mercoledì 8 luglio 2009

Sui passi di Edith Southwell


Il famoso pittore Guido Colucci si è recato ieri alla gendarmeria di Bastia per denunciare la scomparsa della moglie, la signora Southwell, etnologa e studiosa delle tradizioni popolari dell’isola di Corsica, avvistata l’ultima volta nel villaggio balagnino di Lumio venti giorni orsono. Da allora non si hanno più notizie di lei. Conosciamo la passione e l’entusiasmo della signora Colucci per la nostra isola che l’hanno condotta sino nei paesi più piccoli e lontani alla ricerca sul campo, come ama dire, della testimonianza diretta e genuina della popolazione locale. Di prossima pubblicazione, a quanto pare, una raccolta di poesie, proverbi, voceri e leggende frutto di anni di indagini e minuziosa trascrizione.

La signora Southwell è una donna a dire poco indipendente. Spesso accade che per condurre le sue indagini etnologiche manchi da casa per diversi giorni. Le sue assenze non si sono mai protratte tuttavia oltre venti giorni e questo tenendo conto degli spostamenti estremamente difficoltosi all’interno della Corsica. A quanto ci hanno riferito delle persone a loro vicine, i Colucci non hanno ragione alcuna di temere per la loro sicurezza, non avendo nessun nemico, né personale, né politico pur essendosi la coppia a più riprese dichiarata contraria all’annessione dell’isola all'Italia. L’ipotesi che lo stesso pittore e i gendarmi paventano è quella di un incidente durante uno di questi spostamenti che spesso, per la scarsità di mezzi pubblici di linea, avvengono su delle carrette rudimentali trainate da muli o asinelli. Tutto può succedere: un cedimento della strada o persino che la bestia s’imbizzarrisca e provochi la caduta dei suoi passeggeri da un ponte o nei purtroppo famosi burroni corsi.

Mentre organizza la sua partenza con le forze dell’ordine alla ricerca della moglie, chiedo al signor Colucci che cosa secondo lui abbia portato la signora ad avventurarsi in un paesino così sperduto come Lumio. Il signor Colucci è un uomo intorno alla quarantina, di media statura, curato nell’aspetto e nel modo di vestire, che una donna potrebbe definire molto piacente. Si mostra cortese e disponibile, nonostante la preoccupazione traspaia da ogni suo sguardo e da ogni suo gesto. Sua moglie, mi dice con un lieve accento napoletano, è stata chiamata un mese fa in Balagna per assistere alla veglia funebre di un vecchio pastore per la quale sarebbero state presenti delle prefiche che conoscono dei voceri antichi. Avrebbe, inoltre, approfittato dell’occasione per descrivere alcune chiese pisane lungo il percorso. Altro non sa.

Essendo questo un periodo morto per il nostro giornale ho ottenuto dalla redazione licenza di accompagnare i gendarmi e il signore Colucci e di riferire di ogni progresso dell’indagine. L’intera cittadinanza è in ansia per la sua beniamina e ha diritto di sapere che cosa possa esserle accaduto per quanto spiacevole.

Partiamo quindi abbastanza presto da Ville di Pietrabugno prendendo la decisione, mentre risaliamo la città di Bastia lungo i suoi boulevard, di raggiungere il paese di Lumio passando per il colle di Teghime ai piedi del Pigno poi giù per Barbaggio, Patrimonio, Saint-Florent e il temuto, almeno dal sottoscritto, deserto degli Agriates. E’ possibile passare per Ponte Leccia lungo il letto del Golo, oltrepassare Calvi e arrivare infine a Lumio. La prima rotta è stata preferita non soltanto perché più vicina alla destinazione ma anche e soprattutto perché si ritiene che la signora Southwell, che non fa mistero del suo amore per il Nebbio, potrebbe passare da lì per tornare a Bastia.

Sono nato e vissuto in quest’isola ma raramente mi sono avventurato oltre l’immediata periferia di Bastia. La nostra vettura è una trazione avanti nera che potrebbe portare sino a sei persone. Mi siedo dietro il comandante di brigata di gendarmeria, un omone corpulento e dotato di due magnifici baffi neri. Al posto del passeggero, il signore Colucci. Siamo preceduti da un’altra vettura occupata da quattro gendarmi in tenuta d’ordinanza. Fuori dai finestrini, la primavera.

