lunedì 21 dicembre 2009

Don Barras



I.
La signora Seddas, ancora bella nonostante l’estremo pallore del viso, svolazzava sotto l’alto soffitto della lolla campidanese mentre il povero marito, saltando come poteva saltare un uomo sudato con la grossa pancia, cercava inutilmente di afferrarla per un piede o per la lunga camicia da notte.
“Vieni giù!”, urlò. La moglie non sembrava affatto sentirlo e proseguiva nelle sue acrobazie aeree indifferente alle suppliche dell’uomo. Vicino a lui, la vecchia madre, vestita di nero, scarpe da tennis, monosopracciglio, espressione severa. Tutt’intorno, delle galline, delle oche grasse, dei conigli e un asino grigio. “Vieni giù!”, ripeté l’uomo per l’ennesima volta, come se non sapesse dire altro che queste due inutili parole. La donna sospesa nell’aria non prestava la minima attenzione al marito che sembrava ormai rassegnato a questo stato di cose. La suocera, gli occhi infuocati dall’ira, ordinò al figlio: “Prendi la scopa!”
A queste parole la signora Seddas scoppiò in una risata irrefrenabile che le costò un bernoccolo sulla fronte sbattendo contro la grossa trave di legno e una storta a un piede cadendo come un sasso sul pavimento di pietre a mezzo metro dalla vecchia signora. Fu immediatamente legata, impacchettata, imbavagliata, portata in camera da letto e assicurata alle sbarre di ferro del proprio letto.
“E’ così che ci ringrazi, porca che non sei altra?”, le urlò in faccia la suocera. “Se non fosse stato per mio figlio oggi saresti sposata con un cartoneri e cercavi cartone d’imballaggio in mezzo alla mondezza. Sai che ti dico? Tu hai il peccato in corpo, il diavolo in persona, e c’è una sola persona che possa fartelo uscire: don Barras…”
“No!”, gridò il figlio. “Don Barras no! Quell’uomo non metterà mai i piedi in casa mia!”
“O vai a cercare don Barras o ti tieni tua moglie così com’è. Ti piace vederla volare per le stanze in un nugolo di pipistrelli? Che vuoi fare, portartela in giro come un palloncino colorato? Ma le hai sentite le parolacce? ”
“Ma…”, bofonchiò Palmiro Seddas, “lo sai che cosa fa don Barras alle donne? Lui..”
“Sì, che lo so”, l’interruppe la madre, “e allora? Che cosa può fare a una donna sposata una volta in più o una volta in meno?"
Palmiro Seddas, che non si voleva arrendere così facilmente all’evidenza di chiamare don Barras, convinto che la moglie fosse vittima di malocchio, propose di far venire la signora Faedda che conosceva tutte le mexinas de s’ogu pigau.
“E’ brava sai, ti ricordi quando hanno rubato le pecore di Nanneddu Pitzolu? E’ stata lei a fare il rasu de Sant’Antoni che ha permesso di ritrovarle.”
“Non farmi ridere”, sbottò la madre . “La signora Faedda al massimo con le sue formulette ti fa sparire i porri della mano, se lo vuoi sapere. A tua moglie non serve una così. Ha bisogno di un esorcista e don Barras è un esorcista vero.”
La discussione sull’opportunità di introdurre in casa propria un prete - o forse un ex prete - depravato si protrasse per tutto il pomeriggio ma alla fine il figlio, come al solito quando c‘era da prendere una decisione importante che lo riguardava, cedette agli argomenti della madre. All’alba del giorno dopo, il contadino attaccò un cavallo a sa karretta e lasciò la sua abitazione di campagna alla volta della Giara di Gentruri.
Strada facendo i suoi pensieri erano costantemente rivolti all’infelice donna che aveva sposato e non faceva caso a quanto la natura invano gli mostrava. Per lui erano solo dei campi più o meno arabili a seconda della loro fertilità o della loro posizione. Quello che ora si estendeva a destra era terra luàttsa, apparentemente buona ma traditrice… Già, traditrice…

