La signora Seddas, ancora bella nonostante l’estremo pallore del viso, svolazzava sotto l’alto soffitto della lolla campidanese mentre il povero marito, saltando come poteva saltare un uomo sudato con la grossa pancia, cercava inutilmente di afferrarla per un piede o per la lunga camicia da notte.
“Vieni giù!”, urlò. La moglie non sembrava affatto sentirlo e proseguiva nelle sue acrobazie aeree indifferente alle suppliche dell’uomo. Vicino a lui, la vecchia madre, vestita di nero, scarpe da tennis, monosopracciglio, espressione severa. Tutt’intorno, delle galline, delle oche grasse, dei conigli e un asino grigio. “Vieni giù!”, ripeté l’uomo per l’ennesima volta, come se non sapesse dire altro che queste due inutili parole. La donna sospesa nell’aria non prestava la minima attenzione al marito che sembrava ormai rassegnato a questo stato di cose. La suocera, gli occhi infuocati dall’ira, ordinò al figlio: “Prendi la scopa!”
A queste parole la signora Seddas scoppiò in una risata irrefrenabile che le costò un bernoccolo sulla fronte sbattendo contro la grossa trave di legno e una storta a un piede cadendo come un sasso sul pavimento di pietre a mezzo metro dalla vecchia signora. Fu immediatamente legata, impacchettata, imbavagliata, portata in camera da letto e assicurata alle sbarre di ferro del proprio letto.
“E’ così che ci ringrazi, porca che non sei altra?”, le urlò in faccia la suocera. “Se non fosse stato per mio figlio oggi saresti sposata con un cartoneri e cercavi cartone d’imballaggio in mezzo alla mondezza. Sai che ti dico? Tu hai il peccato in corpo, il diavolo in persona, e c’è una sola persona che possa fartelo uscire: don Barras…”
“No!”, gridò il figlio. “Don Barras no! Quell’uomo non metterà mai i piedi in casa mia!”
“O vai a cercare don Barras o ti tieni tua moglie così com’è. Ti piace vederla volare per le stanze in un nugolo di pipistrelli? Che vuoi fare, portartela in giro come un palloncino colorato? Ma le hai sentite le parolacce? ”
“Ma…”, bofonchiò Palmiro Seddas, “lo sai che cosa fa don Barras alle donne? Lui..”
“Sì, che lo so”, l’interruppe la madre, “e allora? Che cosa può fare a una donna sposata una volta in più o una volta in meno?"
Palmiro Seddas, che non si voleva arrendere così facilmente all’evidenza di chiamare don Barras, convinto che la moglie fosse vittima di malocchio, propose di far venire la signora Faedda che conosceva tutte le mexinas de s’ogu pigau.
“E’ brava sai, ti ricordi quando hanno rubato le pecore di Nanneddu Pitzolu? E’ stata lei a fare il rasu de Sant’Antoni che ha permesso di ritrovarle.”
“Non farmi ridere”, sbottò la madre . “La signora Faedda al massimo con le sue formulette ti fa sparire i porri della mano, se lo vuoi sapere. A tua moglie non serve una così. Ha bisogno di un esorcista e don Barras è un esorcista vero.”
La discussione sull’opportunità di introdurre in casa propria un prete - o forse un ex prete - depravato si protrasse per tutto il pomeriggio ma alla fine il figlio, come al solito quando c‘era da prendere una decisione importante che lo riguardava, cedette agli argomenti della madre. All’alba del giorno dopo, il contadino attaccò un cavallo a sa karretta e lasciò la sua abitazione di campagna alla volta della Giara di Gentruri.
Strada facendo i suoi pensieri erano costantemente rivolti all’infelice donna che aveva sposato e non faceva caso a quanto la natura invano gli mostrava. Per lui erano solo dei campi più o meno arabili a seconda della loro fertilità o della loro posizione. Quello che ora si estendeva a destra era terra luàttsa, apparentemente buona ma traditrice… Già, traditrice…
Davanti a lui, il sole estivo cominciava a spuntare sulla linea verde blu dell’altopiano ai cui piedi ancora sonnecchiava il paesetto di Gentruri. Appena varcato il cartello di benvenuto, trovò sulla sinistra il bar del vecchio Tendas indicatogli dalla madre. Ananìa Tendas, vedendo entrare l’omone grasso, chiese con tono che avrebbe voluto professionale: “Desidera?”
“Un’informazione”, rispose Seddas, “e un caffè”, aggiunse.
“Cosa vuole sapere?”, chiese Tendas.
“Sto cercando un certo don Barras…”
“Don… E’ meglio non nominarlo quello…”
“E perché?”, si stupì Seddas.
“Il perché lo sanno tutti in paese ed è meglio evitare l’argomento, qui.”
“Ascolti, io sono il figlio di Defenza Piras che mi ha detto di rivolgermi a lei…”, spiegò Seddas.
“Il figlio di Defenza? E come sta? Bene?”
“Per l’età che ha sta bene. Un po’ di artrosi ma sta bene…”
“E chi non ce l’ha l’artrosi! Allora tu sei Adelfio?”
“No, sono Palmiro. Adelfio è in Gallura.”
“Ascolta, Palmiro, il tuo don Barras lo trovi lungo il sentiero a circa due chilometri dall’inizio della Giara. Non puoi sbagliare. Se è per quello che penso ti dico solo una cosa: per te sarà dura, molto dura…”
Palmiro Seddas si rattristò. Bevve il suo caffè, salutò e uscì dal bar. Alle sue spalle sentì la fragorosa risata di Tendas.