Il panorama è di una varietà di colori a cui nessun pittore potrebbe rimanere indifferente e Il Colucci non sembra affatto insensibile alla maestosità del paesaggio che improvvisamente si apre sul lato sinistro. Il cordone lagunare di Biguglia trattiene uno stagno pescoso sulle cui acque si riflette un cielo che l’avvicinarsi dell’estate rende sempre più blu, a destra una catena di monti addossati l’uno sull’altro che, come dei ragazzacci di strada, sembrano giocare a ciccia. A Teghime la macchia mediterranea si è fatta più rada e bassa, lasciando qua e là emergere dei grossi blocchi rocciosi, autentici speroni sulla natura selvaggia. Ma non ci possiamo fermare, non con dei gendarmi in servizio.

La strada scende improvvisamente verso Barbaggio, un piccolo villaggio con due case e altrettante tombe di famiglia nei loro orti. Subito dopo Barbaggio, Patrimonio. All’ingresso del paese, proprio sotto il cartello di benvenuto, un’enorme botte di vino illustra al viandante le specialità del luogo e con una scritta invita all’assaggio. Questa volta ci fermiamo.

Un giovane pastore, con una lunga barba incolta e addosso il suo pilone di capra ci guarda con la stessa espressione incuriosita del suo grosso cane ma i gendarmi lo ignorano autorevolmente e entrano in una bottega da cui emana un forte odore di vino e di moscato. L’interno è come uno può immaginare: quattro botti di legno, delle damigiane e delle bottiglie vuote e piene sparse in ogni luogo.

Cum’è u vinu quest’annu?”, chiede il comandante di brigata.
E cume ha da esse? U vinu qui hé sempre più bonu!”, risponde ridendo il produttore. “Ajò chi ne bejimu un bicchjeru!” Ci porge dei bicchieri, ce li riempie di un buon vino rosso poi si serve a sua volta.

A la salute!”
“A la salute!” rispondiamo tutti insieme. Uscendo la nostra inchiesta non è avanzata di un solo millimetro ma la vita ci sembra meno tragica.

La chiesa di San Martino è la nostra prossima tappa ed è qua a due passi che facciamo volentieri. L’edificio religioso è spesso stato al centro delle discussioni dei Colucci per delle ragioni che non tardo ad conoscere. Apprendiamo da un’iscrizione che la chiesa data del 1653 e che nel secolo scorso è stata restaurata ed è stato aggiunto l’attuale campanile. All’esterno, si notano subito i numerosi fori praticati nei blocchi non intonacati che hanno servito ad assicurarvi i ponteggi usati per la sua costruzione. Entrando capisco che per il famoso pittore la visita alla chiesa è più occasione per ammirare i dipinti che ne decorano l’interno che per cercare la propria moglie. E’ estasiato, in contemplazione, davanti alle scene della cristianità ma anche e soprattutto davanti a dei dipinti che non avrebbero attratto la mia attenzione se non mi avesse detto che hanno un significato esoterico come quello che sembra rappresentare un cigno che muore dando il suo sangue per nutrire i propri figli.

“Simboli massonici”, mi dice a bassa voce.
Non ho un’idea precisa di che cosa sia la massoneria ma dal tono della voce non appare un argomento da trattare con leggerezza, in speciale modo in un luogo che potrebbe essere il loro quartiere generale.

Il nostro viaggio prosegue verso la baia di Saint-Florent. La cittadina è dominata dalla sua cittadella costruita in sua difesa.

“Faceva gola a Nelson”, ci dice il signor Colucci.
“Ah, sì? Chiedo nella mia ignoranza.
“Saint-Florent era considerata di grande importanza strategica in quel periodo. Qui si trova una chiesa del dodicesimo secolo che non mi dispiacerebbe affatto visitare. Si tratta di Santa Maria Assunta sulla strada di Poggio d’Oletta. Mia moglie potrebbe avere avuta la stessa idea.”
“Sbaglio o mi ha detto che sua moglie avrebbe visitato una chiesa pisana?” lo interruppe il gendarme.
“Ma è pisana” protesta il pittore.
“ah!”, si arrende il militare.

