Il re Yucanpa sta morendo. Al suo capezzale, il figlio Murigal.
“Figlio mio, tuo padre è arrivato al termine della sua vita. Ascolta le sue ultime parole!”
“Sì, padre…”
“Il nostro popolo è in pericolo. La corte si è trasferita qui, nella città di Machu Picchu, allo scopo di sfuggire all’invasore spagnolo ma anche per un’altra ragione di somma importanza. Il crudele nemico, non pago di soggiogare la nostra gente, privandola della libertà e infliggendole delle tasse insopportabili, sta sterminando la famiglia reale nell’esecrabile intento di assicurare il proprio dominio e di lasciare per sempre gli Inca senza guida. Hanno versato il sangue dei miei fratelli, delle mie sorelle, dei loro figli, dei figli dei loro figli. Perisce chiunque sia sospettato di appartenere alla nostra stirpe. Ben presto, temo, del nostro lignaggio rimarremo soltanto noi due. Sei il mio unico erede, Murigal, e sei senza discendenza. Tuo padre è circondato da sudditi fedeli, O figlio mio, ma anche da cupidi cortigiani pronti a vendersi al nemico. La tua vita è in pericolo. Dovrai difenderla, proteggerla a ogni costo, ma è altrettanto vitale che tu abbia degli eredi tra cui uno possa un giorno ascendere al trono. Più numerosi saranno e più probabilità statistiche avrà la nostra famiglia di sopravvivere. Ho fatto arrivare novecento vergini da fecondare dalla capitale. Fecondale tutte e il popolo Inca sarà salvo.”
“Ma…”
“Sì, lo so che sei gay. Anch’io sono gay. Mio padre era gay. Il padre di mio padre era gay e, prima di lui, suo padre e il padre di suo padre. Ma tu devi avere dei figli. Per fecondare la donna che ti ha dato la luce, le ho imposto di indossare una maschera con i tratti dell’uomo che amavo e con lui ho immaginato di giacere. Fai come me, Murigal. Sappi che, perché accettino la maschera, devi fare un regalo alle vergini, le quali non saranno disponibili alla copula che se l’avranno indossata per almeno cinque minuti. Ricordati che dopo dieci minuti la maschera scade e svanisce. Il sistema metterà a tua disposizione tutte le maschere di cui hai bisogno e potrai usare tutte quelle che vuoi, ma dovrai ogni volta andare a prenderle fuori dalla stanza delle donne. Ti conviene dunque determinare il numero ideale di maschere da consegnare per non farle scadere e copulare il più velocemente possibile. Non perdere d’occhio le informazioni a video in alto e a destra dello schermo e stai attento ai cortigiani che faranno il possibile per impedirti di portare a termine la tua missione.”
Murigal entra nella stanza delle giovani donne. Sono disposte in cento file di nove. Offre un anello a quelle della prima fila. Poi tende a ognuna una maschera da uomo che aiuta a indossare annodando dietro la nuca i due legacci laterali. Anziché cominciare a copulare Murigal esce dalla stanza. Chiude la porta a chiave. Nel frattempo, il cortigiano Rottaca entra da una finestra, offre una collana a una delle vergini mascherate che acconsente a togliersi la maschera. L’operazione non è facile perché bisogna disfare il nodo fatto poco prima dal re. Poi passa alla seconda, le offre la collana e l’aiuta a togliersi la maschera. Non c’è più tempo: il re degli Inca apre la porta. Rottaca si nasconde dietro una colonna. Il re indossa ora una canottiera fucsia e dei collant neri. In piedi, feconda una vergine mascherata. Si avvicina alla seconda, la feconda e passa alla terza fecondando pure questa. A misura che le donne sono fecondate diventano verdi, viene loro il pancione, e si accodano alle altre donne per formare l’ultima fila. Ora si accorge che due vergini della prima fila non portano più la maschera. Esce dalla stanza. Rottaca esce dal suo nascondiglio, offre una collana a una vergine e l’aiuta a togliersi la maschera. Il re torna con due anelli e due maschere. Stesso procedimento: regala l’anello e fa indossare la maschera alle due vergini. Feconda la quarta vergine. Si accorge che manca una maschera. Esce. Rottaca ne approfitta per fare il suo regalo e togliere un’altra maschera. Entra il re, regala l’anello e fa mettere la maschera. Feconda la quinta vergine, poi la sesta. Si accorge che non potrà mantenere un ritmo accettabile se non ha almeno un margine di quattro o cinque vergini che indossino la maschera. Esce. Rottaca regala la sua collana e fa togliere una maschera. Murigal torna con dieci anelli e dieci maschere. Si rende conto che nella prima fila mancano ancora due maschere. Distribuisce due anelli e due maschere alle due donne in prima fila e il resto alla seconda fila. Feconda la settima vergine. Decide di arrivare fino a dieci e di prendere il premio. Feconda quindi l’ottava, la nona e la decima vergine a mano a mano sono pronte.