Davanti a lui, il sole estivo cominciava a spuntare sulla linea verde blu dell’altopiano ai cui piedi ancora sonnecchiava il paesetto di Gentruri. Appena varcato il cartello di benvenuto, trovò sulla sinistra il bar del vecchio Tendas indicatogli dalla madre. Ananìa Tendas, vedendo entrare l’omone grasso, chiese con tono che avrebbe voluto professionale: “Desidera?”
“Un’informazione”, rispose Seddas, “e un caffè”, aggiunse.
“Cosa vuole sapere?”, chiese Tendas.
“Sto cercando un certo don Barras…”
“Don… E’ meglio non nominarlo quello…”
“E perché?”, si stupì Seddas.
“Il perché lo sanno tutti in paese ed è meglio evitare l’argomento, qui.”
“Ascolti, io sono il figlio di Defenza Piras che mi ha detto di rivolgermi a lei…”, spiegò Seddas.
“Il figlio di Defenza? E come sta? Bene?”
“Per l’età che ha sta bene. Un po’ di artrosi ma sta bene…”
“E chi non ce l’ha l’artrosi! Allora tu sei Adelfio?”
“No, sono Palmiro. Adelfio è in Gallura.”
“Ascolta, Palmiro, il tuo don Barras lo trovi lungo il sentiero a circa due chilometri dall’inizio della Giara. Non puoi sbagliare. Se è per quello che penso ti dico solo una cosa: per te sarà dura, molto dura…”
Palmiro Seddas si rattristò. Bevve il suo caffè, salutò e uscì dal bar. Alle sue spalle sentì la fragorosa risata di Tendas.

Madre natura era parecchio distratta quando creò la Giara. Era forse sua intenzione farne la bocca di un immenso vulcano nel quale gettare ladri e assassini o un deserto rovente dove solo i serpenti, gli scorpioni e le anime dei dannati potessero vagare i giorni d’inferno, come le era riuscito così bene in altre parti della Sardegna. Ne venne fuori un paradiso in terra, brulicante di una grande varietà di animali, tra i quali il cinghiale, la lepre, la volpe e il piccolissimo cavallino della Giara che tutt’oggi vive tra i suoi simili allo stato brado. L’altopiano è ricoperto di corbezzoli, mirto, lecci e sughere sotto le quali è bello ripararsi quando i raggi del sole sono spietati e l’aria diventa irrespirabile. Qua e là, alcune domus de janas e qualche rudere nuragico testimoniano che anticamente l’uomo vi ha abitato. Più recentemente, i pastori hanno costruito le loro pinnettas, casette coniche ricoperte di rami in guisa di tetto, dove occasionalmente hanno trovato rifugio banditi armati di moschetto o qualche strano eremita, come ora don Barras.
Palmiro Seddas non era molto distante dal luogo indicatogli da barista di Gentruri. Sapeva dell’esistenza dei cavallini, così si guardava intorno nella speranza di scorgerne almeno uno ma niente si mosse nella fitta macchia. Eccolo arrivato alla pinnetta di don Barras. Scese dalla karretta, avanzò verso l’ingresso della casetta e si fermò aspettando che l’uomo ne uscisse. Non udendo nessun rumore all’interno e non vedendo nessuno venire fuori, disse: “Con permesso…”
“Lei chi è?”, chiese una voce grave dietro di lui. Seddas si voltò. Dietro un muretto a secco che delimitava la “proprietà” di don Barras, l’esorcista lo fissava dritto negli occhi. Si reggeva con un bastone che poteva improvvisamente tramutarsi in arma. Era un uomo di statura media, tutto coperto di stracci e una lunga barba bianca. “Che cosa ci fa qui? Che cosa vuole?” L’omone, che non era abituato a questo tipo di ospitalità, fu sorpreso dal tono ostile del prete.
“Lei è don Barras?”, riuscì a chiedere.
“Perché cerca don Barras? Qui non c’è nessun don Barras!”
“Mi hanno detto che l’avrei trovato qui…”
“Se ne torni da dove è venuto. Don Barras qui non c’è. Se n’è andato. “
Il signor Seddas non rispose. Rassegnato, risalì sulla karretta, girò intorno a una sughera e si fermò un attimo davanti all'eremita.
“Come faccio con mia moglie adesso? Don Barras era la mia unica speranza…”
“Quanti anni ha sua moglie?”, chiese l’esorcista.
“Ventiquattro, quasi venticinque anni…”
“Allora vengo con lei”, disse l’esorcista sedendosi vicino all’omone. Puzzava come non era possibile puzzare, come non puzzano neanche le carogne su cui amano sdraiarsi i cani. Destino volle che, proprio sul sentiero che aveva percorso poco prima, si fosse fermata una coppia di cavallini. Quello di dietro era visibilmente il maschio e le sue intenzioni erano chiare.
Tanto chiare che l’esorcista rideva, rideva.
Tanto chiare che, nel mentre, il povero Seddas piangeva.