La cattedrale del Nebbio, un tempo sede vescovile, si trova a meno di un chilometro da Saint-Florent. Esternamente, ricorda la Canonica vicino a Lucciana, almeno per il mattoni calcarei in alternanza di toni. L’interno è costituito da tre navate e da numerosi pilastri con, scolpiti, animali o motivi floreali. I gendarmi, che non sembrano molto interessati all’arte religiosa, ne approfittano per fumare una sigaretta e chiacchierare sul sagrato. Dalle risate che sentiamo all’interno della chiesa giurerei che ne sono arrivati alle barzellette. Dentro non c’è nessuno a parte io e il signor Colucci e appare quindi ovvio che qui la sua signora non ci sia. Quasi a malincuore, riprende il viaggio verso Lumio.

Dopo Saint-Florent, ci addentriamo nel deserto degli Agriates. E’ un nome che un po’ mette paura: non vorrei ora che le nostre automobili avessero dei problemi proprio in pieno deserto! Il paesaggio non è tuttavia completamente desertico. La roccia, è vero, è l’elemento dominante ma affiora ancora abbondante la vegetazione anche se piuttosto bassa come il cisto, il mirto, il corbezzolo, l’ ulivo e la quercia. Il pittore guarda il paesaggio sfilare dal suo finestrino come se sperasse trovarvi la moglie o, molto più probabilmente, cercasse di imprimere nella sua mente la bellezza del luogo per riprodurla in un secondo tempo sulla tela.

“Un coniglio!” m’esclamo vedendone uno attraversare velocemente la strada e andare a nascondersi dietro un cespuglio di cisto. L’incidente sembra avere ridato il sorriso al pittore e penso che solo un pittore o un matto potrebbe sorridere in un deserto! In lontananza, i monti del Tenda sotto un potente sole allo zenit.

“A Casta ci fermiamo per mangiare qualcosa”, annuncia il comandante.
“Se permettete vi faccio assaggiare un formaggio di pecora che è un capolavoro…”

Casta più che un paese è un agglomerato di due case e neanche vicine l’una all’altra. Ci fermiamo sotto la prima la quale sorge sul costone sul lato sinistro della strada e seguiamo un sentierino che sale sino all’ingresso al primo piano. Il luogo, più che un punto di ristoro sembra la casa di un pastore. In fondo, un camino acceso continua ad annerirne le pareti e il basso soffitto. A una trave sono appese alcune salsicce, dei lonzi, dei figatelli e delle coppe mentre su un vecchio tavolo di castagno alcune forme di formaggio profumano l’ambiente. Un paio di galline e una pecora entrano ed escono liberamente.

Il comandante saluta il padrone di casa e ci presenta. Una calorosa stretta di mano e ci sediamo su delle sedie un po’ sbilenche intorno a un tavolo che viene apparecchiato alla bella e meglio dal padrone di casa . Ci porta un’intera forma di formaggio, dei salumi e, per tagliarle, delle vendette corse dalla lunga lama e il manico di osso. Un goccio di vino rosso non può ovviamente mancare. Il padrone di casa è un tipo piuttosto basso e scuro di pelle. Un po’ di grigio sulle tempie.

O Ghjisè!” dice il brigadiere Battesti, quello pelato senza baffi, “cum’è quella canzone chi m’hai cantatu l’altra volta? Ci la poi cantà?”

Il nostro ospite non ci mette molto per assumere una posizione da serenata, come rivolgendosi alla persona amata da sotto al suo balcone o a un pubblico in piccionaia. Beve un sorso di vino, si schiarisce la voce e canta il sublime lamentu di una ragazza innamorata che vede partire il fidanzato chiamato a fare il militare:

Se ne parte lu mi falcu
E pe’ aria si ne vola,
Cume aia da passalu
Lu mi tempu cusì sola?
Che iornate cusì triste
Cume chiodu negru in tola.
Di passata pa’ u chiassu
Ti cunuscia a scherpata
Ma parlà un si putia
Che mi tenianu serrata
Un ci sia nessun donna
Cume me disgraziata

Si putessi fa lu giru
Chellu che face la luna
E po vedeti nellu finu
Caru di la mi fortuna!