Dieci donne verdi col pancione: entra la madre del re con, in mano, una scodella.
“Ti ho preparato lo zabaione”, dice porgendo la scodella al figlio. “Ora devi affrontare il secondo livello con un numero doppio di femmine da ingravidare.”
Le regole del secondo livello sono identiche a quelle del primo, solo che, per essere pronte alla copula, le vergini devono indossare la maschera per soli otto minuti, oltrepassati i quali la maschera svanisce e il re dovrà di nuovo regalare un anello e legare la maschera. Dovrà quindi agire più velocemente e distribuire ogni volta un numero minore di maschere. Come per il livello precedente, Murigal entra con delle maschere, copula alcune vergini, esce. Rottaca offre delle collane, toglie delle maschere e si nasconde. Il re torna con anelli e maschere, le fa indossare, copula, esce…
Finito il secondo livello, il re ha diritto a un altro zabaione e passa al terzo livello con quaranta vergini da ingravidare: stesse regole il ma gioco è ancora più veloce. Il quarto livello è velocissimo. Alla fine del quarto livello, il re ha diritto a una razione doppia di zabaione, ma Rottaca ha ora un aiutante. Il quinto livello, sessanta donne da ingravidare, è per giocatori esperti. Gli aiutanti sono ora due, il tempo di attesa per la preparazione delle vergini è di quattro minuti. Nella fretta capita che il re sbagli e, invece di copulare una vergine, monti inavvertitamente uno degli aiutanti o lo stesso Rottaca quando tardi a nascondersi. I livelli si fanno sempre più difficoltosi e veloci. Al numero crescente degli aiutanti corrisponde un tempo di preparazione più esiguo. A complicare il gioco, il numero maggiore di donne da ingravidare e delle copule necessarie: si passa progressivamente da una copula nel primo livello a cinque nel decimo.
Alla fine del gioco abbiamo novecento donne verdi col pancione disposte in cento file di nove, il cortigiano Rottaca e i suoi quindici aiutanti in catene. Un uomo raggiunge lentamente il centro della scena reggendosi su un bastone. È il re Murigal. È molto dimagrito, ha le borse sotto gli occhi, la pelle che pende sotto il mento, il viso solcato dalle rughe. Non ha più capelli. È vecchio. Dietro di lui, la madre con un’enorme scodella di zabaione. Il re affonda la mano nelle parti pruriginose e si gratta vigorosamente. Dice:
“ Presto sarò padre. Le novecento madri si metteranno in viaggio con i miei figli in braccio. Percorreranno dei sentieri impervi, delle discese ripide, attraverseranno deserti, steppe, oceani. Qualcuna cadrà in un burrone, un’altra affogherà nelle acque mefitiche di uno stagno, altre saranno trucidate dall’abietto spagnolo, ma molte faranno ritorno nelle loro case. Cresceranno con amore il futuro re degli Inca. Lo proteggeranno al prezzo della loro stessa vita. Lo cureranno delle sue malattie, lo nutriranno, gli daranno il ciuccio. Ma uno soltanto occuperà il mio posto e regnerà. Chi di loro porterà questa corona? Avrà il mio aspetto? Guarderà la vita con i miei occhi? Amerà le cose che amo io? Bacerà con le mie morbide labbra? Gli piacerà la salsiccia? L’esistenza è un mistero, ma di una cosa sono sicuro: il popolo Inca ha ancora un futuro. Niente e nessuno potrà mai impedirci di prendere per mano il nostro destino.”
Avessi detto "moscone", avrei capito, ma non l'ho detto, e se l'ho detto non me lo ricordo.
sabato 26 gennaio 2013
mercoledì 7 novembre 2012
Voto contrario
Sette ottobre 1961, seduta plenaria del Senato. Si vota per
l’approvazione del progetto di legge presentato dall’on. Martini.
- -
- I favorevoli alzino la mano. 235 su 235. L’unanimità. Facciamo comunque la controprova: i contrari alzino la mano. Uno. Scusi senatore, ma lei prima ha votato a favole della proposta di legge, come può votare contro adesso?
