domenica 28 novembre 2010

L’uomo del Correboi








Sebbene l’area geografica della presente ricerca sia sostanzialmente circoscritta al paesino ogliastrino di Fluminimattzai e al passo montanaro del Correboi che lo sovrasta, la nostra indagine coinvolge tutti i paesi del circondario accomunati dalle leggende, le abitudini e le superstizioni che si rapportano al cosiddetto Uomo del Correboi e che dalla convinzione della sua esistenza sono state originate. Proponiamo ai gentili lettori del Journal una prima parte del nostro studio che per motivi di spazio non possiamo pubblicare integralmente in questo numero e abbiamo quindi suddiviso in quattro articoli mensili. Di prossima pubblicazione le poesie e le canzoni barbaricine e ogliastrine, poi gli amuleti e i riti magici intorno all’Uomo del Correboi.


Gli avvistamenti:

Le testimonianze de visu dell’esistenza dell’Uomo del Correboi consistono  principalmente negli avvistamenti del commerciante inglese, sir Harry Scott, e del pastore Franco Prunedda di Fluminimattzai. Di queste ci rimangono alcune righe in un diario di viaggio e un articolo del quotidiano isolano, l’Unione Sarda.
Riguardo al primo avvistamento attingiamo dal diario dello stesso Scott [Note di un commerciante inglese nell’Isola di Sardegna, Andrea Giusti ed. Firenze, 1853]che ne precisa la data: venerdì 23 aprile 1852. Citiamo: “Il nostro convoglio, scrive lo Scott, costituito da una vettura e da 20 carri carichi di prodotti alimentari e di artigianato isolani, quali mobilia di castagno e vasellami, proveniva dalla città di Nuoro e si accingeva ad attraversare il noto passo del Correboi in direzione della cittadina di Lanusei e successivamente del porticciolo di Arbatax dove era ancorato lo steamer Proudly King. Era una bella giornata primaverile e niente faceva presagire l’incontro che mi accingo a descrivere. Uno dei nostri cocchieri, Angelo Artitzu, in preda all’agitazione, porgendomi il proprio cannocchiale mi indicava una figura umana su uno sperone di roccia distante circa 250 metri. Incuriosito, presi immediatamente il cannocchiale e guardai nella direzione indicatami dal signor Artitzu. Non è raro scorgere dei pastori in quelle vicinanze ma l’uomo che mi apparve, sempre che di uomo si trattasse, sicuramente non era un pastore: non indossava alcun vestito e mostrava una pelle completamente bianca in gran parte ricoperta da abbondante peluria bianca, una lunga capigliatura bianca o bionda e una muscolatura poco comune. La sua statura, da quanto potessi giudicare a quella distanza, poteva essere stimata tra i 190 e 210 centimetri. Quel che maggiormente mi sorprese non furono tanto le sue fattezze, che per quanto insolite potevano avere una spiegazione razionale, quanto le sue prodigiose abilità motorie. Come se avesse capito che a nostra volta lo stessimo osservando si mise a correre ad una velocità che nessun umano potrebbe eguagliare in quegli impervi sentieri e a saltare da una roccia all’altra come solo i mufloni dell’isola sanno fare. Lo potei seguire, anche se con qualche difficoltà, per almeno due minuti nelle sue straordinarie acrobazie finché non scomparve del tutto alla nostra vista.” Scott non aggiunge altri dettagli a quell’appunto di viaggio e non risultano cronache dell’epoca che abbiano ripreso l'argomento.