Il dolore, lo strazio della separazione ingiusta e crudele ci viene rappresentato come una tragedia greca in una terra dimenticata dagli dèi. Ma le donne corse, all’immagine della Corsica intera, si rafforzano nella separazione, nell’abbandono e nella morte. Terminiamo mestamente il nostro pasto e ci congediamo da Ghjisè. Preso dalle parole e dalla melodia non mi riesce di capire chi abbia pagato il conto ma credo che mi convenga starmene zitto.

Il deserto è ancora lì, in attesa, come non sapendo se ucciderci o farci felici.
Colucci è cupo. Più la macchina si avvicina a Lumio e più mi sembra abbattuto. Il lamentu, forse, oppure il timore, se non la certezza di non rivedere più la propria moglie. Sente di trovarsi sotto un cielo immenso che non riconosce le sue creature, esseri fragili in balia del destino. Un’immagine attraversa la sua mente. Non la può scacciare, anzi ogni tentativo di mandarla via la fa tornare ancora più forte e nitida della volta precedente. E’ una veglia funebre, con i voceri e i pianti strazianti. Ma sul tavolo mortuario, a tola, c’è lei, sua moglie, che oggi ama come non l’ha mai amata prima. Gli tornano alla memoria alcuni versi di un voceru raccolto da lei stessa qualche anno prima a Castello di Rostino:

Piangi, o Marì Francè,
Tu chi si zitella sposa
Pichierai alla mia porta
Quando ti manca qualcosa
Giungerai a ritrovarmi,
Ma la troverai chiosa.


La strada è ancora lunga, la stanchezza comincia a farsi sentire e i diversivi si fanno sempre più rari. Siamo finalmente arrivati a L’Île-Rousse. Ci fermiamo appena il tempo di rinfrescarci a una fontana rinunciando di fatto a alla contemplazione delle sue coste rocciose. Uno sguardo, forse, dal finestrino, per vedere se effettivamente sono rosse…

Lumio, villaggio di luce sulla baia di Calvi. Accostiamo davanti alla prima casa alla cui finestra si è appena affacciata una vecchia signora vestita di nero. Le chiediamo dove possiamo trovare la casa della famiglia Raffalli. Si fa il segno della croce e ci spiega che la possiamo trovare poco più in là di fianco alla bottega.
Parcheggiamo le macchine sotto l’abitazione che ci è stata indicata e bussiamo alla porta. Ci apre una donnina energica, anch’essa vestita di nero. Ci fa entrare.

“Madama”, chiede il comandante di brigata, “La conoscete la signora inglese venuta qui il mese scorso?”
“Sì, che la conosco!”, risponde. “E’ la signora che fa tante domande e scrive i nostri voceri. Sta ancora a casa di mia cugina Assunta, credo..."

“E' ancora in paese, signora! Ma come mai ci è rimasta così tanto?" chiede Colucci.

“Il fatto è che pensavamo che mio marito sarebbe morto presto come ci ha detto il medico ma Antonini, il murtulaghju del paese, ha chiesto alla morte qualche giorno di vita in più perché ha fatto solo del bene. Dio abbia pietà della sua anima… Ma non sarete come quei continentali che non credono a queste cose?”
“Ci crediamo!”, protesta il gendarme Battesti. “Ho uno zio murtulaghjiu che ha interceduto per molte persone che stavano lasciando questo mondo…”

“E' sicura che è ancora in paese?”, chiede il signore Colucci.
“Dovrebbe, sempre che non sia andata a Calvi a parlare con un altro murtulaghjiu come mi disse la settimana scorsa. Vi accompagno da mia cugina Assunta…”

Ci addentriamo in una viuzza stretta. Ho qualche difficoltà a camminare sull’acciottolato reso scivoloso dall’acqua di panni recentemente stesi a una finestra. Bussiamo. E chi ci viene ad aprire, miei cari lettori? Lei, la bella Edith Southwell-Colucci. Sorride, anzi, ride dalla felicità.

“Amore mio!” dice lanciandosi nelle braccia del marito. E’ un abbraccio lungo e forte ed è un bacio d’amore.

“Entrate!”

Entriamo e quel che vediamo ci strappa un sorriso tenero e vale mille spiegazioni: un neonato nella sua culla e la mamma premurosa che gli canta una ninna nanna.

