sabato 27 giugno 2009

La poule au pot


Se c’è un re che mi ha rovinato l’esistenza questo è sicuramente Enrico IV re di Francia e di Navarra. Non per l’Edito di Nantes, che proprio non c’entra con la mia vicenda, ma per quella dannata poule au pot che aveva promesso ai francesi.

“Voglio”, disse più di una volta, “che ogni contadino possa mettere il pollo in pentola la domenica”. Non era preoccupato per le abitudini culinarie dei suoi sudditi, questo no: a lui premeva invece che, per la durata del suo regno, ognuno potesse mangiare degnamente almeno un giorno la settimana. Da allora pare abbia origine la tradizione dei francesi di far bollire quel maledettissimo pollo farcito di verdure tra cui il cavolo che non è di certo tra le mie preferite. Personalmente, non ho niente contro il pollo a patto che venga messo al forno. Così, sì che fa figura sulle nostre tavole. Bollito fa schifo. Fa schifo sia per la pelle che diventa gommosa che per l’aglio e la cipolla che inevitabilmente galleggiano nel suo ripugnante brodo oleoso.

Noi eravamo italiani convinti, soprattutto in cucina, e in teoria dovevamo essere immuni. Da buoni emigrati avevamo quindi ravioli e gnocchetti sardi garantiti la domenica. Non avevamo tuttavia fatto i conti con una certa donna di finestra – sia maledetta per l’eternità – che, con tutta la perfidia di cui fu capace, comunicò a mia madre la fatidica ricetta.

La prima volta, resistetti cinque buoni minuti prima di andare a vomitare il tutto in bagno. Le volte successive, i tempi s’accorciarono. Non erano epoche quelle in cui ti potevi permettere di scegliere quello che stavi per mangiare per cui mi rassegnavo ogni volta il capo chino cercando almeno di evitare l’aglio e la cipolla bollita e lasciando la pelle per ultima nella speranza che i miei si scordassero di obbligarmi a masticarla lungamente e, con un atto di coraggio, mandarla giù.

Dopo anni di tortura dominicale, il giorno che vomitai nel mio piatto mio padre sbottò: “E basta con questa porcheria!” Fu così che scoprii in mio padre il più prezioso degli alleati e che la poule au pot, per la mia grandissima gioia e per quella dei miei fratelli e sorelle, fu bandita dal nostro regno.

giovedì 18 giugno 2009

Lo sconosciuto

Eravamo due persone diverse, completamente diverse, e ancora lo siamo. Forse un po’ lo conoscevo, così come si conoscono le persone che per un attimo incrociano il nostro destino.

Mi accorsi della mia trasformazione in ufficio o meglio una mia collega se ne accorse per prima. Ricordo che era un venerdì e che mi ero messo a contare i minuti che mi separavano dal mio amato fine settimana.

Adalgisa, la collega, mi disse: “Che cos’hai ? Cammini in modo diverso…“
“Diverso?” chiesi stupito.
“Da qualche giorno cammini … come Charlot, ecco, l’ho detto!”

All’ingresso abbiamo una porta-finestra vetrata che, oltre a lasciare entrare la luce, la mattina ci permette di dare un’ultima occhiata alla nostra mise. La vetrata mi rimandò effettivamente una camminata alla Charlot, con la punta dei piedi verso l’esterno. Ci rimasi male anche se per il tempo che trascorsi ancora in ufficio non lo diedi da vedere, almeno nelle mie intenzioni.

A casa evitai di camminare davanti ai miei famigliari, con la scusa di un dolore alle ginocchia. Il giorno seguente non uscii, rinunciando pure alla nostra ormai consueta passeggiata del sabato pomeriggio. I miei figli, maschi, quattordici e dodici anni, ringraziarono. Alla loro età un po’ si vergognavano di farsi vedere nel parco con papà e mamma. Uscirono quindi per conto loro e mia moglie andò a trovare la sorella dall’altra parte della città. Finalmente solo. Potevo cercare di correggere il mio modo di camminare provando ad allineare il più possibile i due piedi. Dovevo pensare ogni passo, costringermi a camminare normalmente. Andavo e venivo nel lungo corridoio imponendomi di rimanere nei limiti delle due mattonelle di trenta centimetri. Mi esercitai per tutto il pomeriggio finché non furono visibili i risultati.

La domenica azzardai qualche passo fuori casa, sorvegliando il mio incedere ogni volta che passavo davanti alla vetrina di un negozio. Apparentemente, tutto era tornato alla normalità.

Il lunedì rientrai in ufficio sapendo di dover passare il test decisivo, quello di Adalgisa, a cui non sfugge mai nulla, maledetta. Vidi che sorrideva, come se avesse capito che le avevo fatto uno scherzo. Interpretai il suo sorriso come un okay definitivo.