- I favorevoli alzino la mano. 235 su 235. L’unanimità. Facciamo comunque la controprova: i contrari alzino la mano. Uno. Scusi senatore, ma lei prima ha votato a favole della proposta di legge, come può votare contro adesso?
- - Ho l’artrosi…
mercoledì 17 ottobre 2012
Caldo, caldo, caldo
Sulla carta meteorologica dell’Europa d’estate il caldo prende la forma di un’enorme A. Fa caldo, caldissimo dappertutto. È la A di Afa, la A di Afaghanistan. Sono giornate roventi da cui non c’è scampo. Un po’ si salvano quelli che a casa hanno l’aria condizionata, ma gli altri… E si sta lì a aspettare che la tortura finisca. Si accende la TV ed eccoci tutti ad sperare nelle previsioni meteorologiche. Annunciano una settimana di tregua tra due ondate di calore. A cominciare dal nord, precisano. Ma per noi a Oristano continua a fare caldo e di quella tregua non ce ne accorgiamo proprio. Poi annunciano la pioggia con abbassamento delle temperature. Ovviamente a cominciare dal nord. A Oristano neanche una goccia, e fa caldo come a luglio. È una sofferenza continua da inizio giugno fino ai primi di ottobre, quando uno, sentendo un non so che di cambiato nell’aria si concede uno speranzoso: “Fa meno caldo o sbaglio?”. Sbagli, amico mio, sbagli, anche se sulla carta della Sardegna questa volta i meteorologi ci hanno messo una gigantesca B.
B come Basca.
sabato 13 ottobre 2012
lunedì 8 ottobre 2012
Le strade del bagno
Per andare in bagno ho sempre due possibilità: o andare a destra e aprire la porta, o, più semplicemente andare a sinistra, fare il giro del mondo e entrare dalla finestra o dalla porta, a scelta. Quando perdo le chiavi di casa, e mi capita spesso, l'unica soluzione rimane la finestra. Nel mio caso, se non fosse nella stessa facciata della porta d'ingresso, ma a destra o a sinistra di questa, e nel lato opposto rispetto a dove mi trovo, sarei costretto a optare per un'altra strada: farei sì il giro del mondo ma, per come è disposta casa mia, non procedendo lungo il parallelo, bensì passando per i poli.
Lo stesso accade quando vogliamo conversare con qualcuno: sarebbe più giusto metterci di fronte a lui e fargli pervenire chiara e forte la nostra voce, ma più spesso questo qualcuno non ci sente, o fa finta di non sentire. Allora ci rassegniamo a dargli le spalle e a far fare alle nostre parole il giro del mondo fino alle sue orecchie. E noi, tendendo le nostre verso l'orizzonte dietro di noi, sentiamo il nostro flebile mormorio, confuso e stanco per il lungo viaggio.
E se per disgrazia passa un treno in Siberia, di quelli che attraversano la tundra fischiettando, quella vocina lontana, vacillante e incerta, non la sentiamo neppure noi.
Lo stesso accade quando vogliamo conversare con qualcuno: sarebbe più giusto metterci di fronte a lui e fargli pervenire chiara e forte la nostra voce, ma più spesso questo qualcuno non ci sente, o fa finta di non sentire. Allora ci rassegniamo a dargli le spalle e a far fare alle nostre parole il giro del mondo fino alle sue orecchie. E noi, tendendo le nostre verso l'orizzonte dietro di noi, sentiamo il nostro flebile mormorio, confuso e stanco per il lungo viaggio.
E se per disgrazia passa un treno in Siberia, di quelli che attraversano la tundra fischiettando, quella vocina lontana, vacillante e incerta, non la sentiamo neppure noi.
lunedì 1 ottobre 2012
Come uscire dal supermercato
A voi sembra facile
uscire dal supermercato? Se non avete problemi non saprei che dire: si vede che
siete fortunati. Io, invece, ogni volta che sto per varcare le porte d’uscita,
felice dietro il mio carrello, eccolo là, alto, sorridente, nero, che mi invita
a dare il cinque.
“Vuoi grigrì portafortuna?”
“No, grazie ce l’ho già. E poi non funziona il grigrì!”
“Tranquillo, amico fratello: io regalo a te! Mi compri un paio di mìggiasa fantasmini?”
“Ne ho un cassetto pieno di calzini. Mi dispiace, non mi servono…”
“Mi compri un paio di mudàndasa?”
“Ho due cassetti: uno è pieno di mìggiasa, l’altro di mudàndasa. Mi dispiace ma non mi servono proprio…”
“Occhiàllisi, arrellògiusu, accendino, borsetta per tua moglie miss Italia?”