II.
Le vie di Gentruri sono deserte sotto i colpi del solleone. Cedono all'animazione soltanto la sera quando gli anziani si siedono davanti all'uscio e i più giovani si spingono fino a "pratz' 'e cresia" all'ombra del campanile.
Era mezzogiorno quando la "karretta" di Palmiro Seddas intraprese l'attraversamento di un paese immobile e vuoto. Ciò nonostante, l'omone sentiva su di loro mille occhi che non si perdevano un istante del loro passaggio, quasi fossero statue di santi i giorni di siccità o dei condannati destinati alla forca. Don Barras non manifestava alcun disagio. Aveva lo sguardo fisso e l'accenno di sorriso della sfida. Seddas non osava guardare oltre la criniera del cavallo e quegli occhi doveva sentirseli addosso ben oltre l'ultima casa del paese.
"Che cos'ha sua moglie?", chiese allora l'esorcista.
"Vola...", rispose Seddas imbarazzato.
"Come sarebbe a dire? Non ho mai sentito niente del genere... ma se è vero quanto afferma un semplice esorcismo non potrà bastare. Ci vorrà più tempo, dei giorni, forse delle settimane, se non dei mesi. Il demone che ha preso possesso del corpo di sua moglie è potente e deve essere combattuto con tue le forze di cui sono capace. E' possibile che io perda la vita durante l'esorcismo. Un dubbio, un piccolo cedimento e sono perduto. Se questo dovesse accadere dovrete cercare un altro esorcista, uno che sia più giovane e forte di me. A Bitti c'è un certo Talanas. Chiedete di lui. E' una vera forza della natura... ma potete stare tranquilli, ci sono io e sono forte abbastanza per sconfiggere qualsiasi demone minacci la vostra felicità..."
Seddas non seppe rispondere altro che: "Grazie, don Barras..."
"Non mi deve ringraziare. Io sono fatto così: quando la gente ha bisogno di me una mano la dò volentieri." Poi, vedendo un cespuglio di mirto l'esorcista ordinò: "Si fermi un attimo." Scese dal veicolo e andò immediatamente a nascondersi dietro il cespuglio.
La sua ombra era quella di un treppiede.

domenica 20 dicembre 2009

U cunduttu

E’ un vecchio palazzo scrostato di tre piani. Sulla sinistra vediamo le rampe delle scale in muratura che portano esternamente sino al secondo e lasciano supporre che si acceda al terzo piano dall’interno delle abitazioni. Sulle scale e nella via si sono riversate circa trenta persone a cui hanno chiesto di guardare l’uccellino stando ferme senza respirare. I bambini davanti sembra che lo aspettino davvero l’uccellino e che sperino, chi in un canarino, chi in uno scricciolo e chi in un piccolo storno autunnale. Riconosco i posti della cartolina postale ma non le persone. Le finestre, semichiuse o con le gelosie appena sollevate, sono le stesse che si possono ancora trovare nella città di Bastia. Sulla destra, al primo piano, si affaccia un comunissimo terrazzo delimitato da uno sgabuzzino e che una tettoia ripara dal sole o dalla pioggia.


