No, non è la stessa cosa. I mazzeri uccidono. Sono per lo più delle vecchie donne che come la dea Diana, con una muta di cani, inseguono e uccidono queste povere persone durante delle battute notturne nella macchia e nei boschi. Si dice che fanno delle boscate – dei raduni in boschi e foreste per intenderci – durante le quali mangiano carne umana. »
« Delle foreste come questa ? »
« Sì, come questa… Ma sono solo delle leggende… I murtulaghji, invece, sono degli uomini il cui spirito, mentre dormono, lascia il loro corpo per annunciare a un moribondo che sta per morire. »
« Tuo nonno era davvero un murtulaghjiu ? »
« Lo dicevano in paese e pare che qualche volta sia apparso a delle persone apparentemente sane che poi sono morte pochi giorni dopo. Il murtulaghjiu non è cattivo, insomma. In qualche caso fa da tramite con l'aldilà trattando con la Morte e riuscendo a ottenere qualche giorno o solo poche ore di vita in più per chi deve lasciare il mondo dei vivi. »
« Beh, questo mi rassicura… »
« Dài ! Non dire che avevi paura di me ! »
« Stavo scherzando, scemo ! »
E ridendo i due amici rientrarono nel rifugio. Antò si addormentò quasi istantaneamente non appena si fu infilato nel morbido sacco a pelo ma Gilles, nonostante la stanchezza per i chilometri percorsi, non trovò subito il sonno. La sua conversazione con Antò lo aveva turbato. Aveva ancora davanti agli occhi un tramonto che gli sembrava ora come carico di presagi funesti. Si chiese se tra quegli alberi quella notte qualcuno sarebbe stato ucciso dalle streghe. Si mise in ascolto della foresta tendendo l'orecchio a qualche latrato lontano o all’urlo agghiacciante di un uomo che muore. Gli parve di sentire i cani abbaiare ma forse era la sua immaginazione, soltanto la sua immaginazione. Accidenti all'amico e alle sue stupide storie !... Si addormentò all'alba, una smorfia di dolore sulle labbra.
I gendarmi arrivarono in elicottero. La porta essendo stata chiusa dall’interno con ancora la chiave inserita si rese necessario sfondarla. Sua moglie confermò che solo era partito e solo era andato incontro alla morte.

mercoledì 7 gennaio 2009

Primo giorno di scuola

La scuola era situata in Carughjiu sumerà, in lingua corsa la via dei somari, al primo piano di un vecchio palazzo che ne contava tre. Ai lati del portone d’ingresso pendevano malinconicamente due anelli di ferro a cui anticamente venivano legate le briglie di quei poveri animali. Mia madre, forse più impaurita di me, mi accompagnava al mio primo giorno di scuola stringendomi forte la mano. Salimmo il cuore in gola una rampa di scale irregolari fino a due gradini da un pianerottolo già riempito da una moltitudine di mamme e bambini della mia età. Mi abbracciò forte come se non fosse convinta di fare la cosa giusta consegnandomi alla maestra: una volta varcata la soglia dell’aula scolastica avrebbero inflitto a suo figlio le terribili torture delle “coniugazioni” e della “grammatica”. Credo che tutti ne fossero coscienti su quel pianerottolo e i bambini in particolare i quali tentavano il tutto per il tutto per dissuadere delle mamme inspiegabilmente insensibili e sorde alle loro implorazioni: piangevano, urlavano, si aggrappavano, puntavano i piedi, si gettavano a terra. Invano perché le persone di cui più si fidavano al mondo li avevano ceduti allo Stato.
Non so dove trovai la forza, o forse fu soltanto rassegnazione, ma, una volta baciata la mamma e giurato che avrei fatto da bravo, silenziosamente, attraversai quella fitta folla andandomi a sedere all’ultimo banco di un’aula ancora vuota, buia e triste. Rimasi lì a guardare lungamente la lavagna, la cattedra sulla sua predella e, sulla cattedra, una bacchetta di legno. Ebbi improvvisamente voglia di fuggire, di farmi strada tra le mamme che spingevano, trascinavano, pregavano, minacciavano, abbracciavano e consolavano dei bambini inzuppati di lacrime. Quanto desideravo ripercorrere all’incontrario le poche centinaia di metri che separavano la scuola dei somari da casa, aprire la porta, correre verso mamma, buttarmi nelle sue braccia e farle giurare che mai più mi avrebbe abbandonato!
Sarebbe stato facile andarmene. Nessuno, ne sono certo, se ne sarebbe accorto, ma non ebbi il coraggio di lasciare la scuola finché ero ancora in tempo, finché ero ancora libero. Quell’errore lo pagai per tutta la vita perché da quel giorno la scuola non mi lasciò più. Fu quindi per vigliaccheria che andai incontro al mio destino diventando ventitré anni dopo insegnante di francese.