“Dai, non mi serve tutta quella roba là…”
E allora preferisco evitare. Prima di tutto parcheggiare fuori dal parcheggio. Il vocumprà non abbandonerà mai il parcheggio per inseguire un cliente. Secondo con tutta la famiglia abbassarsi il più possibile e strisciare tra le macchine tipo gli indiani. Questo vale anche se siete bassi di statura. Conosco una famiglia di Desulo: sì e no un metro e cinquantatré in media. All’inizio la facevano sempre franca, poi, un giorno il venditore ambulante li ha beccati in flagrante. Ora, ogni volta che escono dal supermercato, pagano il dazio. Terzo camminare veloci, scaricare in fretta la merce in macchina e via di corsa. Quarto aspettare che sia impegnato con un altro cliente e via a tradimento verso la vostra macchina, salvi.
Poi quando v’infilate in macchina non badate troppo al vostro cuore. Mordicchia sempre un po’ quando non si aiuta un bisognoso.
lunedì 10 settembre 2012
Emiliano
L’ho sempre detto: di certa gente non ci si può proprio
fidare. Lo sapevate voi che Emiliano si chiamava Zapata? Quando l’ho saputo mi
è venuto un colpo. Stavo frugando in mansarda tra la mia roba dismessa da
secoli quando eccola qua, una vecchia fotografia che non avevo mai visto prima:
Emiliano insieme a Pancho coperti di cartucciere. Non c’era da sbagliare: si
trattava della stessa persona che ho frequentato per anni senza avere mai
nessun sospetto. Ci sono rimasto di un male! È vero, crediamo sempre di
conoscere la gente con cui viviamo fino a quando, un bel giorno, si rivela per
quello che è. E come Emiliano ce ne sono tanti, credetemi.
Vi ricordate di Adolf, quello basso con i baffetti? Scommetto
che ignorate chi era.
sabato 8 settembre 2012
Il ciclo infernale dei calzini
Uno si chiede: “Ma come fanno gli altri a non ritrovarsi
ogni volta nel cassetto del comò quei vecchi calzini bucati o quelle mutande slavate? Ma
che cos’è? La maledizione della mummia? È possibile che ogni santa mattina mi
debba mettere quella roba là? Eppure non passa una settimana, o al massimo un mese, che non compri un paio
di calzini e di mutande nuovi!” Cerchiamo perciò di analizzare questo singolare
fenomeno, limitandoci al ciclo infernale dei calzini, per capire meglio dove
tutti noi sbagliamo. Ho detto bene: tutti noi.
È la mattina di un giorno qualsiasi della settimana e dobbiamo recarci al lavoro. I minuti come al
solito sono contati. Questo significa che se decidiamo di prendere un secondo
caffè o di vedere le previsioni del tempo alla TV abbiamo il ritardo garantito,
con annesso il capo imbufalito con orologio da polso gigante. Usciamo dal bagno
con addosso l’accappatoio o l’asciugamano grande intorno alla vita, apriamo il
cassetto e… afferriamo i primi calzini che ci capitano sotto mano. Sono proprio
quelli che avevamo deciso mille volte di buttare perché più che a dei calzini
rassomigliano a delle mitaine, che sarebbero i guanti senza le dita che mette la Littizzetto, solo che noi ce li mettiamo ai piedi. No,
quelli no! Primo errore: anziché andare rabbiosamente alla pattumiera, che
guarda caso, sta sotto il lavello di cucina e non in camera, rimettiamo
candidamente i calzini bucati nel cassetto promettendoci di buttarli al nostro
ritorno dal lavoro. E prendiamo allora il secondo paio di calzini che ci
capita: quelli sportivi con la scritta che stranamente, nonostante i secoli, si può
leggere ancora.
Secondo errore: al ritorno dal lavoro ci buttiamo affamati
sulla pasta fumante e ci dimentichiamo completamente dei calzini, i quali si
salvano per l’ennesima volta.
Terzo errore: rieccoci in bagno per un’altra abluzione. Ci
siamo tolti le scarpe, la camicia, insomma ci dobbiamo solo levare l’intimo,
calzini compresi. Che facciamo, corriamo in mutande in cucina a sbarazzarci dei
calzini slavati e pluribucati? Certo che no: li prendiamo e li affidiamo al
portabiancheria o li depositiamo nel cestello della lavatrice che sta là a
bocca aperta. Vengono poi rilavati, ristesi e risistemati amorevolmente nel
nostro cassetto. Tutto qui.
Della scritta volevate sapere? Va bè, ve lo dico: nei miei
calzini c’è scritto “Italia 90”.
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