Pighianu all’usciu
So li gendarmi fora
Cercanu a Babbitu
Ma quist’è una trist’ura
Babbitu è in campagna
Duvè lu farà dimora.
Fa la ninna, e fa la nanna
Figliulellu dilla mamma.


[il lamentu, il vocero e la ninna nanna sono stati pubblicati in Chants Populaires Corses alle Edizioni Mediterranea]

sabato 27 giugno 2009

La poule au pot


Se c’è un re che mi ha rovinato l’esistenza questo è sicuramente Enrico IV re di Francia e di Navarra. Non per l’Edito di Nantes, che proprio non c’entra con la mia vicenda, ma per quella dannata poule au pot che aveva promesso ai francesi.

“Voglio”, disse più di una volta, “che ogni contadino possa mettere il pollo in pentola la domenica”. Non era preoccupato per le abitudini culinarie dei suoi sudditi, questo no: a lui premeva invece che, per la durata del suo regno, ognuno potesse mangiare degnamente almeno un giorno la settimana. Da allora pare abbia origine la tradizione dei francesi di far bollire quel maledettissimo pollo farcito di verdure tra cui il cavolo che non è di certo tra le mie preferite. Personalmente, non ho niente contro il pollo a patto che venga messo al forno. Così, sì che fa figura sulle nostre tavole. Bollito fa schifo. Fa schifo sia per la pelle che diventa gommosa che per l’aglio e la cipolla che inevitabilmente galleggiano nel suo ripugnante brodo oleoso.

Noi eravamo italiani convinti, soprattutto in cucina, e in teoria dovevamo essere immuni. Da buoni emigrati avevamo quindi ravioli e gnocchetti sardi garantiti la domenica. Non avevamo tuttavia fatto i conti con una certa donna di finestra – sia maledetta per l’eternità – che, con tutta la perfidia di cui fu capace, comunicò a mia madre la fatidica ricetta.

La prima volta, resistetti cinque buoni minuti prima di andare a vomitare il tutto in bagno. Le volte successive, i tempi s’accorciarono. Non erano epoche quelle in cui ti potevi permettere di scegliere quello che stavi per mangiare per cui mi rassegnavo ogni volta il capo chino cercando almeno di evitare l’aglio e la cipolla bollita e lasciando la pelle per ultima nella speranza che i miei si scordassero di obbligarmi a masticarla lungamente e, con un atto di coraggio, mandarla giù.

Dopo anni di tortura dominicale, il giorno che vomitai nel mio piatto mio padre sbottò: “E basta con questa porcheria!” Fu così che scoprii in mio padre il più prezioso degli alleati e che la poule au pot, per la mia grandissima gioia e per quella dei miei fratelli e sorelle, fu bandita dal nostro regno.

venerdì 19 giugno 2009

Disegni



































































giovedì 18 giugno 2009

Lo sconosciuto

Eravamo due persone diverse, completamente diverse, e ancora lo siamo. Forse un po’ lo conoscevo, così come si conoscono le persone che per un attimo incrociano il nostro destino.

Mi accorsi della mia trasformazione in ufficio o meglio una mia collega se ne accorse per prima. Ricordo che era un venerdì e che mi ero messo a contare i minuti che mi separavano dal mio amato fine settimana.

Adalgisa, la collega, mi disse: “Che cos’hai ? Cammini in modo diverso…“
“Diverso?” chiesi stupito.
“Da qualche giorno cammini … come Charlot, ecco, l’ho detto!”

All’ingresso abbiamo una porta-finestra vetrata che, oltre a lasciare entrare la luce, la mattina ci permette di dare un’ultima occhiata alla nostra mise. La vetrata mi rimandò effettivamente una camminata alla Charlot, con la punta dei piedi verso l’esterno. Ci rimasi male anche se per il tempo che trascorsi ancora in ufficio non lo diedi da vedere, almeno nelle mie intenzioni.