martedì 30 dicembre 2008

Il canto del cigno

Bombardamento di Bastia il 4 ottobre 1943

"Gli uomini, per la paura che hanno della morte, dicono il falso anche dei cigni; e dicono che, cantando essi il loro canto di morte, così cantano appunto per il dolore della morte" Platone

Dalla collina delle Tourettes il soldato lascia vagare lo sguardo sul convento dei cappuccini, con la sua chiesetta sormontata da un piccolo campanile a velo, sulle rovine della villa dei Giustiniani, dall'altro lato della strada, con il suo immenso giardino che si riversa su una scalinata di terrazze sino alle prime case della città, sul porto nuovo, oltre i flutti di lavagna grigia dei tetti, e, per il possibile arrivo di navi alleate, sulla linea dell'orizzonte. Alle sue spalle, lo spettacolo non è meno grandioso. I pendii, che dal Pigno si rincorrono come i cavalli di una giostra in una folle discesa verso il mare, si fermano all'improvviso ai bordi della pianura dorata dalle acque piatte dello stagno di Biguglia.
Diversi anni dopo, sotto un cielo senza tempo, sotto un cielo senza patria, tre bambini in avanscoperta, proprio davanti all'ingresso della casamatta, ostruito dal tempo e dall'oblio, scorgono un mitra arrugginito e, vicino, un casco bucato da una pallottola nemica.
Il soldato distoglie lo sguardo dall'incantevole bellezza che lo circonda, si china sul foglio di carta e scrive alla sua donna la sua ultima lettera d'amore.

C'erano tutti

C'era pure lo zio Checco. Mi direte: "Che c'entra lo zio Checco?" Non ne ho idea ma c'è mancato poco che venisse con il fiasco di vino e la zampogna. C'era pure la zia Elvira, che s'è fatto la permanente per l'occasione. C'erano il nonno e il nonna, che sembravano ancora più preoccupati di papà e mamma, e c'ero pure io con i miei fratelli, nella sala d'attesa, quando Costanza, mia sorella maggiore, passò la sua prima visita ginecologica.

Santa Maria Capua Vetere, facciamo il 30 dicembre 2008

lunedì 22 dicembre 2008

La crisi

Cara Elena,
come sai la parola che si sente maggiormente pronunciare quest’anno è “crisi”. Il telegiornale non parla d’altro. I miei la usano ogni volta che parlano. Mi hanno fatto notare che nei negozi c’è meno gente che compra regali. Ho sentito dire che, per risparmiare, avrebbero soppresso il nostro trenino di Natale, quello con cui facevamo il giro della città con tutti i bambini e tutto ci sembrava bello. Ti ricordi? Mi dispiaceva soprattutto per mio fratellino che ci teneva tanto. Ebbene, ti scrivo per darti una buona notizia. Da noi, è vero, non succede mai niente, ma questa volta qualcosa di buono è successo: il trenino c’è e ci aspetta.
Vieni quando vuoi.