Poi, sapete com’è, il tempo passò. Dimenticai l’accaduto e non prestai più attenzione al mio modo di camminare.

Una mattina, guardandomi allo specchio, notai un’espressione che non mi conoscevo. Avevo la faccia interrogativa di uno che ha perso la strada in un paesino di trenta abitanti. Anche questa fu una dura battaglia. Mi costò due weekend solo a casa a fare degli esercizi davanti allo specchio.

Un’altra volta dimenticai, abbassai il livello di guardia, e non mi accorsi dell’attacco finale scoccato a tradimento mentre meno me l’aspettavo. Quel venerdì, rientrando a casa, ero un altro uomo. Davanti allo specchio grande dell’armadio capii che tutto era cambiato in me: era tornata la camminata alla Charlot, ero rimpicciolito, grasso, i miei capelli erano grigi con un’orrenda riga a destra e avevo un’altra faccia con l’espressione da ebete. Mia moglie e i miei figli ancora non erano tornati. Come al solito lei era andata a prenderli all’uscita di scuola, come se alla loro età non potessero tornarsene da soli! Mi precipitai fuori, sperando di incontrali per strada, che mi riconoscessero…

Li vidi. Con loro c’ero io e c’era pure Bobby, il nostro cane... Sorridevo, felice. Pensai in quel momento che se lui era diventato me, io ero diventato lui. Ero un mostro… Odorandomi le mani mi accorsi che puzzavano di pesce. Che schifo, ero diventato un pescivendolo!

Non mi avvicinai troppo e non dissi niente. Li accompagnai verso casa, stando mezzo metro dietro. Entrai con loro.

Lui si voltò:“Che ci fa lei in casa mia?”
Come? Io? Ma questa è casa mia! Guardai mia moglie, i miei figli, il cane.
“Bobby!”Si mise a ringhiare.
“Esca di casa nostra!” Disse mia moglie.
“Ma…”
“Esca, o chiamo la polizia!”

C’era uno specchio, quello davanti al quale avevo fatto i miei esercizi. Rifletteva l’immagine di uno sconosciuto e questo sconosciuto ero io. Allora mi diressi verso la porta, sconfitto.Poi guardai il cane, la sua cuccia, la sua pappa, il suo osso.

E decisi che sarei diventato lui.

domenica 14 giugno 2009

Treni

In Francia davanti ai passaggi a livello troviamo spesso dei cartelli con la frase seguente:

ATTENZIONE UN TRENO PUO' NASCONDERNE UN ALTRO

Mi dico però: se il primo ne può nascondere un altro allora anche quest'altro ne può nascondere un altro ancora. Procedendo con la logica della matriosca, possiamo arrivare a una moltitudine di treni nascosti uno dentro l'altro e a concepire filosoficamente l'infinitamente piccolo.

Se invece poniamo un limite al fenomeno fissandolo a venti-trenta treni possiamo immaginare, all'interno dell'ultimo treno, non un treno come sarebbe stato logico aspettarci, ma i passeggeri, anzi un solo passeggero, piccolo piccolo, con i baffi alla Poirot, senza bagagli perché non c'è posto per i bagagli nei treni francesi.

Con questo non voglio dire che i francesi sono piccoli di statura e tantomeno voglio vantare le ferrovie italiane. Fanno schifo le ferrovie italiane.

Voglio solo sciogliere un dubbio per chi si appresta a lasciare il nostro paese: se avete l'intenzione quest'estate di recarvi in Francia per turismo o altro, non vi preoccupate se prendete venti o trenta treni per volta. L'importante che vadano tutti nella stessa direzione e che si paghi un solo biglietto.

lunedì 1 giugno 2009

L'orrore che semina morte

Alle spalle i passi pesanti di un dinosauro. Non c’era vicino un burrone per fermarlo, una grotta, un antro dove rifugiarmi. Che potevo fare io piccolo e fragile, con la mia paura, con le mie armi derisorie, così inutili contro l'orrore che semina morte? Poi mi voltai e vidi un bambino grasso con la brioche.

venerdì 22 maggio 2009

Dieci anni

Il 1999 lo ricordo come fosse ieri non solo perché era l’anno dell’eclisse o perché come tutti aspettavamo il millenium bug e le sue incontrollabili conseguenze. Eravamo in attesa sì ma del nostro secondo figlio.