A casa evitai di camminare davanti ai miei famigliari, con la scusa di un dolore alle ginocchia. Il giorno seguente non uscii, rinunciando pure alla nostra ormai consueta passeggiata del sabato pomeriggio. I miei figli, maschi, quattordici e dodici anni, ringraziarono. Alla loro età un po’ si vergognavano di farsi vedere nel parco con papà e mamma. Uscirono quindi per conto loro e mia moglie andò a trovare la sorella dall’altra parte della città. Finalmente solo. Potevo cercare di correggere il mio modo di camminare provando ad allineare il più possibile i due piedi. Dovevo pensare ogni passo, costringermi a camminare normalmente. Andavo e venivo nel lungo corridoio imponendomi di rimanere nei limiti delle due mattonelle di trenta centimetri. Mi esercitai per tutto il pomeriggio finché non furono visibili i risultati.

La domenica azzardai qualche passo fuori casa, sorvegliando il mio incedere ogni volta che passavo davanti alla vetrina di un negozio. Apparentemente, tutto era tornato alla normalità.

Il lunedì rientrai in ufficio sapendo di dover passare il test decisivo, quello di Adalgisa, a cui non sfugge mai nulla, maledetta. Vidi che sorrideva, come se avesse capito che le avevo fatto uno scherzo. Interpretai il suo sorriso come un okay definitivo.

Poi, sapete com’è, il tempo passò. Dimenticai l’accaduto e non prestai più attenzione al mio modo di camminare.

Una mattina, guardandomi allo specchio, notai un’espressione che non mi conoscevo. Avevo la faccia interrogativa di uno che ha perso la strada in un paesino di trenta abitanti. Anche questa fu una dura battaglia. Mi costò due weekend solo a casa a fare degli esercizi davanti allo specchio.

Un’altra volta dimenticai, abbassai il livello di guardia, e non mi accorsi dell’attacco finale scoccato a tradimento mentre meno me l’aspettavo. Quel venerdì, rientrando a casa, ero un altro uomo. Davanti allo specchio grande dell’armadio capii che tutto era cambiato in me: era tornata la camminata alla Charlot, ero rimpicciolito, grasso, i miei capelli erano grigi con un’orrenda riga a destra e avevo un’altra faccia con l’espressione da ebete. Mia moglie e i miei figli ancora non erano tornati. Come al solito lei era andata a prenderli all’uscita di scuola, come se alla loro età non potessero tornarsene da soli! Mi precipitai fuori, sperando di incontrali per strada, che mi riconoscessero…

Li vidi. Con loro c’ero io e c’era pure Bobby, il nostro cane... Sorridevo, felice. Pensai in quel momento che se lui era diventato me, io ero diventato lui. Ero un mostro… Odorandomi le mani mi accorsi che puzzavano di pesce. Che schifo, ero diventato un pescivendolo!

Non mi avvicinai troppo e non dissi niente. Li accompagnai verso casa, stando mezzo metro dietro. Entrai con loro.

Lui si voltò:“Che ci fa lei in casa mia?”
Come? Io? Ma questa è casa mia! Guardai mia moglie, i miei figli, il cane.
“Bobby!”Si mise a ringhiare.
“Esca di casa nostra!” Disse mia moglie.
“Ma…”
“Esca, o chiamo la polizia!”

C’era uno specchio, quello davanti al quale avevo fatto i miei esercizi. Rifletteva l’immagine di uno sconosciuto e questo sconosciuto ero io. Allora mi diressi verso la porta, sconfitto.Poi guardai il cane, la sua cuccia, la sua pappa, il suo osso.

E decisi che sarei diventato lui.

domenica 14 giugno 2009

Treni

In Francia davanti ai passaggi a livello troviamo spesso dei cartelli con la frase seguente:

ATTENZIONE UN TRENO PUO' NASCONDERNE UN ALTRO

Mi dico però: se il primo ne può nascondere un altro allora anche quest'altro ne può nascondere un altro ancora. Procedendo con la logica della matriosca, possiamo arrivare a una moltitudine di treni nascosti uno dentro l'altro e a concepire filosoficamente l'infinitamente piccolo.

Se invece poniamo un limite al fenomeno fissandolo a venti-trenta treni possiamo immaginare, all'interno dell'ultimo treno, non un treno come sarebbe logico aspettarci, ma i passeggeri, anzi un solo passeggero, piccolo piccolo, con i baffi alla Poirot, senza bagagli perché non c'è posto per i bagagli nei treni francesi.

Con questo non voglio dire che i francesi sono piccoli di statura e tantomeno voglio vantare le ferrovie italiane. Fanno schifo le ferrovie italiane.