Madre natura era parecchio distratta quando creò la Giara. Era forse sua intenzione farne la bocca di un immenso vulcano nel quale gettare ladri e assassini o un deserto rovente dove solo i serpenti, gli scorpioni e le anime dei dannati potessero vagare i giorni d’inferno, come le era riuscito così bene in altre parti della Sardegna. Ne venne fuori un paradiso in terra, brulicante di una grande varietà di animali, tra i quali il cinghiale, la lepre, la volpe e il piccolissimo cavallino della Giara che tutt’oggi vive tra i suoi simili allo stato brado. L’altopiano è ricoperto di corbezzoli, mirto, lecci e sughere sotto le quali è bello ripararsi quando i raggi del sole sono spietati e l’aria diventa irrespirabile. Qua e là, alcune domus de janas e qualche rudere nuragico testimoniano che anticamente l’uomo vi ha abitato. Più recentemente, i pastori hanno costruito le loro pinnettas, casette coniche ricoperte di rami in guisa di tetto, dove occasionalmente hanno trovato rifugio banditi armati di moschetto o qualche strano eremita, come ora don Barras.
Palmiro Seddas non era molto distante dal luogo indicatogli da barista di Gentruri. Sapeva dell’esistenza dei cavallini, così si guardava intorno nella speranza di scorgerne almeno uno ma niente si mosse nella fitta macchia. Eccolo arrivato alla pinnetta di don Barras. Scese dalla karretta, avanzò verso l’ingresso della casetta e si fermò aspettando che l’uomo ne uscisse. Non udendo nessun rumore all’interno e non vedendo nessuno venire fuori, disse: “Con permesso…”
“Lei chi è?”, chiese una voce grave dietro di lui. Seddas si voltò. Dietro un muretto a secco che delimitava la “proprietà” di don Barras, l’esorcista lo fissava dritto negli occhi. Si reggeva con un bastone che poteva improvvisamente tramutarsi in arma. Era un uomo di statura media, tutto coperto di stracci e una lunga barba bianca. “Che cosa ci fa qui? Che cosa vuole?” L’omone, che non era abituato a questo tipo di ospitalità, fu sorpreso dal tono ostile del prete.
“Lei è don Barras?”, riuscì a chiedere.
“Perché cerca don Barras? Qui non c’è nessun don Barras!”
“Mi hanno detto che l’avrei trovato qui…”
“Se ne torni da dove è venuto. Don Barras qui non c’è. Se n’è andato. “
Il signor Seddas non rispose. Rassegnato, risalì sulla karretta, girò intorno a una sughera e si fermò un attimo davanti all'eremita.
“Come faccio con mia moglie adesso? Don Barras era la mia unica speranza…”
“Quanti anni ha sua moglie?”, chiese l’esorcista.
“Ventiquattro, quasi venticinque anni…”
“Allora vengo con lei”, disse l’esorcista sedendosi vicino all’omone. Puzzava come non era possibile puzzare, come non puzzano neanche le carogne su cui amano sdraiarsi i cani. Destino volle che, proprio sul sentiero che aveva percorso poco prima, si fosse fermata una coppia di cavallini. Quello di dietro era visibilmente il maschio e le sue intenzioni erano chiare.
Tanto chiare che l’esorcista rideva, rideva.
Tanto chiare che, nel mentre, il povero Seddas piangeva.
II.
Le vie di Gentruri sono deserte sotto i colpi del solleone. Cedono all'animazione soltanto la sera quando gli anziani si siedono davanti all'uscio e i più giovani si spingono fino a "pratz' 'e cresia" all'ombra del campanile.
Era mezzogiorno quando la "karretta" di Palmiro Seddas intraprese l'attraversamento di un paese immobile e vuoto. Ciò nonostante, l'omone sentiva su di loro mille occhi che non si perdevano un istante del loro passaggio, quasi fossero statue di santi i giorni di siccità o dei condannati destinati alla forca. Don Barras non manifestava alcun disagio. Aveva lo sguardo fisso e l'accenno di sorriso della sfida. Seddas non osava guardare oltre la criniera del cavallo e quegli occhi doveva sentirseli addosso ben oltre l'ultima casa del paese.
"Che cos'ha sua moglie?", chiese allora l'esorcista.
"Vola...", rispose Seddas imbarazzato.
"Come sarebbe a dire? Non ho mai sentito niente del genere... ma se è vero quanto afferma un semplice esorcismo non potrà bastare. Ci vorrà più tempo, dei giorni, forse delle settimane, se non dei mesi. Il demone che ha preso possesso del corpo di sua moglie è potente e deve essere combattuto con tue le forze di cui sono capace. E' possibile che io perda la vita durante l'esorcismo. Un dubbio, un piccolo cedimento e sono perduto. Se questo dovesse accadere dovrete cercare un altro esorcista, uno che sia più giovane e forte di me. A Bitti c'è un certo Talanas. Chiedete di lui. E' una vera forza della natura... ma potete stare tranquilli, ci sono io e sono forte abbastanza per sconfiggere qualsiasi demone minacci la vostra felicità..."
Seddas non seppe rispondere altro che: "Grazie, don Barras..."
"Non mi deve ringraziare. Io sono fatto così: quando la gente ha bisogno di me una mano la dò volentieri." Poi, vedendo un cespuglio di mirto l'esorcista ordinò: "Si fermi un attimo." Scese dal veicolo e andò immediatamente a nascondersi dietro il cespuglio.
La sua ombra era quella di un treppiede.