Lo volevamo così com’è ora, un po’ dispettoso ma tanto coraggioso: quando saremmo invecchiati ci avrebbe pensato lui a difenderci. Lo immaginavo nell’atto di buttare pentoloni di olio bollente sul nemico o più semplicemente di rispondere pesci in faccia a chi se lo merita, cose che non so fare…

L’avventura prese inizio a maggio di dieci anni fa quando avevo la pancia più grossa di quella della mia metà. Ricordo le preoccupazioni, le lunghe attese dal mio ginecologo, le visite specialistiche di cui nessuna rimborsata, il caldo, i pruriti, i fastidi. Stavamo procedendo magnificamente verso il grande evento.

Inverno 2000, mia moglie volle assistere ad ogni costo e nonostante le avessi fortemente sconsigliato di farlo. Ricordo le urla disperate di mio figlio che si affacciava alla vita ma nacque sano con tutte le dita a posto. Sapeste come beveva il mio latte! Era uno spettacolo vederlo!

Fui dimessa quattro o cinque giorni dopo. Finito il congedo forzato per maternità, rientrai al lavoro dove non vedevo l'ora di ritrovare le amiche e parlare di pappe e di pannolini. Se non sei mai stato mamma non puoi capire le gioie della maternità e come questa ti cambi dentro, nel profondo.

Oggi ho due ragazzi che mi danno grandi soddisfazioni e un marito che vorrebbe tentarsi il terzo ma sinceramente, ho già dato.

lunedì 18 maggio 2009

Causa persa

Non so se valga ancora la pena battersi per la causa di cui ora ti parlerò ma le voglio comunque dare un’ultima possibilità la prossima estate. Vivo in un paese sperduto della Sardegna che non può più contare su niente per sopravvivere, né sull' agricoltura, né sulla pastorizia. Non che nessuno voglia più fare l’agricoltore o il pastore, il fatto è che non ne vale la pena. In quanto all’edilizia viviamo ancora nelle nostre vetuste case di paglia e fango ricoperte da malandate tegole sarde. Spinti dalla disperazione, un po’ anche dalla rabbia e dalla paura di dovere cercare lavoro fuori, come hanno fatto molti compaesani, abbiamo pensato, insieme a qualche anima buona, di farci venire i turisti usando tutti gli stratagemmi possibili. Ci sono dei paesi che vivono di turismo: Orgosolo, San Sperate, per esempio. Che cosa ci vadano a fare i turisti lì non l’ho capito ma una cosa è certa: a loro piace il vecchio e il rovinato e a noi è proprio quello che non manca. Per farla breve, siamo una ventina di amici e parenti, la mattina ci vestiamo da sardi, con costumi che i nostri nonni portavano ancora fino a pochi anni fa: gonne, corpetti, barrita, spaccatroddiu, cambali e ci rechiamo tutti i santi giorni al bivio della strada statale proprio sotto il cartello che indica il paese. Quando passano le macchine ci mettiamo all’inizio della curva lungo la striscia bianca che delimita la strada e facciamo un ballo sardo accompagnati dal sonettu di Antonio Licheri. Quando e se gli automobilisti si fermano gli offriamo della vernaccia e li invitiamo a passare in paese. Alcuni decidono che forse vale la pena di farci un giro e di spendere qualche soldino, molti filano dritto. Abbiamo uno slogan che abbiamo riprodotto in un cartello enorme all'ingresso del paese: "Beni a bidda e portanci sa pobidda" (vieni in paese e portaci la moglie). L'anno scorso è andata bene, nel senso che non ci abbiamo tutto sommato rimesso ma se non ci facciamo venire qualche altra idea siamo finiti... C’è da dire che quelli del paese prima ci hanno copiato l'idea e che pure loro si appostano al loro bivio rubandoci i turisti. Credo comunque che lungo quella statale molti paesi manderanno le proprie delegazioni folkloristiche e che quando questo succederà per noi sarà proprio la fine. Questa è la causa per cui mi sono battuto questi ultimi anni e per cui quest’estate ancora mi batterò.

venerdì 15 maggio 2009

La camera


Di notte la camera diventa l’antro degli orrori. Le due masse oscure ora distese l’una accanto all’altra sono squarciate dalla lama di luce che penetra da una serranda difettosa insieme a un silenzio che poche ore fa era un rassicurante fragore cittadino. La stanza è pregna di un odore ripugnante, quello del venerdì, quando fanno strage di pesci. Dormono, dormono e sognano come dormono e sognano i mostri appagati. Grugniscono, gemono, sibilano, soffiano, soffocano, si voltano e riprendono a grugnire.
Nella sua boccia, immobile, terrorizzato, il pesciolino rosso fissa le due forme indistinte temendone l’improvviso risveglio. Ma teme ancora di più, vigili sui comodini acagiù, ai lati del letto, immersi nell’acqua dei bicchieri, atroci come vaghe promesse di morte, i loro sorrisi assassini.