domenica 14 dicembre 2008

Orologi


Ho conosciuto epoche in cui il tempo contava un po' meno di oggi. Quando chiedevi l’ora non ti davano mai una risposta precisa: erano “quasi le tre” o “le tre passate” e spettava a te immaginare quanti minuti mancassero o quanti fossero passati. Il tempo non aveva lo stesso valore per tutti. Mentre i vecchi la domenica infilavano nel taschino una cipolla che da anni non funzionava più i giovani mettevano fieramente degli orologi da polso a cui davano la corda prima di andare a letto e che al massimo sbagliavano di uno o due minuti al giorno. Era ben poca cosa perché la sera si potevano sincronizzare gli orologi all’ora esatta della TV. Noi, a Bastia, oltre ai canali francesi captavamo anche gli italiani attraverso un’antenna enorme puntata in direzione della Toscana. Prima del telegiornale eravamo tutti lì in attesa dei tre bip, del silenzio e dell’ultimo bip delle otto precise. Alle otto precise, migliaia, forse milioni di pollici pigiavano contemporaneamente su un rotellino. Poi gli indici spostavano le lancette degli orologi a cucù della foresta nera, quelli che non stavano mai zitti e a cui avresti voluto torcere il collo. Avevo un vicino di casa che era ossessionato dagli orologi. Ne aveva di tutti i tipi e in tutti i posti della casa. Quando entravi facevano un rumore assordante di pollaio. Come i una torre di Babele del tempo indicavano tutti un’ora discorde. Ma quando il campanile della chiesa di Saint Jean batteva le ore tutti questi piccoli meccanismi diabolici sembravano zittirsi per dare ascolto alla più autorevole ora di Dio. E poi c’erano i pendoli solitari che singhiozzavano in salone. Non si toccavano mai: si erano fermati un giorno smettendo di indicare l’ora dei vivi…

sabato 6 dicembre 2008

Altra conversazione col Bullecco


Gli stabilimenti del Préventorium di Luri, l’istituto per l’infanzia disagiata, erano disposti su due di tre terrazzi via via più piccoli. Il primo, quello più in alto, era sufficientemente grande da illudere i ragazzini di trovarsi su un campo di calcio. Ai bordi, il refettorio comune, il dormitorio dei maschi e una chiesetta . Il secondo, dove giocavano le ragazze, a cosa non si capiva bene, era decisamente più piccolo. Ai lati, il dormitorio delle ragazze, la lavanderia, le docce e una piccola scuola. Vicino alla scuola il giardino sempre in ordine del temuto direttore dove un certo Fregosi, così si mormorava, depose una mattina di maggio il più grosso dei suoi bisogni riuscendo a fare punire un altro al suo posto. Chi dirigeva il Préventorium doveva avere un cuore freddo, duro e freddo come il marmo della piccola tomba che occupava, solitaria, il terzo terrazzo. Vi era uno stesso nome inciso in quel marmo e in quel cuore: il nome di suo figlio, ucciso diversi anni prima da un rigido e spietato Natale.
Il bimbo chiese alla sua mano, il bullecco, se anche lui avesse i brividi. Il bullecco rispose di sì, che non stava bene, che era stanco. Il bimbo rimise il suo amico sotto le coperte al riparo dal freddo di quella notte di dicembre. La febbre e la voglia di fare pipì lo avevano destato nel pieno di una notte pulsante di sogni. I fratelli Pleuf-dans-l’oeuf sognavano una fantastica evasione oltre il Monte Cacao, oltre la grande e la petite source, laddove i cacciatori con i loro segugi non li avrebbero mai più riacchiappati. Ad aspettarli la mamma sorridente davanti alla loro casa, che nei loro disegni era sormontata da un comignolo fumante e circondata da tanti fiori. Spakov sognava l’allegria della sua famiglia numerosa mentre Fregosi trovava finalmente il baule pieno di monete d’oro di cui parlava in continuazione. Diceva che davanti a quel tesoro sarebbe svenuto e mostrava come ai compagni meravigliati lasciandosi cadere teatralmente a terra. Spaghetti le grand, fratello maggiore di Spaghetti le petit, il bimbo, sognava di Carolina, il cucciolo di cinghiale trovato proprio sotto la torre di Seneca. Carolina era diventata la mascotte di tutto il Préventorium e dove andavano i ragazzini andava anche lei. Spaghetti le petit non dormiva e non sognava più. Non potendo più resistere decise di affrontare il freddo e il buio. Posò i piedi nudi sul pavimento e seguì prima l’allineamento delle spalliere fino al muro poi il muro stesso fino ad una porta che aprì. Dov’è la luce? Cercò l’interruttore senza trovarlo. Pazienza. L’orinatoio, se lo ricordava bene, era a destra entrando. E lì svuotò la sua piccola vescica di tutto il suo contenuto.
Il nuovo giorno portò la luce in un dormitorio che l’ammalato era il solo ad occupare. La possente voce del direttore gli pervenne chiara dall’esterno: “Avete un minuto per denunciarvi. Se entro un minuto non avrò il nome del fetente che stanotte ha fatto i suoi bisogni nel mio studio sarete tutti puniti!”
Il bullecco chiese: “Glielo dici?”
“Sono stato io?”
“Sì”.
Il bimbo si alzò, si trascinò fino alla porta del fondo, l’aprì, fece tre passi nella neve e gridò: “Sono stato io!” Fregosi, vedendolo, gridò a sua volta: “Non è vero! Sono stato io!” Il direttore si precipitò sul bimbo che alzava le mani per proteggersi il viso. Ma non sentì sulle guance il calore degli schiaffi, sentì solo quello del petto dell’uomo che ora lo stringeva nelle sue braccia. Prima di sparire nel dormitorio col bimbo e il suo bullecco l’uomo guardò i ragazzini allineati e disse: “Non è stato nessuno! No, non è stato nessuno!” Il bullecco giurò di averlo visto sorridere.