Voglio solo sciogliere un dubbio per chi si appresta a lasciare il nostro paese: se avete l'intenzione quest'estate di recarvi in Francia per turismo o altro, non vi preoccupate se prendete venti o trenta treni per volta. L'importante che vadano tutti nella stessa direzione e che si paghi un solo biglietto.

lunedì 1 giugno 2009

L'orrore che semina morte

Alle spalle i passi pesanti di un dinosauro. Non c’era vicino un burrone per fermarlo, una grotta, un antro dove rifugiarmi. Che potevo fare io piccolo e fragile, con la mia paura, con le mie armi derisorie, così inutili contro l'orrore che semina morte? Poi mi voltai e vidi un bambino grasso con la brioche.

lunedì 25 maggio 2009

Lettera alla professoressa

Gentile professoressa,

Le scrivo la presente lettera che mio figlio le consegnerà domani mattina alla prima ora di lezione. Non l’avrei scritta se il caso non fosse disperato, se la situazione non fosse precipitata. Come ben sa, Ignazio non riesce a stare tranquillo per più di dieci minuti di fila come confermato dalla diagnosi funzionale in possesso dalla scuola. Purtroppo quest’anno si è impuntato. Dice che ha quindici anni, che si vergogna di avere un insegnante di sostegno e che vuole seguire la programmazione di tutta la classe.

Non disponendo più del sostegno il peso della sua istruzione ricade ormai sugli insegnanti curricolari. Lo so che è difficile per lei occuparsi di lui e contemporaneamente fare lezione. Mi rendo conto che gestire trenta ragazzi scatenati è davvero pesante, ma le chiedo questo sacrificio, la imploro professoressa per il bene di tutti di capire e di perdonare. Purtroppo Ignazio si è fissato con il neo che lei porta sul mento e, come sa, si calma solo se gli permette di fissarlo da vicino seduto al primo banco o avvicinandosi alla cattedra.

Tuttavia, non può ignorare che quando torna a casa, diventa una furia. Lancia tutto quello che gli capita per le mani contro la porta che chiudiamo sempre a chiave. Grida che vuole tornare a scuola a fissare il suo neo, che non può farne a meno, che lo desidera più di ogni altra cosa al mondo, che se lo sogna ogni notte. Ultimamente, durante una sua crisi di astinenza, mi ha rivelato una cosa, che oltre a questa si è preso una fissazione per i peli che spuntano dal neo. Mi dispiace parlare di cose sue private ma Ignazio è peggiorato in breve tempo e questo proprio a causa dei peli. Lei non ne ha colpa, non può farci nulla se nel suo neo sono cresciuti dei peli. Ma lo sentisse come ci minaccia! Vedesse il suo sguardo rosso di odio! Il vicinato non dorme e noi non abbiamo più forze. Se nessuno ci aiuta siamo perduti. Siamo nelle sue mani pietose. Lei è la nostra ultima speranza, la nostra salvezza.

Gentile professoressa, è una madre in lacrime che la prega, la supplica di ignorare il dolore che le infligge questa nuova mania. Quando, durante la lezione, mio figlio si avvicina a lei, sopporti, gentile professoressa, sopporti il dolore, sopporti la vergogna e glieli lasci tirare i suoi peli.

Una madre riconoscente

venerdì 22 maggio 2009

Dieci anni

Il 1999 lo ricordo come fosse ieri non solo perché era l’anno dell’eclisse o perché come tutti aspettavamo il millenium bug e le sue incontrollabili conseguenze. Eravamo in attesa sì ma del nostro secondo figlio.

Lo volevamo così com’è ora, un po’ dispettoso ma tanto coraggioso: quando saremmo invecchiati ci avrebbe pensato lui a difenderci. Lo immaginavo nell’atto di buttare pentoloni di olio bollente sul nemico o più semplicemente di rispondere pesci in faccia a chi se lo merita, cose che non so fare…

L’avventura prese inizio a maggio di dieci anni fa quando avevo la pancia più grossa di quella della mia metà. Ricordo le preoccupazioni, le lunghe attese dal mio ginecologo, le visite specialistiche di cui nessuna rimborsata, il caldo, i pruriti, i fastidi. Stavamo procedendo magnificamente verso il grande evento.