Il secondo avvistamento risale a soli dieci anni fa, il 19 marzo 1890 e se ne ha notizia in un articolo dell’Unione Sarda, giornale fondato soltanto un anno prima, che riproduciamo qui di seguito nelle sue linee essenziali:
 “Pastore muore dallo spavento
Mercoledì scorso, si legge, il tranquillo paese di Fluminimattzai è stato brutalmente svegliato alle prime ore del mattino dalle grida di spavento di un certo Franco Prunedda, noto pastore del villaggio. Il Prunedda, molto probabilmente, dormiva nel suo ovile nel pressi del passo del Correboi, quando è stato svegliato da qualcosa, o qualcuno, che lo ha terrorizzato. L'uomo si è dato alla fuga, correndo senza sosta fino a raggiungere il paese. La gente del posto, ce lo descrive come un uomo piuttosto coraggioso, che non temeva né la vita solitaria nel suo ovile né la spietatezza dei suoi simili. Ma che ci poteva essere di tanto orrendo nel Correboi da mettere paura al pastore? Purtroppo non possiamo dare una risposta certa a questa domanda perché lo stesso Prunedda non è sopravvissuto più di un giorno alla sua triste avventura e fino al momento della sua morte non fu più in grado di parlare. Sembra tuttavia che proprio sul punto di morire sia riuscito a proferire all’orecchio della moglie queste testuali parole: S’Omu de Arrescottu. Ora, secondo una credenza locale di Fluminimattzai, s’Omini de Arrescottu, l’uomo di ricotta, è un essere leggendario, che vive nei monti del Gennargentu e si nutre delle mucche e delle pecore che liberamente pascolano in quelle montagne. Le ultime parole del Prunedda sono state a loro volta causa del terrore che da tre giorni imperversa tra gli abitanti del paese quasi si fossero riproposti i tempi bui del Medioevo con le loro streghe e i loro stregoni.” [L’Unione Sarda, 22 marzo 1890] L’articolo prosegue prendendo le distanze se non denigrando questo genere di credenze, che definisce “indegne di un secolo che sta per finire all’insegna della scienza”, e ipotizza una più verosimile vendetta alla quale sarebbe momentaneamente sfuggito il povero uomo rafforzando questa supposizione con alcune testimonianze raccolte tra i parenti e i conoscenti della vittima.
L’ipotesi del giornale non ha mai avuto nessun riscontro oggettivo, e gli autori della presunta aggressione non sono mai stati individuati né la vicenda ha avuto un proseguo in qualche faida famigliare. Lasciamo quindi all’autore dell’articolo, Pietrino Zuddas, la responsabilità delle sue opinioni ma gli siamo grati per avere fatto riferimento per la prima volta in un giornale all’uomo del Correboi, oggetto esclusivo della presente ricerca di interesse antropologico, etnologico e più generalmente scientifico.

Chi o che cosa hanno visto esattamente sir Harry Scott e il signor Prunedda a trentotto anni di distanza l'uno da l'altro? Trattasi di un essere favoloso o più semplicemente di un uomo con caratteristiche fisiche particolari ma comunque umane? Non si possono ancora dare delle risposte a tali quesiti ma della vicenda sono rimaste delle interessanti tracce sul campo.
Invitati dalla Royal Society a raccogliere e a studiare quanto più materiale fosse possibile sull’argomento, ci siamo recentemente recati, io e la mia consorte, Mrs. Maria Fadda Johnson, nel villaggio di Fluminimattzai, dove siamo stati confortevolmente ospitati dalle signore Pau Elmina e la cognata Pistis Marta. Ringraziamo quindi queste signore per la loro generosa ospitalità e per le meravigliose leggende che ci hanno raccontato e che offriamo per la prima volta ai nostri lettori i quali non mancheranno di cogliere delle corrispondenze tra le caratteristiche fisiche dei protagonisti e quelle dell'Uomo del Correboi descritte dal commerciante inglese. Precisiamo che le signore Pau e Pistis, entrambe vedove, hanno rispettivamente 60 e 61 anni e che non hanno mai sentito queste leggende prima di avere compiuto dieci – dodici anni di età. Supponiamo quindi che queste abbiano avuto origine successivamente, forse anche conseguentemente, all’avvistamento del commerciante inglese sir Harry Scott. Riteniamo, inoltre, che l’appellativo con cui è localmente noto l’Uomo del Correboi, “s’omini de arrescottu”, letteralmente “l’Uomo di Ricotta”,  sia una storpiatura de “s’omini de Harry Scott” e cioè “l’uomo di Harry Scott”, termini con i quali veniva inizialmente designato quell’essere straordinario che la fertile immaginazione popolare ha collocato a metà strada tra il mito e la realtà.