I vecchi, di Jacques Brel

I vecchi non parlano più
oppure solo, a volte, dal fondo degli occhi,
anche ricchi, sono poveri
non hanno più illusioni
hanno un solo cuore per due.
Da loro, c´è un odore di pulito, di antica lavanda:
anche a vivere a Parigi
si vive tutti in provincia
quando si vive troppo a lungo.
Ed è per aver troppo riso che la loro voce si incrina
quando parlano di ieri
è per aver troppo pianto
che le lacrime imperlano le loro palpebre.
E se tremano un po´
è di veder invecchiare
la pendola d´argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che dice: Io vi aspetto.
I vecchi non sognano più
il loro libro è chiuso
il loro piano è muto.
Il gatto di casa è morto
il moscato della domenica
non li fa più cantare.
I vecchi non si muovono più
i loro gesti hanno troppe rughe
il loro mondo è troppo piccolo
dal letto alla finestra
poi dal letto alla poltrona
poi dal letto al letto.
E se escono ancora
l´uno a braccetto dell´altra
nei loro vestiti rigidi
è per seguire al sole
il funerale di uno più vecchio
il funerale di una più brutta.
Il tempo di un singhiozzo
e dimenticare per un´ora
la pendola d´argento
che ronza nel salone
che dice sì che dice no
che dice che li aspetta.
i vecchi non muoiono
si addormentano un giorno
e dormono troppo a lungo
si tengono la mano, hanno paura di perdersi
e tuttavia si perdono.
E l´altro resta là
il migliore o il peggiore
il dolce o il severo
- questo non importa,
quello dei due che resta
si ritrova all´inferno.
Lo vedrete forse, la vedrete qualche volta
nella pioggia e nel dolore
attraversarvi la strada, scusandosi magari
di non essere più lontano
e fuggire davanti a voi un´ultima volta
la pendola d´argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice loro: Io ti aspetto.
Che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice che ci aspetta
.