Che cos’è questo tubo di argilla che si arrampica lungo la facciata? Si tratta in realtà di una serie di tubi, lunghi meno di un metro e di un diametro di circa venti centimetri, incastrati l’uno nell’altro. Potrete notare che la parte inferiore dell’intera struttura affonda un po’ in una traccia ed è stata assicurata al muro con il cemento mentre è stata tassellata dal primo piano in su. Seguiamolo questo tubo. Presto un ramo si avventura obliquamente a sinistra per fermarsi all’angolo di quella finestra del primo piano. Il troncone centrale prosegue la sua ascesa diramandosi ulteriormente a destra e a sinistra verso altre finestre. L’effetto ricorda in più irregolare quello della venatura di una semplice foglia. Nessuno mi chiede a che cosa servisse? Non fa nulla, ve lo dico lo stesso: si tratta del famoso “cunduttu”. Il cunduttu era il sistema fognario per eccellenza che funzionava a tutta forza sino a pochi decenni fa: il bastiaccio come viene chiamato tutt’oggi, faceva i suoi bisogni, tutti i suoi bisogni, in un secchio di metallo smaltato chiamato “u cadinu” che la donna andava a svuotare al calare della notte, sicura di non essere vista dalla vicina di casa. E’ vero tutte prima o poi lo andavano a svuotare il loro cadinu ma sarebbe stato estremamente imbarazzante farlo davanti ad altre persone. Apriva piano piano la finestra, dava uno sguardo a destra e a sinistra poi senza fare rumore toglieva il tappo di sughero o di legno del proprio cunduttu e vi versava discretamente quanto i cagoni a cui cucinava in continuazione avevano capitalizzato durante il giorno. Nella cartolina postale ci accorgiamo dalle lunghe ombre che è sera. Le belle signore sulle scale hanno già da ora due preoccupazioni. La prima è di cucinare.

Vent'anni

Fino alle undici e mezza di notte era stata una giornata come le altre, una domenica forse. Alle undici e mezza, infilando il doppione della chiave nella camera della casa dello studente nella quale ero “abusivo”, mi ricordai improvvisamente che era il quattro dicembre e che quel giorno era il mio compleanno, il mio ventesimo compleanno, quello che si festeggia con tutta la famiglia e tutti gli amici con champagne, torta e ancora champagne. La fata turchina, o lo zio Alfonso che non ho, avrebbe aperto la porta e in un fascio di luce azzurra mi avrebbe offerto su un cuscino di seta le chiavi di una spider nuova fiammante. Tutti avrebbero cantato “Tanti auguri a te e la torta a me”. Ma io ero uno studente universitario abusivo in una camera singola della casa dello studente di Cagliari e come uno scemo mi ricordai di avere venti anni alle undici e mezzo di notte. Il titolare della camera che veniva da Uras un paese del nostro campidano, disse: “ Mi dispiace, Lino… ma io ho solo questa patata bollita nel fornello…” Non pioveva quella notte, ma io aprendo chissà perché la finestra sentii il rumore della pioggia, nel mio cuore e sul davanzale. Sì, perché in una busta di plastica marciva un’intera forma di formaggio sardo. I vermi saltavano e sbattevano sulla busta e a un cuore romantico bastava perché fosse inverno…


Quel giorno non fu perciò privo di magia: prima della mezzanotte festeggiammo con una mezza patata bollita e un temporale di vermi sardi il più bello dei miei compleanni.

Johnny e Gilda

Le diede un ceffone, un ceffone talmente forte che in quel momento sembravano Johnny e Gilda nella famosa scena del film. “Dov’eri? Perché ci hai messo tanto tempo?” Lei che lo fissava con gli occhi dell’amore e lui che infieriva con le parole.