Le leggende:

Leggenda 1 [Raccontata dalla signora Pau Elmina di Fluminimattzai in data 22 agosto 1900]:

“C’era una volta un povero ragazzo afflitto da una pelle e capelli bianchissimi fin dalla nascita. I suoi quattro fratelli, che si ritenevano più fortunati perché nati tutti bruni, lo prendevano spesso in giro sia in famiglia che davanti agli estranei. Albino, così si chiamava il ragazzo, era molto triste. Non parlava con nessuno e nessuno voleva parlare con lui, neanche i genitori i quali si vergognavano di avere un figlio “bianco come un morto”, come dicevano. Albino rimaneva spesso da solo, mangiava da solo, spesso i resti dei piatti dei fratelli, e dormiva da solo in un lettino scomodo sistemato in soffitta, a cui si accedeva da una disagevole scala a pioli, come la roba che non serviva più ma di cui la famiglia non aveva il coraggio di disfarsi. Desiderava solo una cosa: morire ma non sapeva ancora che la vita è il dono più prezioso che Dio ci abbia dato. Una mattina, i suoi fratelli, che avevano la pessima abitudine di rubare nelle case dei loro compaesani, avendo appreso che il mugnaio del paese si era recato col suo asino nel paese vicino per prendere dei sacchi di grano e che non avrebbe fatto rientro quella notte, si riunirono in cucina per preparare un furto di farina nella sua casa. Albino, che fu svegliato dal vocio dei fratelli si alzò dal letto e scese in cucina dove li supplicò di non andare ma i fratelli non gli volevano dare ascolto. Così, al crepuscolo, il ragazzo decise di accompagnarli nella casa del mugnaio per cercare di dissuaderli fino all’ultimo momento. Forzarono la serratura ed entrarono chiudendo la porta dietro di loro. Trovarono come speravano dei sacchi pieni di farina che dovevano solo caricare sulle loro spalle prima di uscire. Cosa che fecero ma questa volta la serratura della porta giocò loro un brutto scherzo: si rifiutava ostinatamente di aprirsi. Provarono per ore e ore ma non c’era niente da fare: la serratura non si sbloccava. Non c’era altro modo per uscire: in quella casa, per misura di sicurezza, non c’erano finestre. Decisero così di dormire sui sacchi di farina e di attendere la mattina il ritorno del mugnaio a cui avrebbero raccontato di essere entrati in casa sua per comprare la farina. In un modo o nell’altro sarebbero usciti da quella casa. Così si sdraiarono sui sacchi e si misero a dormire. Quella notte però la Morte passò da quelle parti e non essendoci serratura che le sappia resistere entrò. Vedendo i ragazzi bruni tutti infarinati pensò: “Questi mi vogliono ingannare dandomi da credere che sono già morti.” Poi, guardando il giovane Albino e constatando che la sua pelle era effettivamente bianca anche dopo avere spazzolato con la sua veste la farina disse: “Non mi ricordo di avergli portato via la vita ma questo mi sembra già morto.” Così lo lasciò vivere portandosi via solo le vite dei suoi fratelli. Uscendo lasciò la porta aperta. Quella mattina Albino svegliandosi vide i corpi dei fratelli. Pianse su di loro e recitò una preghiera affidando le loro anime a Dio. Accorgendosi poi che la porta era aperta uscì. Da quel giorno Albino amò la vita e ritrovò il sorriso.”

 Leggenda 2 [Raccontata dalla signora Pistis Marta di Fluminimattzai in data 24 agosto 1900]:

“Il re del Gennargentu ha ormai raggiunto l’età in cui gli uomini devono prendere moglie. Riunisce i saggi del suo Regno per prendere consiglio da loro. La dama che avrà l’onore di essere scelta dal nostre re, dice un vecchio saggio ogliastrino, non solo deve essere la dama più bella tra tutte ma possedere a sua volta le qualità di una grande regina. Dalle prove emergono i caratteri e le doti, continua il vecchio. Il re faccia sapere a tutte le donne del reame che allo scadere del mese sposerà quella che si presenterà con il velo da sposa più lungo.
La decisione del re fu proclamata in ogni angolo del suo immenso regno in modo che nessuna donna la potesse ignorare. Così le famiglie più ricche della Sardegna comandarono alle sarte, poi a tutte le altre donne in grado di cucire e ricamare, di confezionare per la loro donna in età da matrimonio, il lungo velo da sposa che le avrebbe assicurato le nozze reali. Non sempre le decisioni dei sovrani sono giuste, soprattutto quando concedono solo ai ricchi e tolgono ogni speranza ai poveri. A questo pensava Nevina, la bella figlia del calzolaio, che aveva appreso dalla defunta madre a cucire e a rammendare. Ora contribuiva con le sue compaesane a preparare il velo della ricca Angelina Porcu. Non è giusto, ripeteva tra sé e sé, Angelina, o una come lei, diventerà la regina del Gennargentu, ma nessuna di queste, ne sono certa, ama il re come me. Nevina amava in gran segreto il re dal giorno che la famiglia reale venne in paese a chiedere di un calzolaio capace di fabbricare delle scarpe comode per un vecchio cortigiano a cui il re era molto grato per avergli salvato la vita. Siccome il padre di Nevina era l’unico calzolaio del paese, bussarono a casa sua. I giovani si guardarono e subito la ragazza sentì qualcosa di strano in lei. Era il suo cuore puro che aveva cominciato a battere per quello del suo re. Non potendo pretendere di essere ricambiata dal suo sovrano, Nevina cercò di dimenticare soffocando il suo amore nel duro lavoro quotidiano. Il giorno delle nozze stava ormai arrivando, il velo era pronto e per lei non c’era nessuna speranza. L’indomani avrà come regina una donna come Angelina Porcu, ricca e superba ma col cuore arido come i giorni di siccità.
Ma Nevina aveva un’amica. Era un’amica che conosceva e poteva vedere solo lei. Le parlava la notte, quando tutti dormivano e si poteva confidare. Quella notte la sua amica le disse: “Non ti arrendere! Non smettere di sperare! Domani recati da sola sulla vetta più alta del Gennargentu, fai una preghiera e aspetta!” Nevina non capì perché la sua amica le avesse sussurrato queste parole ma nonostante questo si promise di seguire il suo consiglio. Si addormentò e sognò di trovarsi alla corte del re e di portare il velo da matrimonio più lungo. Il re le sorrise, disse di ricordarsi di lei, e la scelse tra tutte.
Al suo risveglio Angelina Porcu riunì tutte le donne e le ragazze che avevano cucito e ricamato il velo ordinando loro di sostenerlo mentre avrebbe sfilato nel palazzo reale. Quale non fu la sua collera quando si accorse che Nevina non si trovava tra le sue damigelle! La fece cercare dai suoi sottoposti ma di lei nessuna traccia.
Nevina aveva fatto come la sua amica le aveva detto. Si trovava sulla cima più alta del Gennargentu e guardava le carrozze arrivare alla corte del re. Il re le accoglieva ad una ad una personalmente sul viale di accesso al palazzo. Qualcuno fece notare: “Sire, nevica sul Gennargentu!” Per quanto insolito per il mese di aprile il re vide che effettivamente stava nevicando sulla cima più alta della Sardegna. Poi, accorgendosi che sulla vetta c’era una donna, chiese di chi si potesse trattare. “E’ Nevina, disse un cortigiano con un lungo cannocchiale, la figlia del calzolaio.”
Continuava a nevicare. Nevicò così tanto che il monte si coprì di un velo nevoso facendo sembrare la bella Nevina una giovane sposa con un immenso velo da matrimonio. Il re riconobbe in Nevina la ragazza che da tempo amava e che finalmente poteva sposare.”