Inverno 2000, mia moglie volle assistere ad ogni costo e nonostante le avessi fortemente sconsigliato di farlo. Ricordo le urla disperate di mio figlio che si affacciava alla vita ma nacque sano con tutte le dita a posto. Sapeste come beveva il mio latte! Era uno spettacolo vederlo!

Fui dimessa quattro o cinque giorni dopo. Finito il congedo forzato per maternità, rientrai al lavoro dove non vedevo l'ora di ritrovare le amiche e parlare di pappe e di pannolini. Se non sei mai stato mamma non puoi capire le gioie della maternità e come questa ti cambia dentro, nel profondo.

Oggi ho due ragazzi che mi danno grandi soddisfazioni e un marito che vorrebbe tentarsi il terzo ma sinceramente, ho già dato.

lunedì 18 maggio 2009

Causa persa

Non so se valga ancora la pena battersi per la causa di cui ora ti parlerò ma le voglio comunque dare un’ultima possibilità la prossima estate. Vivo in un paese sperduto della Sardegna che non può più contare su niente per sopravvivere, né sull' agricoltura, né sulla pastorizia. Non che nessuno voglia più fare l’agricoltore o il pastore, il fatto è che non ne vale la pena. In quanto all’edilizia viviamo ancora nelle nostre vetuste case di paglia e fango ricoperte da malandate tegole sarde. Spinti dalla disperazione, un po’ anche dalla rabbia e dalla paura di dovere cercare lavoro fuori, come hanno fatto molti compaesani, abbiamo pensato, insieme a qualche anima buona, di farci venire i turisti usando tutti gli stratagemmi possibili. Ci sono dei paesi che vivono di turismo: Orgosolo, San Sperate, per esempio. Che cosa ci vadano a fare i turisti lì non l’ho capito ma una cosa è certa: a loro piace il vecchio e il rovinato e a noi è proprio quello che non manca. Per farla breve, siamo una ventina di amici e parenti, la mattina ci vestiamo da sardi, con costumi che i nostri nonni portavano ancora fino a pochi anni fa: gonne, corpetti, barrita, spaccatroddiu, cambali e ci rechiamo tutti i santi giorni al bivio della strada statale proprio sotto il cartello che indica il paese. Quando passano le macchine ci mettiamo all’inizio della curva lungo la striscia bianca che delimita la strada e facciamo un ballo sardo accompagnati dal sonettu di Antonio Licheri. Quando e se gli automobilisti si fermano gli offriamo della vernaccia e li invitiamo a passare in paese. Alcuni decidono che forse vale la pena di farci un giro e di spendere qualche soldino, molti filano dritto. Abbiamo uno slogan che abbiamo riprodotto in un cartello enorme all'ingresso del paese: "Beni a bidda e portanci sa pobidda" (vieni in paese e portaci la moglie). L'anno scorso è andata bene, nel senso che non ci abbiamo tutto sommato rimesso ma se non ci facciamo venire qualche altra idea siamo finiti... C’è da dire che quelli del paese prima ci hanno copiato l'idea e che pure loro si appostano al loro bivio rubandoci i turisti. Credo comunque che lungo quella statale molti paesi manderanno le proprie delegazioni folkloristiche e che quando questo succederà per noi sarà proprio la fine. Questa è la causa per cui mi sono battuto questi ultimi anni e per cui quest’estate ancora mi batterò.

venerdì 15 maggio 2009

La camera


Di notte la camera diventa l’antro degli orrori. Le due masse oscure ora distese l’una accanto all’altra sono squarciate dalla lama di luce che penetra da una serranda difettosa insieme a un silenzio che poche ore fa era un rassicurante fragore cittadino. La stanza è pregna di un odore ripugnante, quello del venerdì, quando fanno strage di pesci. Dormono, dormono e sognano come dormono e sognano i mostri appagati. Grugniscono, gemono, sibilano, soffiano, soffocano, si voltano e riprendono a grugnire.
Nella sua boccia, immobile, terrorizzato, il pesciolino rosso fissa le due forme indistinte temendone l’improvviso risveglio. Ma teme ancora di più, vigili sui comodini acagiù, ai lati del letto, immersi nell’acqua dei bicchieri, atroci come vaghe promesse di morte, i loro sorrisi assassini.