"Non sai quanto ti ho aspettata, non sai quante sigarette ho fumato e quanti caffé ho bevuto. Dov’eri quando cercavo i tuoi occhi nella folla, quando cucinavo dei minestroni che mi dovevano bastare per tre giorni e mi facevo gli orli da solo? E quando poggiavo la faccia sulla piastrella fredda del bagno per sognare un tuo bacio caldo e piangere? E la gente che rideva di me… - Non ce l’hai la moglie? Forse non hai trovato la donna giusta?… Non dirmi che ti stiri le camicie da solo! Odio gli uomini che stirano! - Ma vai a prendere per il culo tuo fratello finocchio, va! E tu, è da un’eternità che ti aspetto, amore mio. Sbarchi nella mia vita solo ora, ora che non ti aspettavo più e pensavo di vivere il resto dei miei giorni nella gelida e rassegnata solitudine, fingendo che fosse una mia scelta. Mi entri in casa così, senza chiedermi scusa per il ritardo, ora che ho quarant’anni e qualche acciacco. E i bambini, eh, non ci hai pensato ai bambini? Non ti sembra che sia giunto il momento di cominciare a farli questi bambini? Dai sbrigati, amore mio, altrimenti nascono già con la barbetta. Ti do un minuto. Ho aspettato quarant’anni, posso aspettare un minuto…"

sabato 12 dicembre 2009

C’era un tale

C’era un tale che, senza saltare o correre, faceva i passi più lunghi delle sue gambe. Semplicemente queste gli si staccavano dal corpo il quale fluttuava nell’aria. Alcuni avevano le mani bucate, altri erano senza cuore o senza fegato ma avevano gli occhi più grandi dello stomaco e mangiavano a quattro ganasce. Vedevo gente con una patata al posto del naso e un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Ho visto una donna con un occhio di pernice, che mi guardava, mica la donna, l’occhio di pernice. Ce n’era una, machete in mano, che lottava con la sua foresta amazzonica che cresceva in continuazione.
Vedendo tutto ciò, l’inferno che avevano il potere di creare le mie parole, decisi di smetterla, di non parlare più. Dissi: “D’ora in poi sarò muto come un pesce”. Non l’avessi mai detto…

venerdì 11 dicembre 2009

La mosca

Ho tre lauree, una in medicina, una in biologia, una in scienze naturali e sono ora una mosca. Avevo, prima, delle ambizioni, dei sogni, ma le mie fantasticherie morirono istantaneamente quando accettai una proposta di lavoro a due passi da casa.
E’ un piccolo laboratorio di analisi mediche nascosto in un triste anfratto cittadino, che in teoria, come recita la carta dei servizi, dovrebbe fare dei prelievi di sangue, studiare le intolleranze alimentari, fare ogni sorta di esame microbiologico, citologico, batteriologico, ed estendere le proprie attività alla medicina del lavoro. La sorte canaglia volle che si specializzasse in analisi di campioni biologici e cioè di orine e di feci, involontaria vocazione che fu all’origine della mia metamorfosi.
Quando misi piede per la prima volta nel laboratorio, avvertii un odore così forte, così acre che, scorgendo un pozzetto d’ispezione fognaria nel centro della sala d’attesa, messo lì a dispetto delle norme igieniche, pensai a qualche problema allo scarico che solo l’autospurgo poteva risolvere. Ben presto mi resi conto che la causa delle esalazioni mefitiche erano i campioni che vi ho detto i quali affluivano in enorme quantità creando, oltre al problema delle analisi, che inevitabilmente procedevano a rilento, quello dello stoccaggio e dello smaltimento. Ce n’erano dappertutto, su tutti i ripiani, per terra, sulle scrivanie, sotto, nei cassetti. I campioni provocavano questi inconvenienti logistici, tormentavano l’olfatto dei presenti e attiravano centinaia di mosche e mosconi. Ma non vi è nulla a cui non si possa abituare l’essere umano, specialmente quando è costretto a convivere con la causa dei propri mali. Già dopo alcuni giorni il mio naso non sentiva più i cattivi odori e, alla lunga, gli insetti volanti divennero dei compagni di viaggio oltre che dei commensali, quando il carico di lavoro mi costringeva a consumare i miei pasti in sede.
Questa promiscuità forzata, la mia specializzazione in entomologia, la mia curiosità naturale mi portarono ad approfondire i comportamenti delle mosche e credo di avere appreso da loro più di quanto un essere umano possa mai apprendere in una sola vita. Ammetto che la nostra convivenza fu inizialmente difficile, sofferta, specialmente in quei momenti di incomprensione reciproca tipica delle fasi di studio dei rispettivi linguaggi e delle rispettive identità. Ma una volta stabilito un minimo di comunicazione i nostri rapporti diventarono molto più collaborativi e, oserei dire, simbiotici.
L’avventura cominciò alla mia insaputa, in un momento imprecisato e per delle ragioni che ancora ignoro. Me ne resi conto quando mi erano già spuntate le ali, che ovviamente tenni nascoste sotto i vestiti. Quando anche la testa e il resto del corpo iniziarono la loro trasformazione, decisi di non togliermi più né cappello né mascherina né occhiali da sole né guanti e, per sottrarmi alla vista dei miei colleghi, di confinarmi nella mia porzione di laboratorio, in pratica uno sgabuzzino, in un esilio volontario che durò molto meno di quanto pensassi. Fui mosca in soli tre giorni e soli tre giorni mi rimangono da vivere.
Ma ho appreso ad accettare la morte, l’ineluttabile, orrenda morte, e a gioire pienamente della vita, con tutte le mie forze, per quel che mi dà, ogni giorno, in abbondanza. Come me altri, sette in tutto, che hanno subìto la mia stessa metamorfosi: siamo ormai in otto a fonderci in un rombare allegro, felice, in un vibrante, inebriante inno alla vita, e a sfregarci le zampette quando lo “chef” sorridente apre la porta e ci consegna la "Nutella".