Leggenda 3 [Raccontata dalla signora Pau Elmina di Fluminimattzai in data 22 agosto 1900]:

“Il pastore Carmine Brundu e la moglie Franca Spissu sono sposati da cinque anni ma non hanno figli. Una notte la moglie sogna di un bambino fatto tutto di ricotta che segue il marito e si comporta come se ne fosse il figlio. A un certo punto il bambino si rivolge a lei dicendole: ‘se davvero vuoi un figlio dì a tuo marito di seminare a cipolle il campo di Satt’e Idda.’ Tutti sanno che quel campo è sterile e non ha mai dato frutti a causa della maledizione della più malvagia tra le coghe, Maria Malitengas. Che il campo di Satt’e Idda potesse produrre delle cipolle sembrò tanto assurdo alla signora Spissu che se ne stette in silenzio e non disse quindi nulla al marito. Un mese più tardi fece lo stesso sogno ma questa volta il bambino di ricotta l’implorava di fare quanto diceva e fu così commovente da svegliarla tra le lacrime. La signora svegliò allora il marito e piangendo gli raccontò del sogno. L’uomo si alzò, si vestì in fretta, prese i suoi strumenti da lavoro e uscì di casa. Arò e seminò il campo maledetto il giorno stesso. Alcuni mesi dopo, quando videro le prime piantine spuntare poi le belle cipolle dorate, la coppia si mise a sperare. Un giorno la signora Spissu s’accorse di essere in dolce attesa. Nacque un bel bambino biondo che era lo specchio della salute.”

Le signore Pau e Pistis, oltre ad averci aperto le loro case e a raccontarci le leggende riportate, si sono offerte di assisterci, il sottoscritto e consorte, in tutte le necessità che la nostra permanenza implicava. Così ci siamo visti preparare ogni mattina un’abbondante colazione con latte di pecora appena munto, marmellate e dolci tradizionali fatti espressamente per noi. Dire che il pranzo e la cena erano copiosi sarebbe riduttivo e sarebbe altrettanto riduttivo affermare che erano anche eccellenti. Ci è parso, a me e alla mia signora, che queste squisite persone facessero a gara per offrirci quanto di meglio sapevano cucinare. Oltre che per la loro ospitalità siamo loro riconoscenti per averci presentati ai loro compaesani e in particolare ai pastori Alfio e Bruno Prunedda e alla signora Bonacatu Sitzia, rispettivamente figli e vedova di Franco Prunedda, di cui abbiamo raccolto le interessantissime testimonianze che pubblicheremo nel prossimo numero.
Se la nostra inchiesta ci condusse fino a quel punto a fare la conoscenza di numerose persone indirettamente implicate nella vicenda che ci occupava quale non fu la nostra sorpresa nell’essere presentati, all’occasione di una passeggiata serale  sulla piazza del paese, al cocchiere Angelo Artitzu che fu uno degli avvistatori dell’Uomo del Correboi, se non addirittura il primo. Il signore Artitzu è un signore robusto e, a quanto disse egli stesso, apparentemente con una punta d’orgoglio, ancora dotato di buona vista nonostante l’età molto avanzata. La sua testimonianza coincide in tutto e per tutto con quella di sir Harry Scott tranne che per un interessantissimo particolare.
“Era un uomo muscoloso, alto, forse più di due metri. Aveva una capigliatura e una folta peluria bianche. E’ probabile che nonostante fosse grande e forte avesse paura di noi perché, a un certo punt,o si mise a correre e a saltare tra le rocce come per scappare. La cosa che più mi ha colpito non era tanto che riuscisse a farlo con tanta agilità, cosa che tutto sommato sanno fare anche i pastori, ma il fatto che ogni tanto più che correre o saltare sembrava che ballasse. Così:”
Il signor Artitzu, per dare corpo alle sue parole, si era alzato, fatto largo tra la folla che nel frattempo si era raccolta intorno a noi, e intonando una sorta di dillu molto ritmato eseguì, presto imitato da tutti i presenti, compresi il sottoscritto e consorte, i complessi passi di quello che a Fluminimattzai tutti chiamano su baddu ‘e s’arriscottu trasformando di fatto un’intervista con tutti i crismi della ricerca scientifica in una festa di paese che, tra balli, musiche e canti, proseguì per tutta la notte.

Henry Donald Johnson

(Journal of the Royal Society, n° 76 del 24 maggio 1900)

1 commento:

kuhurobe ha detto...
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