domenica 6 dicembre 2009

Lirica di balalaika triste


Voglio vivere in valle dove
Bue con mucca felici
Cammello con cammella felici
Gorilla felice
Elefante con elefantessa felici
Tutte balene felici
E anche ippopotami felici
Tutti felici
Gallina felice
Porco felice
Pecora felice
Tutti felici
Anch’io felice

sabato 21 novembre 2009

La mia salvezza

Devo la mia salvezza al mio insegnante di matematica alle superiori quando ancora ero in prima. Era un uomo dall’aspetto tanto severo ma fondamentalmente giusto e, per questo, profondamente umano. Sai come sono i primi tempi, una volta dimenticati i timori iniziali: si comincia a prendere confidenza e, credendo di interpretare la disponibilità degli insegnanti a proprio favore, ci si allarga eccessivamente. Per farla breve, a un mese dall’inizio dell’anno scolastico, i più audaci avevano già tirato fuori le buste di patatine che come dei lupi famelici si mettevano a divorare in barba ai ripetuti richiami e alle minacce di note sul registro. Vedendoci mangiare senza freni, il professore, Musu si chiamava, ci chiese:

“Lo vogliamo fare un piccolo viaggio d’istruzione nell’istituto?”

La risposta fu un boato unanime. Un viaggio d’istruzione? Dove? Quando? Come? Sì, che ci vengo!

“Vi chiedo solo un piccolo favore”, disse Musu, “nel corridoio cercate di non fare troppo chiasso!”

La classe uscì, ordinatamente e in un silenzio religioso. La piccola processione percorse il lungo e unico corridoio della scuola per poi fermarsi davanti alla quinta A. Il professore bussò e, senza provare la minima pietà per i poveri innocenti che eravamo, aprì la porta proferendo queste terribili parole:

“Ecco che cosa diventerete!”

Lo spettacolo mi rimase a lungo conficcato in petto, come una pugnalata a tradimento. Gli strilli di maiali che assassinano ci raggelarono il sangue. Nell’aula era un fuggi fuggi generale di foche, di trichechi, di balene, di mammut, di esseri enormi che si vergognavano di quel che erano diventati. Un paio si era nascosto dietro l'armadio, uno stava dentro, altri tre o quattro avevano trovato rifugio sotto la cattedra, la maggior parte tentava, inutilmente, di sottrarsi alla nostra vista rintanandosi sotto i banchi mentre i più coraggiosi cercavano la fuga dalla finestra per fortuna al primo piano. Uno soltanto, una specie di ippopotamo seduto su due sedie, stava finendo un sacco di mangime che la mamma premurosa gli aveva fatto pervenire durante la ricreazione. Questo mi sembrava. Mi accorsi solo più tardi che in realtà si trattava di un insegnante, di educazione fisica per di più. Fummo pietrificati, ferrificati, acciaificati. Vi furono delle crisi di pianto, di panico, isterismi. Alcuni svennero. Chiamarono l'ambulanza, i pompieri, i bidelli, i genitori, lo psicologo, il preside, i carabinieri. Arrivarono tutti assieme, come si va allo stadio, e chi consolava, chi stringeva il proprio figlio tra le braccia, chi giurava che l’avrebbe immediatamente iscritto in una scuola seria, le acque cominciarono a chetarsi.

Lentamente la situazione fu sotto controllo. Ripreso il flusso regolare delle lezioni, più nessuno osò mangiare in classe né lo fece negli anni seguenti.

Oggi sono insegnante a mia volta e sembrano definitivamente andati i tempi di Musu: la maggior parte dei ragazzi sono obesi già dalla prima e quando camminano il pavimento scricchiola, le travi gemono, i calcinacci cadono sui banchi. Il soffitto della seconda C è crollato la settimana scorsa, quello della presidenza promette di farlo al più presto. Qualsiasi consiglio alimentare è diventato inutile. Ognuno dietro al proprio trogolo mastica in continuazione, come per una specie di diritto acquisto. Si mangia senza fame, per inerzia. Non c'è più niente da fare per loro, ormai sono perduti, gonfi come dei palloncini colorati i giorni di festa. L’unica cosa che possiamo fare è di lasciarli andare e guardarli nostalgicamente, leggeri più dell’aria, diventare dei puntini e poi sparire definitivamente nel cielo di un eterno autunno.

martedì 17 novembre 2009

Mamodo e i vampiri 4

Dopo che furono tornati a casa , Alessandro disse: tu non puoi vedermi, Io avevo promesso a te che non ti avrei fatta andare in pericolo, io ti odio, scusa ma addio. E se ne andò. Poi io ritorna a casa. Ma dopo una settimana successero cose strane, ma poi a casa nella posta c ‘ era un biglietti con scritto: ciao bella, sono dai vulturi , e non venire a prendermi ormai, dovrò muorire per te . Io andai dai vulturi e l’ho incontrato io o cercato di salvarlo, ma lui tra calci e pugni continuò, ma alla io per salvarlo io morii. Lui pianse un sacco dicendo: no Bella no non puoi andare via e tutta colpa mia. Ma dopo anche uccisi i vulturi io come dicevo morii.
Alessandro si uccise mordendosi e buttandosi da una montagna e mori per me. Perché io ero morta e ci rincontrammo in paradiso. Io e Alessandro ci chiedemmo: che fine fece yek?

Ferdinando

sabato 31 ottobre 2009

Help




Ce l’ha una pomata per le emorroidi che non lasci l’alone? Che non lasci più apparire i contorni di Cipro, Santorini, Zante, Gorgona, Capraia o dell’isola d’Elba? Che non faccia sognare di evasioni in isole lontane e favolose? Di tesori sepolti e continenti da scoprire? Che non ispiri alla gente idee di vacanze esotiche nelle isole Samoa, in Guadalupa,nel Gran Cayman o nell’’Isla Pinta? Un balsamo che non odori di piogge equatoriali, monsoni o aurore boreali? Che non dia voglia di Cina, di Giappone, di Eldorado o di antico Perù? Un unguento che non sia poesia, epica, leggenda, avventura, viaggio a Citera o ritorno a Itaca? Ce l’ha una pomata per le emorroidi che non lasci l’alone?